Cancro

Zàira Mantovan è una fotografa veneta. Per cinque anni, fra il 2009 e il 2014, ha vissuto a Nizza. La città le è rimasta nel cuore. Ha scattato, ma dice che lo raramente fatto con ‘una vera macchina fotografica’. Le foto di Zàira mi hanno obbligato a scrivere. 

 

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Non ho il la spudoratezza di scrivere: ‘Ho il cancro’. Per poi dirvi: ‘No, non sono io ad avere il cancro. Siamo noi’. Era solo un modo per costringervi a leggere. Nelle ultime tre settimane è accaduto tutto. Da Dallas ad Ankara, da Nizza ad Andria e Corato, da Istanbul a Dacca. E tutto è andato on-line in mezzo secondo. Era questo che intendevamo quando dicevamo ‘sempre connessi’? Appena nove mesi fa, dopo l’eccidio di Parigi, dopo il Bataclan, ero certo che non avremmo avuto paura, né rabbia (ce lo chiedeva Valeria che là è morta). Che ci saremmo rialzati. Dopo i morti all’aeroporto di Bruxelles, ho scritto che la paura non passava, che la paura aveva vinto. Che loro avevano vinto. Adesso, dopo questi ultimi venti giorni, non so. E ho pensato: noi tutti viviamo accerchiati da amici e parenti che hanno il cancro. Ognuno di noi conosce qualcuno che ha il cancro. A volte ci sentiamo accerchiati dal cancro: è come se fossimo il bersaglio in un tirassegno. La nostra difesa è conviverci fino all’indifferenza. (Quasi) certi che a noi non potrà accadere. Non so se ne abbiamo paura o meno, ma il cancro è un compagno stabile dei nostri giorni. Non per questo non andiamo al mare o non siamo felici di una bella cena. Deve aver pensato così chi non ha aspettato un solo giorno pur di stendersi nuovamente sulle sdraio sotto la Promenade des Anglais fermandosi un minuto davanti ai fiori lasciati per i morti. Siamo in una terra incerta e, forse, sconosciuta: un territorio scosceso fra paura, indifferenza, voglia di normalità, impotenza, desiderio di non sapere, divisi fra voler vedere sempre e di non essere mai più connessi. Un bilico.

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Aeroporto di Istanbul/Centro commerciale di Bagdad

Alzi la mano chi ricorda i 41 morti (i numeri sono incerti, anonimi, non verificati: cambia solo se quei 41 morti sono nomi, carne, ossa, pelle e non solo un numero come a volte cerchiamo di credere) provocati dall’irruzione di un commando di sette jihadisti all’aeroporto di Istanbul. Doppio controllo di sicurezza. Non è servito. Nessuna vittima italiana, abbiamo dimenticato in fretta. Eppure Istanbul è il quarto aeroporto europeo (già, Istanbul è in Europa, è una città europea).

3 luglio, vigila di Aid al-Fitr, la grande festa della fine di Ramadan. Bagdad. Kamikaze contro un centro commerciale in un quartiere sciita. E poco dopo si muore anche in un altro quartiere della città. Duecento morti (qui il numero è del tutto ipotetico, si scrive per scrivere). Poi si mette una virgola, facile la posso mettere anche io. Eccola, la vedete? Così posso aggiungere ‘, e fra di loro venticinque bambini’. No, nessuno di noi ricorda questo attentato, non ce ne siamo nemmeno accorti. I nostri figli non vanno a Bagdad. E poi la capitale irachena non è Europa.

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Dacca

Non è Europa nemmeno Dacca. Quanti di noi sanno indicare dove è questa città senza esitare di fronte a un mappamondo? Si nasconde fra paesi troppo più grandi. Ho controllato: c’è già una pagina Wikipedia dedicata a quanto accaduto a Dacca il primo di luglio (dunque prima del kamikaze di Bagdad, avrei giurato che si fosse fatto esplodere prima dell’assalto dei cinque islamisti del Bangladesh). Ventinove morti. Cinque sono ragazzi, abbiamo saputo, di buona famiglia, buoni sudditi e un gran bel sorriso. Erano gli assassini. Scopriamo che il piccolo Bangladesh ha 170 milioni di abitanti su una superficie vasta la metà di quella italiana e che l’88% della popolazione è musulmana. Ma non erano gli arabi a essere musulmani? No, per quattro anni il proprietario dell’Inter è stato un musulmano tradizionalista indonesiano (il più vasto paese musulmano del mondo). D’altra parte gli emirati del golfo (islam wahabita, islam conservatore e integralista) posseggono il Psg e il Manchester City (oltre a milioni di altre cose, soprattutto nel lusso).

