Fotogrammi dal Kosovo

  1. La famiglia di Eronida sotto la pergola di uva 'americana'
    La famiglia di Eronida sotto la pergola di uva ‘americana’

    Sotto la pergola

Pomeriggio di una domenica kosovara. Campagne di Gjakova. Strada sterrata. Case sparse. La macchina si ferma. Di colpo. Da una fattoria escono uomini. Non c’è problema. La macchina riparte. Ma il tempo per il caffè, per l’uva ‘americana’ presa dal pergolato, un bicchierino di rakia. La figlia parla inglese, ricorda ancora i cinque mesi passati negli Stati Uniti. Lo zio ha un ristorante. Si chiama Roma e sta in Okhlaoma. ‘Un gran ristorante, agli americani piace la pizza’. La figlia lavora in ‘financial’. Qui ci sono undici case in fila, la gente della famiglia abita una accanto all’altra. Il padre lavora il ferro, fa il fabbro. Siedono tutti attorno al tavolo, una foto. Quando ce ne andiamo, tutta la famiglia ci accompagna fino al cancello.

Ibrahim
Ibrahim
  1. Ibrahim vende bare e culle

Il suo negozio, nella Çarshia e Madhe, il vecchio bazar di Gjakova, nell’ occidente del Kosovo, è sempre aperto. Non può avere orari. Dalla nascita alla morte: Ibrahim vende diep, culle, e bare (forse si dice arkivol, in albanese). Non abbiamo una lingua per capirci. Ma sto bene assieme a lui. Ogni giorno, da quando sono in città, passo davanti alle sue bare. Il suo locale fa angolo con un’altra strada. Tutta la costruzione è in legno. Sento i miei passi sul pavimento. Il suo nome è musulmano, ma c’è un grande crocifisso. La minoranza cattolica, a Gjakova, è numerosa.
In queste belle giornate d’autunno, Ibrahim siede fuori, al sole. Spesso c’è un amico con cui sta in silenzio. I suoi vicini di negozio giocano a scacchi. Ho chiesto se potevo fotografarlo accanto alle bare e alle culle. E lui si è messo in posa. Potevo fargli avere la foto? Mi ha dato il suo numero di telefono. Ho trovato una fotografo per stampare le foto che gli ho scattato. Gliele ho portate. Gli ho chiesto il prezzo. Di una bara, non di una culla. 380 euro. Mi sta venendo un’idea. Domattina vedo come poterla realizzare.

I caffè del Çarshia e Madhe di Gjakova
  1. I caffè di Gjakova

Geografia di bar a Gjakova, occidente del Kosovo. A sera arriva il vento delle montagne che segnano il confine con l’Albania. Çarshia e Madhe, il vecchio bazar della città. Locali in legno. Egzon ci spiega: ‘Ci sono i caffè dei ragazzi e i caffè dei vecchi’. E’ che per ‘vecchi’ Egzon intende chi ha trent’anni o poco più. Chissà dove si mette lui che di anni ne ha 27. Il Kosovo è il paese più giovane d’Europa: il 54% della popolazione ha meno di 24 anni. Le città sono una passeggiata di ragazzi. Le donne camminano braccetto: pantaloni stretti con gli strappi, capelli lunghi, passo veloce. I ragazzi vanno in giro in coppia. Capelli scolpiti, sigaretta in mano, barbe accennate. Belli, molto belli. A sera, al caffè. Cinquanta centesimi per un caffè. Un euro per una birra Peja. Piccole lampadine dai toni avorio protette da un filo a rete mi convincono a sedermi nel bar più affollato. Bar di ragazzi, così a occhio. Egzon mi corregge: ‘Bar di vecchi’. Bambini rom provano a chiedere qualche centesimo, tecnica dell’attesa, si piazzano davanti al tuo tavolo e stanno immobili. Per un tempo che a te appare infinito.I ragazzi e le ragazze si guardano senza guardarsi. Egzon dà lezioni: ‘Qui le ragazze ti rispondono sdegnose se cerchi di avvicinarti. Va peggio in Albania: se un uomo ti vede passeggiare con sua sorella, diventa pazzo: ‘adesso la sposi’. Si sta bene nel vecchio bazar.

