Lucania/Cartolina da Tempa Rossa

La torre di Tempa Rossa
La torre di Tempa Rossa

Una distrazione. Un solo momento. Per guardare la carta stradale della Lucania. Bella giornata di fine ottobre. Da Pietrapertosa ad Aliano, via Corleto Perticara. La strada non è segnata sulla mia mappa. Mi affido a un navigatore. Paesaggio da meraviglia autunnale. Verde e scuro. Terra dissodata. Luce di cristallo. Aria come lama di vetro. Pastori che stanno cominciando a scendere dalle montagne più alte. Gli alberi con le foglie incerte: hanno voglia di cadere, di cambiare, di rimanere appese al ramo. Strada lucana: nemmeno una macchina, sbalzi dell’asfalto, frane, crepe, un sentiero da percorrere a piedi. Una solitudine bellissima a quest’ora del mattino. Bivio. Deviazione verso un pozzo di petrolio. Me ne accorgo solo quando due uomini con giubbotti rossi si fermano accanto a me e stanno lì. Io dico che mi sono perso. Loro non dicono nemmeno una parola. Stanno lì, seduti dentro la macchina.

Ancora cento metri di stradello. Alzo gli occhi dalla carta e credo di sbarrare gli occhi: penso di essere atterrato, in elicottero, in una base della Spectre, James Bond non cambia espressione, ma vede una costruzione fantastica in mezzo a un deserto o al mare. Lì stanno i ‘cattivi’. Non so a cosa assomigli questo groviglio di metalli: una decina e più di pale eoliche bianchissime come guardiani, una torre metallica ad agganciare il cielo, uomini con tute rosse e caschi alle prese con immensi movimenti di terra, formiche della contemporaneità (leggo di rancori fra operai italiani e operai dell’est europeo), caterpillar, macchine parcheggiate in maniera disordinata, container. E la stradina sbuca in una superstrada dall’asfalto liscio come il tavolo di un biliardo. Guardrail lucente. Sono abbagliato. Un’autostrada che fa un cerchio attorno all’astronave di Tempa Rossa. In cento metri sono balzato dal mondo dei pastori all’universo del petrolio, dalla Lucania (penso alla fotografie dei paesi abbandonati, alle vecchie in nero dello stereotipo che si appiglia a un immancabile Carlo Levi) a una highway nordamericana. Qui bisogna venire a fotografare. Tempa Rossa, leggo tornato a casa, è uno dei 128 progetti più importanti al mondo. Otto pozzi di petrolio, 50mila barili al giorno quando si metterà in moto, 250mila tonnellate di gas. Tutto nell’alta valle del Sauro. Nomi medioevali per una modernità che del petrolio non sa fare a meno. Un oleodotto andrà a confluire in quello che già ora porta energia liquida da Viggiano a Taranto. 136 chilometri e navi-petrolio nel porto della città-fabbrica. Nel sottosuolo lucano vi è oltre il 70% del petrolio italiano.

Sono qui in macchina. Va a diesel. Esce da qui il mio diesel?

Tempa Rossa
Tempa Rossa

Il navigatore mi porta a sbattere con l’ingresso al tempio del petrolio. Un guardiano bonaccione mi guarda con aria di domanda. Aspetto che mi chieda: ‘E voi a chi appartenete?’. Invece sta in silenzio. Ho un camion alle spalle, creo un ingorgo. Il navigatore insiste: vai avanti. Non posso. L’uomo dal casco giallo guida la mia manovra. Sono sorpreso. Sono in un altro mondo, in un cambio travolgente di paesaggio. So che qui ci sta la Total, gli olandesi della Shell e la conglomerata giapponese Mitsui (moda, chimica, alimentari…). Mi immagino Corleto Perticara alle prese con la gente di queste multinazionali. Immagino gli affittacamere, i ristoranti, la sera nel paese. Come è finita l’inchiesta della scorsa primavera? Arrestarono una sindaca, allora. Ci sarà stato il processo?

Non riesco nemmeno a fotografare. Sono lento. Qui avrei bisogno di tempo, di confidenza. Invece mi sento spiazzato. Eppure c’è un pastore che porta le sue pecore a ridosso della superstrada, sfondo della grande torre. Una foto bella e banale. Non la faccio. Mi tengo addosso lo stupore. La grande strada finisce e ricomincia una sorta di strada piena di rughe che sfiora Corleto, paese costruito a prendere tutto il sole possibile, e mi porta fino al fondovalle dell’Agri. Sono tornato in Lucania.

Mi tengo addosso il metallo di Tempa Rossa. Un tempo, a Matera, così si chiamava un’associazione più o meno ribelle. Tempa è una montagna del Sud, tondeggiante, ma dai fianchi scoscesi.

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