Scopriamo che molte delle magliette e dei jeans che indossiamo vengono prodotti in Bangladesh. E che nove italiani erano a cena in un elegante ristorante del quartiere diplomatico di Gulshan. Immagino: molto sorvegliato. Niente da fare, in cinque ragazzi di buona famiglia entrano sparando in quel ristorante. Nessuno scampo per i nove italiani. Per questo scopriamo dove è Dacca e veniamo storditi da un attentato avvenuto all’altro capo del mondo. Ci vogliono almeno tre giorni, per noi lettori, per esaurire il racconto della ferocia di Dacca: scompare in fretta dai telegiornali, scompare con le bare a Ciampino. E non abbiamo risposta a nessuno degli interrogativi che questa strage solleva. Altri imprenditori del tessile sono subito in volo per Dacca. Vogliamo andare avanti. Anche senza Faraaz, ragazzo musulmano, di buona famiglia e buoni studi (tutti in quel ristorante, vittime e carnefici, erano tutti di buona famiglia, solo i due poliziotti uccisi, forse, non lo erano). Faraaz era là dentro e avrebbe potuto salvarsi, gli assassini graziavano i musulmani, ma lui non ha voluto abbandonare le due ragazze (musulmane anche loro, ma vestite all’occidentale: cosa è un vestito ‘occidentale’, in un paese musulmano che li fabbrica?) con cui stava passando la serata. I suoi assassini, ragazzi come lui, identici a lui, non hanno avuto nessun pensiero: hanno ucciso Faraaz. Troppo per la nostra memoria.

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I treni di Andria e Corato

Non c’entra niente. Niente. Nessuna bomba, nessun kamikaze. Il filo rosso che tiene tutta assieme non c’è. O forse sì: in fondo anche questa, ad ascoltare l’omelia del vescovo di Andria, Luigi Mansi, èuna storia dove ci si dimentica della vita ‘per interesse’. Io mi fermo sulle parole di Nicola Lagioia. Spiega che Pasolini, in fondo, si era sbagliato: ‘La pialla dello sviluppo che avrebbe dovuto rendere tutti uguali ha avuto il più imprevedibile (e per certi sensi disastroso) degli arresti. Le facce che credevamo estinte con la modernità avanzata stanno tornando, restituite ai nostri sguardi dai disagi, dalle sofferenze e dalle difficoltà a cui il secondo decennio del XXI secolo – questo nuovo durissimo paradigma – sta sottoponendo milioni di individui e di famiglie. Se volete un bagno di realtà, veniteli a incontrare sui treni che viaggiano lenti’. Dio mio, come è vero. Per andare da Firenze a Bologna, se non vuoi spendere venticinque euro ti inventi un itinerario che Trenitalia, per interesse, non ti suggerisce: Firenze-Prato e poi Prato-Bologna. Te la cavi con nove euro e mezz’ora in più, se sei fortunato con le coincidenze. Treni lenti e un universo parallelo e invisibile. E le facce sui treni lenti non assomigliano nemmeno un po’ a quelle di coloro che se ne vanno in Freccia Rossa. Un nuovo classismo senza classi. Conosco le facce di chi era sul treno fra Bari e Barletta, le conosco una per una. Ma io non sono del Sud, ho solo provato a viverci. Nicola sì, è pugliese, e li conosce meglio di me: ‘Pendolari. Studenti. Migranti. E poi ancora camerieri, precari, professori di scuola media, disoccupati, baby sitter, anziani senza mezzi, imbianchini (da queste parti anche detti “pittori”), badanti, interinali, nullatenenti in visita ai parenti da cui forse salterà fuori un mezzo posto di lavoro, giardinieri, domestici a ore, muratori, ragazzi di bottega presso meccanici, carrozzieri, vivai, ferramenta, giovani prestatrici e giovani prestatori di ripetizioni private in matematica, greco, latino e ogni altra materia il cui studio, anni fa, prometteva un futuro diverso’. Non sono le facce della fiction Gomorra (ma esistono, esistono anche loro). E’ davvero l’Italia invisibile, l’Italia interna anche se è sul mare. Sono gli uomini e le donne, i ragazzi e le ragazze che conoscono, mi illudo, il mondo nel profondo della sua realtà, è la gente che viaggia con migranti musulmani e ci vive gomito a gomito, sono le persone che non affiorano mai e che scompaiono nelle stazioni dei treni lenti. Rallentate tutti i treni, mi viene da dire. Sconnessi e lenti. Magari funziona da antidoto. 23 morti fra gli olivi della Puglia. Nessuna bomba, nessun kamikaze, ma io, follemente, credo che ci sia un feroce e invisibile filo rosso (fatto di denaro, di potere, di indifferenza, di ‘interessi’) che tutto tiene.

