Rieti/Il libri accoglienti. La libreria Moderna

Un secolo di vita, se ho ben capito.

E’ ancora una ‘Libreria Moderna’ se ha cento anni di vita?

Non ha insegna, ma io sono distratto e non avevo visto il tappetino davanti all’ingresso. Il suo nome sta lì, ma io ho dovuto chiedere come si chiamava. Mi aveva attirato una scritta: caffè, libri. Mi avevano costretto a fermarmi, i libri. Ho avuto la sensazione che quei libri fossero stati scelti senza alcun trucco. Come se il libraio (si chiama Andrea, magro, 47 anni, un barba da lettore, capace di malinconie ed entusiasmi – ho davvero visto tutto questo in tre, frettolosi incontri?) vi consigliasse con sicurezza proprio quelle pagine.

Io sono lento e quindi il mio ritmo è lento.

Primo momento: corso Garibaldi di Rieti. Ora so che sono di fronte al numero 244. Insomma, è il centro di questa città. E’ bella Rieti, molto bella. E, in una sera di tramontana, mi appariva gelida e ancor più bella. La piccola vetrina della Libreria Moderna mi ha davvero fatto rallentare, ho guardato con la mia timidezza a impedirmi di entrare. Dietro la vetrina, c’è una piccola stanza. Nessuno dentro. Potrei anche spingere questa porta a vetri. Scaffali neri, fino al soffitto, ma pochi libri. Non riesco a entrare. Il primo passo è difficile. Ma c’è l’invito su una lavagnetta: tè, tisane, vino…Mi annoto il posto e mi faccio una promessa.

L’ingresso nei giorni del Natale

Che mantengo. Alla fine della sera sono lì. Questa volta entro. Prima stanza, libri tascabili a destra. Saggi dall’altra. Seconda stanza, quasi un disimpegno. Due tavoli tondi. Infine una saletta. Quasi banconi da farmacia, da vecchia cartoleria. Confesso: mi ricorda un caffè di Asmara, un’Italia antica. Ma qui c’è un gioco. Un bel divano dalla stoffa gialla. Un altro divano. Tavolini bassi. Gente a offrirsi caffè. A parlare. Chiedo un tè, anche se sarei tentato dal vino. E torno nella seconda stanza, con tazza e pasticcini. Lì c’è un piccolo libro con Charlotte in copertina. E questo mi áncora alla banchina degli scaffali. Lo leggo, con la mia fretta, ne faccio post perché me ne innamoro. Copio: ‘Sì, a me piace sparire. E’ così. Vedo le persone. Poi non le vedo più. Forse non ci rivedremo mai’. Passo due ore qua.

Andrea Petrini, il libraio

Il giorno dopo è festa. Ma la libreria è aperta. Non c’è nessuno. Questa volta chiedo. E Andrea mi dice: ‘Sto provando ad andare in vacanza da due anni, ci ho rinunciato…’. Altre volte, ad altri che chiedevano, ha detto: ‘Altro che romantico, questo mestiere. In libreria si fatica e si fa di conto. Non si chiude mai, si legge di notte o nei ritagli di tempo’. Andrea ha studiato da letterato, esperto di archivi, cultore dei classici. Leggo che il suo libro preferito è Cime Tempestose. Fa il libraio da dodici anni. Da quando lesse, assieme a Silvia (che ora ha aperto una libreria a Roma), un annuncio di vendita: in meno di due giorni assieme decisero una nuova vita, un nuovo mestiere. Comprarono queste vecchia Libreria Moderna.

‘E cominciammo a organizzare la libreria come una piccola piazza – ricorda Andrea – Eventi, gruppi di lettura, musica, mostre’. Una grande fatica, una grande passione. Si può sopravvivere facendo i librai? ‘Sì, con accortezza, soppesando ogni passo, cercando di non fare errori. E’ necessaria passione, ma anche prudenza’. Bisogna conoscere i propri lettori. Mai prendersi trenta copie di Patricia Cornwall, in via Garibaldi non si venderebbe nemmeno una copia. Qui si cercano di libri di Minimun Fax, di Sellerio, di Neri Pozza, di Laterza. E di piccoli, miracolose case editrici. Nemmeno un libro di Walt Disney. Un solo Bruno Vespa, che è anche troppo e non vedo nemmeno in quale scaffale è nascosto.

Alessandra e Francesco

La libreria ha dovuto spostarsi dalla sede storica. Gli affitti sono i grandi nemici delle librerie. Ma a Rieti basta spostarsi di trecento metri. E trovare un locale di tre stanze. Dove costruire anche un caffè. Un caffè letterario. Questa è una storia di amici: Andrea e Silvia erano compagni di scuola, stessa università, stessi studi in archivistica. E paleografo è anche Francesco. Andrea e Silvia cominciano. Poi lei apre un’altra libreria a Roma. Arriva Francesco, compagno di archivi. Lasciano queste ricerche antiche (con rimpianti?). Francesco, per un po’, fa il ristoratore e poi con Alessandra apre il caffè dentro la libreria di Andrea. ‘Ci diamo mano a vicenda – dice – vi è chi entra per un bicchiere di vino e alla fine compra un libro. E viceversa. A volte non è facile spiegare cosa è un caffè letterario’. Negli inverni, alla domenica pomeriggio, il caffè-libreria si affolla. E qui si può stare: se i ragazzi vengono a studiare, nessuno li caccerà, anche se prenderanno solo un caffè e non compreranno nemmeno un libro.

La cattedrale

I lettori diventano amici. C’è chi si preoccupa per Andrea e porta sempre un sacchetto di cioccolate. C’è un muratore (farà il muratore?) che viene ogni sabato. Non ha studi alle spalle, ma compra libri di Cacciari e Severino. Io, che ne cercavo le poesie, vedo un testo di economia di Ezra Pound. ‘E’ un libro per quel lettore del sabato’, mi spiega Andrea. Strane storie: qui è venuta Barbara Balzerani e ha venduto settanta copie dei suoi, bellissimi libri. Libreria di sinistra? Sapete che a cento metri da qui c’è una sede di casa Pound (chissà se hanno letto i testi di economia di Ezra come fa il muratore?). Libreria intelligente e accogliente, direi io. Qui si amano i libri di Nada Malanima. Qui si leggono i noir (i gialli?) che raccontano il mondo: Manzini, Carofiglio, De Giovanni. Si legge Saviano, Fois, Aruffa, Andrea Bajani. Si vendono poco i poeti (peccato) e bene i classici (ma qui entrano in gioco i consigli di Andrea: Jane Austen, Dostoevskij, Pirandello…).

Charlotte sul tavolo

Io lascio il libro di Charlotte Rampling sul piccolo tavolino nero. Lo lascio con il magone addosso, spero che qualcuno me lo regali e compro, finalmente, un libro di Nada (che ritrova quel cognome che i discografici le impedirono di usare). Il libro è Leonida, nell’edizione in copie numerate di Atlantide.

 
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