2. Frammenti di Lucania/Dieci ore per la bellezza della Val d’Agri

In cammino
In cammino

Da ore cerco di rimettermi in cammino. Allo stesso tempo cerco scuse per rimanere fermo, immobile. Non è il corpo che si ribella, è altro. La prima notte del pellegrinaggio se ne è andata. Imposte chiuse, e a me piace la luce al mattino. Una notte al coperto. Su un divano rosso. Nella casa in costruzione di Contrada Vivo. Alle sette arrivano i muratori, i cani hanno cacciato i cinghiali, Franco arriva con il caffè Sport e i bicchieri eleganti. Ecco, sveglio.

Franco
Franco
Il sole scavalca il crinale
Il sole scavalca il crinale

 

Franco tira fuori le carte. E’ grande la sua terra. Boschi, crinali di montagna, sorgenti, campi. Apparteneva a una famiglia di possidenti di Sala Consilina, avevano seicento pecore. Ci sono state trecento vacche quassù. Avevano una banca, poi qualcosa si incrinò. Franco mostra sulla carta la masseria, gli altopiani. Fuori c’è il sole, deve asciugarsi l’umido della notte prima di andare nel bosco a raccogliere salvia selvatica, timo, origano, rosa canina. La contrada è un laboratorio di creme, balsami e saponi macrobiotici. Franco svicola dalle regole troppo rigide dei suoi figli, non si tira indietro di fronte a una buona salsiccia. Va a raccogliere salvia per noi. Ci accompagna alla fontanella per riempire la borraccia dell’acqua più buona della terra. Franco ci accudisce. Arrivano i ciucci. Raffaele è apparso alla sera e deve recuperare il tempo perduto: tiene la corda di Cicirinella, felice come un bambino.

Il risveglio degli asini
Il risveglio degli asini
Marianna
Marianna

 

La Madonna Nera è ancora lontana. Ora sono i passi a contare. Ivan non sa quanti chilometri percorreremo oggi. Calcola le ore. Arriveremo a sera a contrada Barricelle. Molta strada, ma tutti facciamo finta che così non sarà. Sono già passate le nove quando si va in salita. Ancora le sorgenti, poi la giovane faggeta, le pendici di monte Cavallo, intrico dei boschi che diventa foresta. Non abbiamo mappe, niente gps. Ivan gioca con serietà di sottofondo: ‘I sentieri vanno camminati’. E la prima volta? ‘Sono venuto qui e li ho camminati’. So che siamo sul crinale dei monti della Maddalena, confine fra Campania e Lucania, fra Vallo di Diano e Val d’Agri. Terre solitarie. Saliamo nel bosco, fino alla rete della tenuta di Mandrano e Mandranello. I militari qui ci costruirono una polveriera. I vecchi parlano, a bassa voce, di armi nucleari. A cosa serviva una base militare qui? Ora c’è una buona carrareccia. Vorrei aver conosciuto gli uomini che hanno costruito questa strada di montagna, le sentinelle che stavano nella notte nei boschi, i soldati di pattuglia. Un cartello minaccia la presenza di esplosivi. Un tempo, l’esercito qui allevava muli, custodiva munizioni e rinchiudeva nel bosco i soldati ‘di difficile gestione’. Immagino le loro notti nell’inverno dell’Appennino.

Pellegrinaggio a Viggiano
In cammino
In cammino
In cammino
Pellegrinaggio a Viggiano
Tracce di polveriera
Pellegrinaggio a Viggiano
Capire dove siamo

 

Incontri dei boschi. Remo ha gli abiti tecnici. Guida del parco degli Appennini. Ci racconta delle foto-trappole. Un cavallo è morto: attorno alle sue ossa, la macchina fotografica ha fermato un aquila reale, quattordici volpi, due lupi. Poi sono arrivati i cinghiali e hanno spostato il corpo dell’animale di quattordici metri. ‘I grifoni, fra le dieci e le undici, ogni mattina, volano sopra il santuario’. Orgoglio di un ragazzo dei boschi e della contemporaneità. Indifferente alla Madonna Nera, occhi per la bellezza della natura.