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Promenade des Anglais

Scopriamo che trentamila italiani vivono a Nizza. Molti hanno casa a Nizza. Deve essere un miracolo che non vi siano decine di morti italiani fra le 84 vittime dell’orrore (ancora, mi sembra di capire, non lo sappiano). Quanti sono ottantaquattro corpi? quanti sono i pezzi dei loro corpi? Quanto sangue contengono? Quanti sogni e tristezze ci sono dentro? Vi erano migliaia di persone sulla Promenade des Anglais l’altra notte. Fra loro giornalisti e perfino ex-agenti del Mossad: tutti con i loro smartphone puntati su quel camion bianco che maciulla i corpi, tutti a rimbalzarlo ai quattro lati del mondo. E’ inevitabile: ho questa protesi (stavo per scrivere: ‘ho un’arma in mano’) e allora la uso. E poi la rimando in quel mondo irreale e così reale che è il popolo appeso ai ‘social’ (pensate anche la pagina Wikipedia di Richard Gutjahr, il giornalista tedesco con moglie ex-militare israeliana è stata aggiornata in tempo reale, aggiungendo che è lui il primo ad aver postato l’oscena corsa del camion bianco).

Ha ragione Beppe Severgnini: ‘Non è possibile rimanere asciutti’. Cosa diceva Susan Sontag in ‘Davanti al dolore degli altri’? Ma la strage di Nizza non è un dibattito fra intellettuali, non è un confronto fra gli esperti dei nuovi media: è sangue, merda, gambe amputate, gridi di orrore, dolore impossibile da raccontare, ossa in frantumi, è macelleria solo che siamo noi a essere i quarti di vitello. E sul bancone del macellaio, con il ruolo del boia, c’è un ragazzo dal pessimo carattere e odioso a tutti che guida quel camion con dentro armi vere e armi giocattolo (nemmeno i peggiori incubi arrivano fino a qui: a chi ha preso le sue armi giocattolo? Ai suoi figli?). E c’è un tipo in scooter, che è un’ombra nel videogioco che non è un videogioco: viene ammazzato perché lui ci prova a fermare il boia. Perché, a differenza di altre volte, non ho paura? Guardo con freddezza della quale mi vergogno quelle immagini di un giornalista tedesco che era lì e, come primo gesto, come chi giornalista non è, ha tirato fuori il suo smartphone. Cosa avrei fatto al suo posto? Troppe tragedie tutte assieme. Non è nemmeno abitudine. E’ altro.

