Fidel e Leonard Cohen

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(da venividivici.us)

Non sono mai stato a Cuba. Il lavoro non mi ha mai spinto su quell’isola. Da quelle parti, mi ha fatto volare in un’isola di poveri, in Dominicana, e in una di ricchi, alle Vergini. Ma non ho mai visto l’Avana. Non posso scrivere di Cuba. Se non per sentito dire.

Ma ho gli anni necessari per aver cantato l’entrañable presencia con gioia e battiti di cuore. E ho scritto un libro sugli anfibi slacciati di Ernesto Guevara. Ma ho solo seguito il suo cammino di ragazzo, fra Argentina e Cile. Prima che diventasse un rivoluzionario (a quei tempi, lo era di più, a dar retta agli stereotipi ortodossi, l’amico Granado. Ernesto pensava ai viaggi e alle ragazze). Ho l’età per avere in cucina (il luogo delle foto che per me significano) le foto del Che ritratto da Burri (bellissimo, strafottente, altezzoso, perfetto), di Jackie Kennedy (una bella foto, non presidenziale), di Frida Khalo e dei pugni neri, alzati da Tommie Smith e John Carlos a Città del Messico nel 1968 (e ora dimentico anche io il velocista bianco Peter Norman, eppure ho scritto un libriccino su di lui). No, Fidel non c’è, nel mio piccolo, casalingo pantheon.

Gli eroi sono tutti giovani e belli. Come il macchinista della locomotiva. Lo era Camilo Cienfuegos, scanzonato e sempre sorridente, scomparso, con molti misteri, a 27 anni. Il suo corpo non è mai riapparso, che io sappia. Non ha fatto in tempo a diventare icona e non so molto di lui, ma aveva un sorriso contagioso. Banale: la rivoluzione cubana ci piaceva perché era allegra, almeno, se non si era gay, ci appariva allegra e tropicale. Il Che, complice Korda e la sua morte tragica, icona lo è diventato. Eppure non era così giovane quando se ne andò a morire in Bolivia. E Adriano Sofri ci ricorda che forse non era nemmeno così allegro: nel suo ultimo messaggio alla Trilaterale (Algeri, 1967, pochi mesi prima della sua morte) parlava del ‘canto funebre’ della mitragliatrice. Non era certo un ‘hippy poetico e sentimentale’, Ernesto. Ma Alberto Korda (in realtà Giangiacomo Feltrinelli) era riuscito con una foto, senza volerlo e senza saperlo, a trasformarlo, a costruirne la leggenda. A Fidel non è riuscito. Nonostante tutti scrivano che è stato l’uomo più fotografato del ‘900. E che fosse un uomo imponente e bello.

Con Camilo (da wikipedia)
Con Camilo (da wikipedia)

 

Forse l’icona è la sua isola. Almeno è sempre stata una diversità, una macchia variopinta nel tetro mondo del comunismo sovietico ingrigito dai gelidi rigori di Mosca e dalla follia paranoica di troppi tiranni. Almeno Fidel era caraibico, nottambulo, sciupafemmine, torrenziale. Gli abbiamo perdonato troppo. E la storia (che non so se lo assolverà: troppi morti lungo la sua strada) lo ha condannato a una tuta blu, le ciabatte e gli occhi disperati. Temo che non lo ricorderemo in mimetica e stivali lucidissimi. Troppo mezzo secolo e più di potere. E la successione dinastica e familiare è una deriva inaccettabile. Questa è la sconfitta: una rivoluzione che non sa camminare senza i suoi eroi è una perversione. Lo abbiamo imparato con il tempo. E’ così che sembra sempre andare. Penso a Mugabe, re dello Zimbabwe, 92 anni, da 37 anni al potere: come pensa di salvarsi dalla condanna? E’ andato a Cuba alla cerimonia per Fidel. Penso a Isaias Afewerki e alla mia piccola Eritrea: la sua storia è finita nel fratricidio. Penso a Blaise Compaorè, in Burkina Faso: anche lui uccise il fratello più amato, Thomas Sankara. Gli ha sparato, ne ha fatto un’icona e lui si è tenuto lo specchio del potere per trent’anni. Ora gli è rimasta addosso solo della polvere maleodorante. Ce ne sono tanti così in giro per il mondo. Leggo che la Corea del Nord ha dichiarato tre giorni di lutto nazionale per la morte di Fidel. Spero che la diplomazia dell’Avana dica: no, grazie. Loro non ballano.

Ho fatto in tempo a conoscere Enrique Menenes. Era già vecchio e malato. Stava su una sedia a rotelle e respirava grazie a una bombola a ossigeno. Mi dette l’impressione di un uomo forte, vivace e felice, in movimento nonostante la malattia. Era riuscito a raggiungere, nel 1958, i barbudos cubani sulla Sierra, vi rimase quattro mesi, riuscì a far arrivare le foto di quella rivoluzione di pochi uomini in Europa prima di essere catturato. Quel giorno, mi fece rivedere le sue foto. Mi emozionai. Mi raccontò, lo faceva con tutti, delle amache sulla quali passava le notti accanto a Fidel proteggendosi dalle piogge tropicali solo con un telo di plastica. Si riaccende il mito. Diventa realtà, si apre una strada nel mio cuore. Ma il passato perdona il tempo presente? ‘Gli eroi non diventano vecchi’. La vecchiaia, spesso, tradisce le promesse della gioventù. C’è (c’è stato) il mito, c’è (c’è stato) il coraggio e c’è un tarlo profondo. Che corrode tutti i rivoluzionari, tutti coloro che il potere non sanno lasciarlo. Tutti coloro che hanno addosso l’illusione di interpretare il volere del popolo.