Pellegrinaggio a Viggiano
Ci sei?
Pellegrinaggio a Viggiano
Convincere Pietro
Pellegrinaggio a Viggiano
La foresta

 

Pranzo nelle praterie dei campi antichi. Cicirinella felice dei fiori gialli da sgranocchiare. Pietro che si attorciglia attorno a un albero. Cespugli di more come scenografia da mangiare. C” ancora il soffritto di fegato e polmone. Raffaele si abbuffa di Simmenthal. Che piace anche a Ivan. Improvviso desiderio di Simmenthal. In un mondo di biologico e macrobiotica. Pellegrini tolleranti.

Al lavoro
Al lavoro

Discesa verso Pergola di Marsico. Vecchi campi di montagna, cumuli di merda di vacca, letame in attesa di concimare patate e cavoli. Vacche che corrono. Le inganniamo: non siamo noi a portare cibo. L’uomo delle vacche è su un grande trattore. Allevatore transumante: centocinquanta vacche che a ottobre se ne andranno a passare l’autunno a Montemurro e poi l’inverno a Montescaglioso. ‘E’ tutta una proceduta’, ci dice quando racconta del suo viaggio stagionale. ‘Mi piace il mestiere – dice – e c’è il guadagno. Se non ci fosse…’. Ma quest’anno non ha fatto il provolone.

Discorsi attorno all’abbeveratoio. ‘L’Europa dà ottocento euro a vacca. Fai i conti. Non conviene nemmeno fare il formaggio. Ti tieni gli animali e vivi bene’. ‘L’assistenzialismo secolare non ha consentito strumenti di condivisione. Non ci ha fatto crescere assieme’. Annoto con attenzione. E’ sorprendente la nostra compagnia. Riassumiamo: un filosofo che ha scelto di fare il contadino, un antropologo, una biochimica che fa la nutrizionista, uno scultore, una filosofa che ha lasciato il paese diciotto anni fa. Questa è una storia di passi e pensieri. Di nostalgie e futuro, di mutazione di pelle tenendosi addosso tutto il Sud in un abbraccio disperato. E’ davvero un pellegrinaggio nella Lucania, nella sua storia. Di vecchi e di giovani, di operai Fca e precari di ogni lavoro, di camerieri e filosofi. La forza del passato, la contemporaneità, gli anni che verranno. La dannazione del petrolio. Che qui affiora nei boschi. Le compagnie hanno chiesto di perforare anche i monti della Maddalena. Questo è ‘Rullo di tamburi per Rancas’, le montagne andine di Manuel Scorza e le trivelle sono il recinto della Compagnia. Passi per dire che ci siamo su questa terra. Come finiva quel libro? Il titolo di questo non-racconto dovrebbe essere ‘Rullo di tamburi per la Val d’Agri’. Manuel è venuto giù con un aereo dopo aver ballato una ‘Danza immobile’.

‘Ogni volta che torno al paese lo trovo più brutto. I ragazzi addossati alle slot machine. Prendono un diploma all’alberghiero e poi stanno a vedere’. Questo è davvero un pellegrinaggio. Resilienza, direbbe Greta.

Cipolle ad asciugare
Cipolle ad asciugare

La prima casa di Pergola di Marsico è dietro la curva. Fido ci abbaia. La donna al balcone: ‘Dopo tanti anni abbiamo rivisto gli asinelli’. Dove sono finiti i ciucci di queste montagne?

Pellegrinaggio a Viggiano
‘Pure u’vecchierell vi siete portati dietro’

 

Crocicchio di paese. Antonio e Giuseppina stanno all’ombra, sotto le cipolle con i loro anni. Arrivo con la mia lentezza. ‘Pure u’vecchierell vi siete tirati dietro’. Non traducete, per carità. Fotografo le cipolle, afferro uva da dietro una rete, mangio due fichi dolcissimi.

La casa degli sposi
La casa degli sposi

 

Una casa nuova. La motrice di un camion nuovo infiocchettato come per un matrimonio. Una porta a curve. Casa bianchissima. Un manifesto lacerato. Due sposi felici. ‘Benvenuti a casa’.