Il caffè sul divano
Il caffè sul divano della tekija Halveti
  1. Caffè nella tekja

Strano luogo il Kosovo. Arrivi qua con addosso racconti di guerra e di odio. Poi ti ritrovi nei luoghi sacri. Nelle moschee dei musulmani, nelle chiese dei cattolici, nei monasteri degli ortodossi e non hai più voglia di venirne via. C’è la bellezza leggera della pace. L’uomo, vestito con eleganza antica, prendeva il caffè seduto su un divano nella veranda della tekija Halveti di Prizen. Luogo del misticismo sufi. La cravatta, il golf leggero, la maniera di salutare. Avrei potuto accettare la sigaretta che mi ha offerto. Ero certo di essermi segnato il suo nome, non lo ritrovo. Al solito, nessuna lingua ci ha unito. Ma sono stato felice di aver scattato questa foto. Dopo mi sono seduto anche io su quel divano. E’ arrivato un suo amico, si è seduto per il tè. Frammenti di inglese: abbiamo parlato delle montagne.

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Fatima e Xhevded
  1. Cena da Ezgon

Cena a casa di Ezgon. Burek (con patate, con carne, con spinaci), cetrioli, insalata di cavolo, salsicce, peperoni piccanti, formaggio. Abbiamo comprato raki da un commerciante bektashi, un sufi musulmano. Fa un’eccellente acquavite. Strana cena: mangiamo solo noi. La famiglia di Ezgon siede sul letto, sta attorno a noi, sorride, non mangia. Ezgon prende qualcosa. Entra un amico e mangia anche lui. Una vecchia casa, una sola stanza. Tre figli della sorella, due fratelli, i genitori. Ci sono le partite europee e il fratello le segue, minuto dopo minuto, sul cellulare. Ha giocato la schedina. Una bella serata. Chiedo: ‘Quale l’oggetto più importante di questa casa? Quello del quale non vi privereste mai?’. Il bambino in pigiama si stende nella culla. Dorme ancora lì, anche se i piedi ormai stanno di fuori. Ezgon è certo: ‘La vecchia diep, la culla. E’ stata più volte riverniciata, riparata. Io ho dormito lì, i miei fratelli hanno dormito lì. Legati per non cadere. La mamma ci dondolava e a noi piaceva. Una volta ho detto: posso regalarla? Mia madre mi ha guardato come se fossi impazzito’. Ezgon e la sua famiglia si stanno costruendo una casa nuova. La finestra della sua camera guarda un piccolo campo: ‘Ci metterò delle vacche, venderemo il latte’. Ma per ora il sogno è venire in Italia. I suoi fratelli sono già stati fuori. A Trieste e in Austria.

La felicità del giorno della festa
La felicità del giorno della festa
  1. Matrimonio

Alla fine, il matrimonio. Bassi profondi risuonano in strada. Andiamo. La voce tonante di un rom. Vengono ingaggiati per una sera. Sanno cantare. Per una notte si dimentica cosa si pensa di loro. Cantano bene, e questo basta. Hanno gli strumenti, i tamburi, i microfoni, le basi, i sintetizzatori. Sono ben pagati. Il matrimonio del ragazzo. Sua madre è fuori di sé dalla felicità. Siamo racchiusi in un metro quadrato. La casa ha i mattoni senza intonaco. Due cuochi grassi e gioiosi arrostiscono carni in una nuvola di fumo. Si alzano le mani, passano le birre, casa musulmana. Ma stanotte è giorno di festa. Il cibo disperso sul tavolo. Solo uomini. Le donne alla finestra. Si alzano le sedie. Lo sposo beve birra e danza in equilibrio su una sedia. E’ grande e grosso. Scende la sposa. Piccola, bella. Sale su una sedia anche lei. Ride. Balla. Si sfiorano appena. Domani sarà il giorno della festa della ragazza. Della sposa. Poi ci sarà il matrimonio. E allora gli invitati saranno cento e cento e cento. Le ragazze con i pantaloni attillati e rotti e le donne con i fazzoletti a coprire la testa.