Ad Harar e a Jijiga, in Etiopia, anni fa, i ragazzini che mi vedevano passare per strada mi correvano dietro chiamandomi: ‘Cuba, cuba’. I bianchi erano solo quei soldati venuti da lontanissimo a combattere in un deserto così diverso dalla loro selva. Mi ricordo Lotta Continua che pubblicò la foto di uno di loro catturato da un nemico: ‘Che ci fa un cubano in Africa?’. Che errore tragico, Fidel, mandare soldati a combattere per la tirannia di Menghistu (alzi la mano chi sa chi è Menghistu). Certo, sulla trincea contrapposta c’era l’oscenità di Siad Barre. Insomma, il mondo, anche trent’anni fa, era abbastanza storto.

Non so cosa intendesse Leonard Cohen quando scrisse un verso di una sua canzone dove, nel 1974, si invitava Fidel ad abbandonare campi e castelli. Ma per Leonard ho avuto lacrime vere e senza ragione. Per Fidel, non riesco. Cohen mi manca, si avverte l’assenza di un poeta, ma almeno rimangono le sue poesie. Cosa rimane delle milioni di parole urlate da Fidel nella piazza della Rivoluzione? Leggo della sua gelosa competitività con Gabriel Garcia Marquez (una sfida fra titani del super-ego, come li capisco), di Inge Feltrinelli che niente contava quando Giangiacomo e Fidel si incontravano: ‘Io non ero considerata, se non come appendice’, ricorda.

(da gds.it)
(da gds.it)

 

Cerco la pagina dove Gioconda Belli, grande scrittrice nicaraguense, racconta del suo incontro con Fidel. Del suo corteggiamento puntuto, al quale non si poteva sfuggire. Dell’invito (al quale non ci poteva opporre) ad andare a trovarlo in una casa non abitata da nessuno. Non le saltò addosso, come aveva cercato di fare Trujillo. Ma Fidel non era abituato ai no. E, quella notte, scoprì con disappunto che non avevano la stessa idea sulla rivoluzione sandinista. Si raffreddò il suo entusiasmo per la bellezza di Gioconda. Che oggi, pensando a Fidel, lei scrive: ‘Ya era tiempo de irse’. E dice di questi tempi ‘senza certezze e senza utopia’. Anche lei, nel cuore e sulla pelle ha la malinconia di una rivoluzione andata a rane. Come si fa? Almeno Gioconda, come Leonard, ha la poesia dalla sua. Ed è una donna che sorride. Che sa sorridere.

E ora? Ora non c’è il corpo di Fidel. Saggia decisione, comandante. Non diventerai mummia come Lenin o Mao. Non ci sarà un corpo da venerare. Questa mossa, come il tuo stupore per i novanta anni raggiunti (hai pianto e invidiato la sorte di Ernesto? Davvero hai pianto e cercato senza soste il corpo di Camilo?), mi è piaciuta: una scatola di ceneri da seppellire, il 4 di dicembre, a Santiago. Quasi quasi io le avrei disperse in mare, come, se non ricordo male, ha voluto fare Granado. Incenerire il tuo corpo è stata una bella scelta: già lo avevi visto sfarinarsi (come si fa a invecchiare? Come invecchia la Rivoluzione?), devi aver trovato insopportabile diventare cera. Meglio essere cenere: una gioventù rivoluzionaria e un dopo-morte per riscattare decenni di potere. Sarà possibile? E’ vero, forse hai pensato impaurito dalla tua imprevista fragilità, che così non correvi nemmeno il rischio che, qualcuno, nei giri della storia, prendesse a calci la tua mummia. Davvero, fai un passo ancora: ceneri nel mare. Diventa vento, ritrova la tua gioventù.

Non ci sarà Paul Fusco a fotografare dal treno l’omaggio dei cubani a Fidel. Paul aveva fotografato il saluto degli americani a Robert Kennedy, la gente che aveva aspettato il passaggio del treno che trasportava il suo corpo. Fotografò l’America degli Stati Uniti, Paul. Le ceneri di Fidel (una scatoletta, con una piccola bandiera, poggiata su un carrello fiorito) hanno attraversato tutta l’isola. E ci sono cento Paul Fusco a fotografare la folla che aspetta il passaggio di Fidel. Qualcuno farà un libro con le foto di questi cubani. Fotografate anche quelli della seconda fila, per favore. 

Tutti sono d’accordo: nel 2016 è finito il Secolo Breve. Si aspettava solo che morisse Fidel, se ho ben capito. E’ che i secoli sono aggrovigliati uno all’altro e chi si smarrisce dietro al potere ci sarà sempre. E, all’ultimo momento, mi viene in mente che qualcuno ha saputo invecchiare da eroe (magari ce ne è più di uno) c’è: ed è Nelson Mandela. Lui il potere lo ha lasciato. Lui appariva giovane anche quando aveva novanta e più anni e come Meneses se ne stava su una sedia a rotelle. A quel che si capisce, sapeva godersi la vita e sapeva che bisogna stare di lato. Aveva empatia con la gente. Ecco, questo credo che a Fidel sia mancato. Troppo inarrivabile, troppo solo, troppo superbo.

E allora riprendo le parole di Gioconda Belli: né certezza, né utopie. E se il grande errore del ‘900 fosse stato proprio questo? Aver avuto certezze e utopie. Sapremo (saprete, sono vecchio anche io e non so invecchiare) camminare senza averne? Mi viene in mente: ‘camminare domandando’, ma così metterei la foto di un’altra icona nella mia cucina (c’è anche quella, anche se più lontana, quasi nascosta) e non voglio farlo.

 

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