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I carri armati sul Bosforo

Del colpo di stato vengo a sapere dall’oste. Mentre mi porta bigoli con pomodorini. E’ un bel posto, l’osteria. L’aria della notte di estate è piacevole. Bella gente. E l’oste mi dice: ‘Colpo di stato ad Ankara’. Ha il suo cellulare in mano. Prendo il mio, modello antiquato, più lento. Mentre mangio i bigoli vedo i carri armati per le strade di Istanbul. Ci viene da essere contenti. Nessuno di noi sopporta il Sultano turco. E’ l’uomo che ha schiacciato i ragazzi di piazza Taksim. Da che parte siamo? Mi chiedo proprio questo: da che parte siamo? Continuo a mangiare, c’è traffico verso il mare. Erdogan mette il lucchetto (come si fa? Ora mi dicono che è facile ingannare facebook) ai social, ma poi usa Facetime per chiamare a raccolta i suoi. Quanti turchi hanno Facetime? Tanti, a quanto pare. Pariscope non lo hanno bloccato, è sempre difficile fermare un’alluvione. Vediamo il colpo di stato come se fossimo a Istanbul. Leggo che gli intellettuali turchi lo guardano in televisione. Noi, a Istanbul, dove saremmo stati? Trecento e più morti. Per un colpo di stato farsa durato quattro ore. Come ha ragione Antonio Ferrari: ‘Per cortesia, siamo seri’. Immagino i soldati linciati (gli stessi soldati che, quattro ore prima, erano Rambo), impauriti, picchiati. Immagino i fedeli di Erdogan uccisi perché sono accorsi dietro un appello lanciato con Facetime. Immagino le vendette, i regolamenti di conti. Immagino, e non posso farlo, le prigioni turche. Si è connessi in una prigione turca? La modernità al servizio di un barbaro medioevo. Dove sta il punto di contatto fra uno strumento informatico (non so più che parola usare) e il sangue? Forse del colpo di stato turco ricorderò che stavo mangiando i bigoli e la foto di un uomo che frusta soldati-ragazzi terrorizzati come conigli. Questa volta abbiamo visto poche foto dei morti. Abbiamo visto gli occhi della paura.

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Falcon Heights, Minnesota

Ancora una volta sono a chiedermi: se un poliziotto infila la sua pistola dentro il finestrino della mia macchina, cosa farei? Quando mi hanno puntato un fucile addosso, ho alzato (quasi) sempre le mani oppure ho cercato di buttarmi a terra. Oppure sono rimasto lì, senza un solo pensiero addosso. No, Diamond Reynolds, nera americana, aveva un smartphone in mano e ha trasmesso via facebook la morte in diretta del suo uomo, Philando Castile. Ne ha filmato l’agonia, il sangue, il suo braccio che non poteva fermare quattro pallottole. I neri sono scesi in strada, non c’era alcuna mediazione fra il video e loro, solo la ribellione poteva vendicare Philando. Uno dei neri non è stato con la gente: ha scelto di salire su un tetto e ha sparato (ex-militare) su cinque poliziotti. E dopo, pochi giorni dopo, un altro ex-marines (ha lasciato con onore la sua divisa) ne ha uccisi altre tre. Guerra civile? Guerra civile negli Stati Uniti (micro guerra civile, la chiama Vittorio Zucconi). Guerra civile in Europa. Cosa ha di civile una guerra? I due assassini neri erano ex-militari e hanno ucciso poliziotti neri. Guerra a bassa intensità (vallo a spiegare a chi muore che è bassa intensità), in diretta streaming. In un vecchio e bellissimo film sui Balcani, un fotografo si lamentava perché non accadeva niente. Il comandante dei soldati prese un prigioniero e disse al fotografo di stare pronto: sparò in testa a quell’uomo. Adesso abbiamo una microcamera sul mirino della pistola e una videocamera invisibile nell’altra mano. E davvero è un videogioco. Mi dicono di un modo connesso e complesso. A me sembra connesso e ferocemente semplice. MI chiedo cosa accade fuori dal web? Susan Sontag, ci ricorda Marco Belpoliti, diceva che la televisione ‘suscita una sorta di instabilità della visione’, cosa provoca, in me, questo oceano Pacifico con le sue onde di orrore via smartphone (cosa cazzo ha di intelligente? Se non esistono bombe intelligenti, non esistono cellulari intelligenti)? Lo so: mi ‘rende indifferente ai contenuti’.

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Riuscite a immaginare il dolore reale di chi è sopravvissuto? Il dolore della fidanzata di Philando, degli uomini che amavano le donne uccise a Dacca, delle madri che hanno perso figli a Nizza, del fratello di Faraaz, del fidanzato della ragazza pugliese che avrebbe dovuto sposarsi a settembre? Il loro dolore non diventerà (per fortuna) video su youtube. Ma per questo non esisterà. Ci sarà lavoro per gli psicologi nei prossimi decenni. Per loro ci sarà dolore negli anni a venire. Noi dimenticheremo.