La pasticceria Fellini a Prishtina
La pasticceria Fellini a Prishtina
  1. Bill Klinton a Prishtina

 Vado in città. Dalle campagne dell’occidente del Kosovo alla capitale. Un’ora e mezza di auto. Autostrada che collega Tirana a Prishtina. Quasi deserta. Il traffico si ingorga all’ingresso in città. Capannoni, palazzi, grande magazzini, centri commerciali. Grande stradone. Tutti ne scrivono: boulevard Bill Klinton. Con tanto di statua dorata (e accanto c’è un negozio che si chiama Hillary) che incrocia un altro viale: dedicato al presidente Bush. Un tempo era il viale Lenin.
Sullo sfondo, la nuova cattedrale cattolica non è ancora finita. Operai stanno rivestendo di marmo facciata e colonne. Immensa, ha cambiato la skyline della città. Costruita, mi dicono, dove era la sede della polizia segreta serba e una prigione. Raccontano che ora i musulmani vorranno una moschea altrettanto grande. Ognuno mostra i suoi simboli.
Autunno radioso, ragazzi dalla bellezza sfrontata, mi piace passeggiare per il viale Madre Teresa (piccola statua, con alle spalle i manifesti di Harry Potter); poi appare l’eroe nazionale, il guerriero Skanderberg, capace di resistere 24 anni ai turchi: fa sempre impennare il suo cavallo, questa volta sfodera la spada davanti a un lussuoso palazzo Benetton. Infine, un improvviso e provvisorio monumento al Lego quasi nasconde l’altro monumento a Ibrahim Rugova, Gandhi dei Balcani, saggio contemporaneo.
Mi piace Prishtina. Mi appare un bel caos, provate a mettere in fila i miei incontri mattutini: Madre Teresa, Harry Potter, Skanderberg, Benetton, il signor Lego e Ibrahim Rugova… La pasticceria Fellini (ne ho viste altre per il paese: c’è il mito del regista qui?), proprio di fronte alla cattedrale, è orgogliosa di avere preparato la grande torta per Bill Clinton (Klinton). Chiedo a Fjolla se vuole farsi fotografare davanti al grande manifesto che ricorda quel dolce. Dietro al bancone Fjolla sembrava piccola, è altissima.

Salti a tre metri di altezza sul monumento New Born
Salti a tre metri di altezza sul monumento New Born
  1. New Born

New. New Born. Neonato? Nuovo Nato? Monumento lungo 24 metri e alto tre. Ci consigliano di andare a vederlo.

Il Kosovo è il più giovane stato d’Europa. Terra di una guerra feroce nel 1999. Dichiarazione di indipendenza il 17 febbraio del 2008. Wikipedia mi rivela che il monumento è opera di Fisnik Ismail e della sua agenzia di creativi. Ismail oggi (se google translator non mi inganna) è deputato del movimento radicale ‘Autodeterminazione’ e ha l’aria molto forte, molto macha. Il monumento (ha vinto sei premi internazionali di design, avverte sempre wikipedia) sembra poggiato su un marciapiede. Stanno lavorandoci attorno. Mi raccontano che ogni anno cambiano i suoi colori. Era giallo, quando venne inaugurato. Poi ci affrescarono sopra tutte le bandiere dei paesi che hanno riconosciuto il Kosovo. Oggi è un cielo di primavera chiuso dentro un filo spinato: come devo intenderlo? I ragazzi di Prishtina ci graffiano e scrivono sopra i loro nomi (i siti turistici spiegano che è diventato cool farlo: lo hanno firmato in 150mila), lo usano come luogo di giochi e si siedono nell’incavo della O o nei gradini della E a guardare la gente che passa o si mangiano un panino. Alle spalle del monumento c’è un caffè. In alto, oltre un piazzale, il brutto Palazzo della Gioventù e dello Sport colmo di ragazzi in abito da laurea per la consegna del diploma. Lo scorso anno Rita Ora, pop star anglo-kosovara, ha danzato sopra le lettere del New Born. E allora, in questa sera autunnale di Prishtina, una ragazzina cerca di imitarla saltando da una lettera all’altra.

