Etiopiche/Cartoline dalla Dancalia

 Fatima

Fatima
Fatima

Domenica, primo giorno, mercato di Sembete

Uso un trucco. Mostro una foto a una donna e lei grida. Perfino la vecchia che voleva cacciarmi, adesso è incuriosita. La donna si alza, continua a gridare e indica: ‘Di là’. Scivolo fra le donne sedute a vendere granaglia. Ho il grande albero come riferimento. Mi faccio largo.

Fatima frigge frittelle al mercato di Sembete, paese oromo degli altopiani etiopici. E’ giovane. Bella. Ha occhi che vogliono guardare il mondo. Sua madre è sempre con lei. Vengono da un villaggio delle campagne. Portano con sé una teglia profonda, olio di semi di girasole, farina e acqua nella jerica di plastica gialla. Friggono tutto il giorno. Preparano il tè. Il suo spazio, al mercato della domenica, è a poco distanza da un grande e vecchio eucalipto. Vicino al fiume. Girate un po’ da quelle parti e alla fine la troverete.  Lavorano protette da pareti di ramaglie. Altrimenti dite il suo nome. Io avevo una foto e un ragazzino, facendo lo slalom fra cento donne accucciate davanti ai loro prodotti (ceci, semi oleosi, lenticchie…), mi ha portato fin da Fatima.

Potete usare questa foto, se volete. Le frittelle di Fatima sono eccellenti. 

Hanno maltratto le foto, se le sono passate di mano in mano, hanno riso, finalmente le hanno infilate dentro una scatola di cartone. Sono diventate serie.

Fatima aveva finito le frittelle, questa volta. Peccato. Ma una, fredda, è saltata fuori da sotto un panno e me l’ha offerta. Alla fine, la mamma di Fatima ha detto: ‘Sei della famiglia’.

Il bar di Kazaita

Il bar-ristorante di Kasaita
Il bar-ristorante di Kasaita

Lunedì, secondo giorno, Kasaita

Non sono affatto sicuro che si chiami così, il primo villaggio afar dopo la discesa di Bati. Scrivo Kasaita, poi indagherò.

Da tempo non mi fermavo qui, era un luogo troppo malridotto, gli autisti non ne volevano sapere. Ora il vecchio bar è passato di mano. E’ arrivato un tigrino e la sua famiglia. E ha rimodernato la capanna. Frigorifero, televisore, buona cucina per camionisti. Parete verdi. E Tewabech: giovane donna amhara. Arrivata qui dall’altopiano. Appare felice. Culla una bambina, terzo figlio. 

Provo la stessa domanda che da un po’ d tempo faccio di continuo: qual’è l’oggetto importante della tua vita? Non ha molte incertezze, Tewabech: la croce. E aggiunge la Bibbia. Posso fotografarti con questi oggetti? ‘Li conservo sotto il materasso’. Chiedo, molesto interlocutore, se può mandare suo figlio a prendere la croce. ‘E’ ben nascosta’. Nel profondo del materasso. Assieme ai soldi. E allora fotografo Tewabech, la sua amica del cuore, Haymanot, e sua madre nel loro bar per camionisti.

Assefa, a sera, mi consiglierà: conserva gli oggetti preziosi sotto il tuo materasso, stanotte. 

 

Il sarto

Jamal, il sarto
Jamal, il sarto

Martedì, terzo giorno, Asayita

Fotografo Jamal Ahmed, il sarto. Che tiene in mano una foto di Jamal Ahmed, il sarto, mentre tiene in mano un’altra foto di Jamal Ahmed, il sarto. Cosa diceva Roland Barthes sulla finzione reale della fotografia? Cosa ci fa Roland Barthes ad Asyaita, antica capitale del sultanato afar? Passeggia, semplicemente, e ha incontrato il sarto. Lo incontra ogni volta che passa di qui. A volte si fa riparare lo strappo dei pantaloni.