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Il titolo di questa cosa (non so come chiamarla) potrebbe essere ‘I venti giorni che sconvolsero il mondo’. Banale. E invece vorrei titolare. ‘Ho il cancro’, per costringervi a leggere. Non ne ho il coraggio. Ma il mondo è già sconvolto da una malattia sconosciuta e crudele. E mi illudo una cura, una terapia che sia una disconnessione, una telecamera che non filmi, che siano le mani alzate con lo smartphone lasciato in tasca. Una disconnessione a occhi ben aperti che possa ricomporre i pezzi di questo mosaico a pezzi. Alex Langer ci ha suggerito con ostinazione: ‘Più lenti, più dolci, più profondi’. Non lo ascoltammo e immagino che ora sia ancora più impossibile dargli retta: la realtà ‘aumentata’ ci sbatte addosso la carne divorata e già marcita di una realtà-reale, inaccettabile, ma attraente (che Dio mi perdoni) come una sirena e noi nemmeno ci leghiamo all’albero della nostra barca malconcia, non vogliamo nemmeno provare a resistere. Va bene, questo è un finalino moralista, lo fanno tutti gli editorialisti alla fine delle loro cartelle. Ho perso il conto dei morti. Ma uno basta.

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Io vorrei saper usare uno smartphone per riprendere:

Due soldati dal basco granata e mimetica che impugnano un fucile mitragliatore che occupa tutto il loro addome. Penso: quanto peserà? Stanno lì, in un cono d’ombra, fa molto caldo sul sagrato della grande chiesa dove i pellegrini vanno a pregare un santo dal volto angelico. E’ un luogo di pace e ci sono uomini di guerra. Che se ne stanno in piedi, oscillano e non mi sembrano annoiati. Ogni quante ore li danno il cambio? Quale è il loro salario? Certo, se uno arrivasse con un mitra, potremo contare solo su quei due soldati. Se qualcuno avesse sparato a Mohammed prima che riuscisse a percorrere i due chilometri della Promenade, quanti morti in meno? Quanti morti in meno per ogni metro che non avrebbe percorso? Mi rendo conto di cosa sto dicendo. Sto dicendo: sparategli. Voglio che gli spariate. Ricordo Alex quando chiese: bombardate chi sta massacrando Sarajevo. Andò da Chirac a chiederglielo quasi in ginocchio. Nei suoi occhi vi era disperazione e pianto. Alex si è impiccato prima degli anni dei social e degli smartphone.

Però vorrei riprendere quei soldati pesantemente armati (come i loro colleghi turchi prima di essere denudati) con una telecamera fissa. Lo vorrei fare per ore.

Come vorrei filmare la donna musulmana che, velata e con vesti lunghe (con questo caldo), entra in uno dei bar che amo. E’ una bella mattina. Sono in una città leghista, mi piace stare in questo bar. Lei ha un passo svelto e un’aria gentile. Alzo lo sguardo dal giornale. Lo so: lo faccio perché la donna è velata (insomma pantaloncini o velo per farmi alzare la testa). Saluta con un sorriso. Si vede che conosce il vecchio barista. Un caffè? Un caffè. Vuoi una pasta? No, stamane no, grazie. Beve con una fretta lenta. Si gode il caffè. Il barista strofina tazzine. Si salutano. Lei esce. Vorrei applaudire la normalità. Filmarla. Con uno smartphone. Quanti like avrei?

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Scrivo per dire: rallentiamo, disconnettiamoci, per un po’, almeno per un po’. Poi mi do da fare per mettere queste parole su un blog, su un facebook e affidarle al mondo ignoto del web. Come se fosse un’oceano. 

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5 pensieri riguardo “Cancro

  • 20 Luglio 2016 in 3:59
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    Articolo eccellente. Constatazione condivisa nello scritto:
    “Nessuna bomba, nessun kamikaze, ma io, follemente, credo che ci sia un feroce e invisibile filo rosso (fatto di denaro, di potere , di indifferenza, di ‘interessi’) che tutto tiene.”

    Risposta
    • 20 Luglio 2016 in 23:01
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      Ciao, Sauro. Grazie. Ho nostalgia di Orestes. Mandaglielo, questo articolo. Ho voglia di stare là un po’. Un abbraccio

      Risposta
  • 25 Agosto 2016 in 12:08
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    bellissimo post. In questo momento post-terremoto in cui tutti si parlano addosso e fotografano macerie assume ancora più senso.

    Risposta
    • 18 Maggio 2018 in 22:01
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      Ogni riappaiono vecchi articoli. sì, brava Zaira

      Risposta

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