La cava
La cava

 

Cava immensa di sabbia. Strada di polvere bianca, more impolverate, risaliamo, sono già le tre del pomeriggio. Un’altra cava, il sentiero cerca di scansarla. Cavalli bradi. Si chiamano l’un con l’altro. Anche Cicirinella grida a Pietro. Crinale di pietra, spariscono gli alberi, rocce, paesaggio duro, ginestre senza fiori gialli, fiori dalle spine e cardi dai colori viola. Le bacche della rosa canina. Marica scriverà del verde e del nero, delle praterie e del petrolio. Anche la Madonna di Viggiano è nera. ‘Noi le chiederemo una grazie, per il verde’. Eccola, la Val d’Agri: una meraviglia splendente, una piana disegnata da montagne, il brivido della bellezza. Senza fiato. E non per la salita. Là siamo diretti, non ci posso credere. Il cielo riflette il nostro stupore. Noi sappiamo: questo è il Texas d’Italia, parola di giornalista. Qua sotto c’è il più grande giacimento dell’Europa occidentale, ci sono ventisette pozzi, il 10% della nostra energia di ogni giorno. La bellezza e il petrolio. Le ferite, la sopravvivenza, i ricatti, le royalties, i buoni carburante, i tumori, l’acqua che non puoi bere, le pecore che non sono più le stesse, i fiumi, l’invaso, la disoccupazione. E la bellezza. Scendiamo, balle di fieno, erba medica, piccole mele selvatiche, ancora le more, l’orizzonte di Marsico che scivola sulla sua montagna.

Pellegrinaggio a Viggiano
Val d’Agri
Pellegrinaggio a Viggiano
Val d’Agri
Pellegrinaggio a Viggiano
Val d’Agri
Pellegrinaggio a Viggiano
Marsico Nuova

 

Di nuova l’asfalto, fondo valle, cinque del pomeriggio, un bar (tre caffè, tre birre, una coca-cola, un giornale, la partita dell’Italia: la Madonna Nera ci perdonerà). E spero che non perdoni per l’acqua della grande fonte che non possiamo bere. C’è il cartello che gli amministratori hanno fatto mettere davanti a ogni sorgente: ‘Acqua non controllata’. Come a dire: noi non ce la facciamo a darvi garanzie, bevete pure, ma vostro rischio e pericolo. Hanno trovato inquinamento in polle a mille e duecento metri di altezza.

Mangio mele, pere selvatiche, uva, fichi, more a decine e decine.

Acqua non controllata
Acqua non controllata

 

Il supermercato apre alle cinque. Ma la donna si commuove per Raffaele che vuole uno spazzolino da denti rosa. Un euro. Meno, credo.

Il cambio di luce
Il cambio di luce

 

Il cammino lungo l’Agri è chiuso dalla selva dei pruni. Non si passa. Ivan prova vanamente con il pennato. Gli asini sono stanchi. Deviamo verso l’asfalto. Passi che sanno della fatica. Da quante ore siamo in cammino? Strada provinciale. Uomini che giocano a carte nei bar, bandiere italiane sui cancelli, croci sui muri. Bambini che accorrono dietro ai ciucci. ‘Andate dalla Madonna? A piedi?’. Altri bar, birra Peroni a un euro. Asfalto sotto i piedi. Tre donne a tagliare catini di pomodori per la salsa degli inverni. Incroci: una donna emiliana che in Svizzera incontra un marito lucano. Parla con accenti multietnici e taglia pomodori. ‘Se ti fermi ancora un po’, devi lavorare’. Mi incammino. Gli altri sono già lontani. Mi distraggo con le case, i nanetti, i vecchi che si interrogano sul nostro passare, il ragazzo che vorrebbe chiedermi e non lo fa, le auto che rallentano, la luce che diventa perfetta per perdersi. Voglio sedermi. C’è da andare. Sotto il piede l’insinuazione di una vescica. Arriva l’ombra, i monti della Maddalena accolgono il sole e lo aiutano a scomparire. Con la sua lentezza irrimediabile.

Dobbiamo andare lassù
Dobbiamo andare lassù
Pellegrinaggio a Viggiano
Croce
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Il giorno della salsa

 