Dice di chiamarsi Jamesbrown. Tutto attaccato. Quest’anno preferisce farsi chiamare Jmmycarter, tutto attaccato. Chissà perché Jmmy Carter? Come fai a sapere chi era? Perché il suo nome ti è rimastico impresso? In realtà si chiama Jamal Ahmed.

Dice di sé: ‘I’m the fantastic man di Asayita’. E controlla che lo scriva sul mio taccuino.

Dice di aver giocato a calcio e di aver fatto il boxeur.

Ora fa il sarto.

E mi fa conoscere sua moglie. Non può lasciare il suo stabbiolo al mercato. ‘Ci sono i ladri’, mi spiega. Però vuole che fotografi sua moglie e i suoi figli in casa. Una sola stanza (con retrocucina) dietro la bottega. C’è un letto, due materassi per terra, una piccola televisione. Lei taglia cipolle con un coltello a mezza luna.

Alla fine mi chiede: ‘Muslim?’.

I mestri di Karsawat

I maestri
I maestri

Mercoledì, quarto giorno, Karsawat

 La scuola è a pezzi. Le lavagne sono poggiate per terra. Le sedie sono quattro bidoni sfondati di vecchi aiuti di UsAid. C’è un solo banco disossato. Non c’è ‘niente’ nella scuola di Karsawat, villaggio-crocevia di chi vuole salire al vulcano. Ci sono le mura, le scritte sulle pareti. Niente altro. La polvere della fetida piana di Dodom, tavolato di fango. Il villaggio si è come spostato: capanne di lamiera sulla sponda occidentale di un grande wadi. Così i fuoristrada dei turisti non s’insabbiano più. Leggi dell’economia. Un tempo le capanne a cupola erano sull’altra sponda. Ma i soldi del turismo (affitto di una capanna per mangiare, cammellieri, ‘diritti di passaggio’), all’apparenza, non hanno reso migliore Karsawat.

Ma non è vero che non c’è ‘niente’. Ci sono i maestri. Ogni anno li trovo qui. In stanzini-cubicolo dalle mattonelle bianche e malridotte. Hanno giaciglio stesi per terra nelle stanze di una clinica che mai ha funzionato. Ogni anno cambiano. Hanno sempre i cellulari in carica. Sono ragazzi dell’altopiano. Del Wollo. Di Dessiè. Musulmani. Sorridenti, hanno facce allegre. E credo che in questo ‘niente’ si diano da fare.

Spingo una porta e quasi urto una ragazza. C’è anche un ragazzo, seduti a terra, in due metri quadrati, c’è un piatto di ‘njera con pomodori. Dove hanno trovato i pomodori questi maestri? Mi accuccio anche io. La ragazza strizza un piccolo limone e mi offre questa leccornia, mentre fuori si alza ancora il vento di polvere.

Il vulcano

Il vulcano ci prova a uscire
Il vulcano ci prova a uscire

Giovedì, quinto giorno, Erta Ale

Nel giorno del vulcano non ci sono altri personaggi se non Lui. Occupa tutta la scena. Solo il vecchio Guy (cammina con un bastone, ha capelli bianchi e arruffati, sembra un leone, gambe storte, schiena curva, collo incassato nelle spalle, ma avanza nella lava senza una sola incertezza) prova a prendersi una parte nello spettacolo notturno. Ci riesce quando mi dice: ‘Sto aspettando che venga fuori’. Ed è lì, seduto sulla frattura del cratere: aspetta. Aspetta che un’onda di lava arrivi fin sotto i suoi piedi. Mi viene in mente Leonard Cohen che sa che da ogni fessura può uscire la luce. Scusatemi, è una sciocchezza.

Il vulcano ha deciso di sorprendermi. Ha costruito una nuova montagna. Ha lasciato le profondità del pit-crater, ill pozzo dove, per anni e anni, ha mugghiato prigioniero e ha risalito le sue pareti verticali. Vuole continuare l’impresa cominciata dodicimila anni fa: crescere, crescere, crescere…come una Torre di Babele magmatica. Mi avevano assicurato: la sua leva fuoriesce una volta ogni settanta anni. Adesso, per il decennale del mio primo viaggio in Dancalia, ha deciso che era tempo di darsi da fare. Per la seconda volta in cinque anni. Sta accadendo qualcosa, l’Erta Ale fa le sue prove.