Il lago artificiale di Zhur, al confine fra Kosovo e Albania
Il lago artificiale di Zhur, al confine fra Kosovo e Albania
  1. La frontiera

Ultima uscita dall’autostrada fra Prishtina e Tirana prima del confine. Poche macchine. Domenica. E’ finita la stagione del mare. Paesaggio di montagna. Dolcissimo. Il fiume diventa lago. Deve esserci una diga. Il paese è Zhur. Vacche al pascolo sulle sponde. L’ultima foto non può che essere una cartolina.
Il livello dell’acqua è basso. L’estate deve essere stata arida. Pontile. Ristorante. I camerieri devono camminare come maratoneti fra la cucina, le griglie e i tavoli. Al più giovane toccano i tavoli sulla punta più lontana del pontile. Gente in camicia bianca, donne con le borsette nere. Le vecchie con il fazzoletto in testo, le ragazze con minigonna da giorno in famiglia. Pranzo dei giorni di festa. Una piscina che aspetta vanamente qualcuno che si tuffi. Sedie di plastica colorata. Una tavolata per una qualche ricorrenza o qualcosa di importante che accaduto. A capotavola un uomo con la cravatta celeste slacciata. Ride con il volto arrossato. Tutti gli uomini da un lato, tutte le donne dall’altro. Si sta bene qui.
Cosa è il Kosovo? Vado via e ho la stessa sensazione dell’arrivo. Addosso libri e articoli di un paese dilaniato, attorno un paesaggio bellissimo e una sensazione di pace e piccola felicità. A chi devo dar retta? A Monika che racconta di ‘una terra dagli odi inestinguibili’ o a Elizabeth (che vive qui da dieci anni e vi ha scritto tre libri) che mi racconta di un paese di gente di antica gentilezza e della sua bellezza tranquilla.
Un soldato della Nato, un siciliano dall’aria scherzosa, mi mette sull’avviso: ‘Se al ritorno a casa trovo pace e silenzio, mi preoccupo: è successo qualcosa o sta per succedere’. Un giovane frate mi dice: ‘Il Kosovo è una polveriera. Troppi interessi, troppe ambizioni, troppa corruzione’.
Mi guardo attorno e non trovo il paesaggio di queste parole. La bellezza delle montagne, il verde splendente di una domenica di sole, l’allegria dei ragazzi sospesi sul lago, un buon pesce.
Alla frontiera con l’Albania nessuno ci controlla. Né da una parte, né dall’altra.

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6 pensieri riguardo “Fotogrammi dal Kosovo

  • 15 Ottobre 2016 in 10:22
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    Gran bel racconto e belle immagini, ne vorrei vedere di più! Buon rientro a casa! Paolo

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    • 15 Ottobre 2016 in 23:07
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      Ci vedremo a Ravenna, insh’allah

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  • 16 Ottobre 2016 in 9:24
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    E bravo Andrea, sei in Kossovo! Un inchino e un abbraccio.

    Ti aspettiamo di passaggio a Poggibonsi.

    Rispondi
    • 16 Ottobre 2016 in 10:51
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      Passo, passo. Che ne direste di giovedì sera?

      Rispondi
  • 17 Ottobre 2016 in 18:37
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    Andrea caro,
    ho letto alcuni di questi post kosovari. Sono coinvolgenti e belli, specie nell’accostamento alle fotografie che avete realizzato e scelto.
    Ti auguro di poter vivere viaggi ulteriori di pace dove ancora vi è guerra e di ricostruzione dove la democrazia è appena adesso germogliata. Anch’io vorrei essere in uno stato di perenne ri-nascita.

    Shalom da fra Piggì

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    • 20 Ottobre 2016 in 11:48
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      Mi piace, fra Piggì. Come stai? Ho nostalgia della tua Albania. E ho scoperto, come una sorta di contrappasso, che nostalgia si dice ‘mall’ in albanese. La parola che per noi indica i luoghi del consumismo. Mi sei apparso in uno stato di ‘perenne ri-nascita’. Credo che sia lo stato migliore, quello delle speranze, del futuro. Fate in modo che l’Albania e il Kosovo non si perdano. Io ho un età e vecchi innamoramenti di paese e genti che oggi si sono persi. Ti abbraccio forte

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