Dieci ore che camminiamo. Un grande albero magico, oltre un ponte, avvolge un cartello bianco. Contrada Barricelle. L’albero mi appare fiorito. Come se fosse una mimosa. L’annuncio dell’arrivo. Qui dovevamo arrivare. Qua sono già stato anni fa. Non avrei mai immaginato. Non ho mai imparato la semplice geografia della Lucania. Francesca. Tazio. Yoga. Campagna biologica. Fagioli, grani antichi. Bandierine di altre Asie. Di altre montagne. Buoni libri, molto letti, molto stropicciati, le foto di famiglia, le donne belle e molto serie. Più foto di donne che di uomini. Stratificazioni di storie. Collezioni di collezioni. Borse di medici, cappelli, brocche, altre borse. Guardiamo le stelle, diceva la madre di Francesca. Perfino un libro sull’edeyen di Murzuq, ma questa è una storia vecchia, lontana. Amicizie che si incrociano, che rimandano ad anni lontani. Coincidenze. Talismani se ancora ci credessi. Penso solo ai miei piedi. Mi tolgo le scarpe, i calzini. La pietra, i sassolini che feriscono. Bisogna prendersi cura degli animali. Lo fanno gli altri. Una grande stanza dai pavimenti di legno. Terrazzo con mattoni caldi del sole della giornata. La Val d’Agri sotto di noi. Di notte spuntano le luci accecanti dei pozzi, ma noi non sappiamo dove sono e confondiamo. La notte è un incanto.

Pomodorini e farro. Pecorino e miele. Una peperonata e solo la cipolla e peperoni sono stati fritti. La freschezza dello tzaziki. Non ricordo più cosa c’era in tavola, solo una gioia leggera, quasi una danza di una sensualità. Acqua e limone. Vino.

L'albero che ci accoglie
L’albero che ci accoglie

 

 

Arriva anche l’allegria di Sabina. In Lucania le linee si intersecano. C’è sempre qualcosa che ci ha unito. E’ che io, troppo pieno di visi e parole, non riesco a trattenere. Confondo. Sabina è antropologa. Ha scritto della Madonna Nera, delle donne che stanno attorno a Lei. Sabina mi ha conosciuto attorno a un albero. In altre montagne. Viene da Firenze. Sono sorpreso. Adesso quanti siamo? Quattro donne, quattro uomini. L’asino e l’asina sono nella stalla.

Casa
Casa

 

Non trovo il ritmo delle parole. Potrei dare una versione nobile: ‘Il cammino rende silenziosi’. E’ la stanchezza, credo. O il vuoto dei miei pensieri. Non faccio più il mio mestiere, non chiedo, non mi intrufolo, non cerco la superficialità di una domanda. Non voglio raccontare e lo scrivo mentre cerco di raccontare. Non ho più voglia di storie, ne ho scritte troppe senza trovare un mio linguaggio. O, forse, vorrei far parte di una storia. Tardi. Troppo tardi. Posso stare ai margini, un piede fuori, un piede dentro. Oppure appena fuori della porta. Vuoto, insomma.

I cruschi
I cruschi

 

Però una domanda la faccio. Perché siamo qui? Perché siete qui? ‘La Madonna Nera è potente. Fa ancora miracoli’. Anche quello di fermare gli uomini delle trivelle? ‘Una curiosità. Non credo, ma andiamo a vedere. E’ una forma della contemporaneità. No, cancella la parola contemporaneità’. ‘E’ una storia di spiritualità, voglio capire’. ‘Vagolo – usa questa parola – La Madonna è una possibilità’. ‘Mio nonno andava a Viggiano. Era un mondo duro, lavoro, i campi, la fatica. E c’erano anche i canti, le litanie. La devozione. Questo mondo non c’è più. E lui se ne è andato quando avevo otto anni. Era tempo che cercassi le sue tracce, la sua nostalgia’. Forse l’assenza e la presenza. Il Sud, amato e detestato, vibra. C’è chi sceglie il silenzio. ‘Non sapevo niente della Madonna fino a due anni fa. Poi è cominciata questa storia. Vedrai la statua. Ci credo’.

E io? Tiro il corpo fino a vedere il muscolo mandare allarmi. La schiena non riesce a stendersi. Per alzarmi devo rotolare un fianco e poggiare un gomito a terra. Io sono stato portato qui. Non volevo essere qui. Ricordo centro altri posti dove volevo arrivare. Ne ho altri nei quali dico di voler andare. Ma qui non volevo arrivare. E allora mi tengo il caso, la coincidenza, l’imprevisto, la sorpresa. E l’assenza delle parole.

Dalla terrazza il buio della notte nasconde anche le luci del petrolio. Dormo in bilico. E mi sfuggono le parole di Beppe Salvia lette da Marianna. Già, le parole ‘come fiori di mandorlo e di pesco’.

2. Continua (ora deve continuare, ma c’è la salita )

 

 

 

 

 

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