La lava è lì, a un centimetro dal bordo. Lo stagno è più piccolo, certo, ma la mareggiata è continua e le onde provano a superare l’ultima, fragile barriera che sbarra la sua libertà.

Nella notte si cammina sulla lava nuova. I passi scricchiolano sulla carta vetrata. Vorresti diventare leggero. Nessuno conosce il sentiero sicuro. Il tessuto della lava si incrina, cerca di aprirsi, cede sotto il tuo peso. Ti riprendi, metti i piedi su una ruga e cammini fino al fuoco.

My family

La mia famiglia
La mia famiglia

Venerdì, sesto giorno, Hamed Ela

Aisha lavora come sua madre. Intreccia stuoie tutto il giorno. E sta attenta a Yassin, che adesso corre dovunque e fa le linguacce.

Come Medina: non immagino Aisha con le mani ferme. Qualunque cosa faccia, ha le foglie di palma in mano e le incastra una nell’altra. Ha interrotto solo per questa foto.

Medina, la madre, è a Berhale, il grande paese della scarpata.

Il fratello di Dini torna dalla cava del sale. Ha un dente spezzato, vene che escono dalla pelle e capelli aggrovigliati. Si lava le mani, si sfila pantaloni e indossa la futa. Abbraccia con tenerezza Yassin. Ha un viso di spigoli e l’aria disfatta di un giorno di lavoro sotto il sole della Piana del Sale. Anche lui si chiama Yassin.

Alima, la sorella di Fatuma, sorride. E’ bellissima. Minuta. Sa dire: ‘Good morning’. Fatuma era la più sveglia del villaggio: veniva a chiedere magliette al campo dei bianchi e se ne andava soddisfatta. Ora avrà quindici anni e un figlio. Alima è altissima. E sotto il velo ha un gioco di treccine.

C’è un parente, un uomo con la faccia scavata e quasi calvo. Credo che sia un cugino nel senso africano della parola. E’ gentile, gioca con Yassin.

L’altro Yassin (nella foto non c’è) si cava da un nodo della futa una biglietto da cinquanta birr. E manda a comprarmi acqua. Poi mi dona la bottiglia.

Mi accompagna alla macchina. Mi porta il piccolo zaino. Ci salutiamo spalla contro spalla.

Una mostra ‘permanente’ ad Hamed Ela

La mostra di Hamed Ela
La mostra di Hamed Ela

Sabato, settimo giorno, Hamed Ela

 

Una plastica lurida, ma a tenuta stagna. Ben stretta da un cordino, usato per allacciare i colli dei cammelli, che sono dromedari.

Un nodo ben fatto.

Polvere ovunque. Gli afar di Hamed Ela non amano le case in muratura. Ma Hussein non poteva che costruirla. Un capo deve avere i mattoni dove poggiare le spalle e una lamiera sul tetto.

Ma qui si dorme in capanne. Su materassi di gommapiuma protetti (si fa per dire) da un copriletto colorato. Ma la casa c’è. Era il ‘museo’, la galleria d’arte. Un’esposizione ‘permanente’ ad Hamed Ela, nella Piana del Sale, uno dei cuori della Dancalia.

Adesso, la casa è un magazzino.

Ma le foto ci sono. Chiedo. E un ragazzo apre il lucchetto, scaraventa via un panchetto spezzato, si fa largo fra i detriti e trova il ‘tesoro’.

Le foto della mostra di Paolo Ronc e mia sono ancora qui. Ben protette. Pronte a essere rimontate, qualche graffio, ma stanno bene. Le tiro fuori, le distendo a festone, le faccio vedere.

Non potrebbe esserci luogo miglior di Hamed Ela per mostrare le foto. Per fare una mostra.

Il ragazzo riavvolge il cordino, ha una sua delicatezze, mette le foto una sull’altra e le ricompone la protezione di plastica. Rifiuta l’offerta di Ginevra che si offre di comprarne una.

Quando passate dal paese dei cavatori del sale, cercate una casa in muratura. Non è difficile: qui c’è il racket della Coca-cola e prima o poi ci capiterete. Tirate fuori questi venti birr per la Coca e, facendo finta di niente, chiedete: ‘Posso vedere le foto di Paolo e Andrea?’. Date cinquanta birr al ragazzo.

Adesso abbiamo una esposizione permanente e impacchetta ad Hamed Ela.

Il canyon

La strettoia del canyon Saba
La strettoia del canyon Saba

 

Domenica, ottavo giorno, canyon del torrente Saba

Anni fa ho imparato. Allora si andava in Patagonia in cerca degli ultimi indigeni sopravvissuti all’arrivo dei bianchi alla Fine del Mondo. Per loro non era la Fine, era il Centro della Terra. Io andai in cerca dell’ultima india Ona, Virginia Choquintel. Trovai una donna povera e perduta, in una casa di legno squassata dal vento. Ne ho scritto.  E non mi sono mai perdonato di non averla lasciato in pace. Da lì passavamo tutti: uno scrittore belga che voleva intervistarti, un fotografo argentino si rubò la foto del suo compagno (pensate: era un italiano disperato, si chiamava Nino), un antropologo spagnolo si arrabbiò: tu non sapevi niente della tua gente. Vi era qualcosa di indecente nella ricerca dell’ultimo indigeno, reliquia di sensi colpa bugiardi.

Oggi, ultimo giorno, mi sono seduto nella  strettoia del torrente Saba. Là dove il canyon si allarga per chi risale verso l’altopiano. E’ un bel posto questo, si sta bene qui. Dieci anni fa varcai per la prima volta questo porta stretta della Dancalia. Oggi non ho proseguito. La mia Dancalia, questa volta, finisce qui, dove le rocce si avvicinano. Ho i piedi bagnati e addosso il senso della polvere di questa terra. Credo che il tempo delle carovane, delle grandi carovane, stia vivendo il suo tempo finale. C’è una strada di asfalto che oggi porta alla Piana del Sale. E questo sale vale sempre meno nei mercati dell’altopiano. Ma non scriverò mai che davanti a me è passata l’ultima carovana. 

I cammellieri preparano ancora il pane duro. Sciacquano le corde intrise di sale. Riempiono le otri di acqua. Accendono il fuoco, sfamano con paglie gli animali. Aspettano all’ombra (conosco le curve del canyon dove si fermano, là dove il sole tarderà ad arrivare) che ossa e muscoli riprendano qualche forza. E poi riprendono il loro cammino. Verso la Piana chi ancora deve fare il carico. Ne avrà ancora per giorni. Altri risalgono, stanotte saranno al grande paese della scarpata. 

Guardo il loro andare, i loro sandali di gomma fabbricati in Cina, il bastone sulle spalle. Il cordino che lega i cammelli indifferenti.

Un cenno di saluto, un movimento della testa, impercettibile. Tutto qui. Questa volta non cammino il canyon. 

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6 pensieri riguardo “Etiopiche/Cartoline dalla Dancalia

  • 5 Febbraio 2017 in 13:52
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    E stato un vero piacere intraprendere questo meraviglioso viaggio con te, in oltre il tuo gesto di consegnare le foto fatte in precedenza ti rende onore, piccoli gesti ma di grande valore. Vienici a trovare, un abbraccio Claudio

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    • 5 Febbraio 2017 in 19:07
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      Che sorpresa, Claudio. Ero tranquillo in questo viaggio. Lo scorso anno pensavo che fosse l’ultimo viaggio che avrei fatto in Dancalia. Ero ‘agitato’ e ansioso. Quest’anno credo che mi abbiate dato una mano: siamo stati leggeri. E sì, questa storia delle foto mi piace molto e cerco di realizzarla ogni volta che mi è possibile: in Lucania come in Dancalia o in Nicaragua. E se non è possibile cerco qualche soluzione: è anche ‘divertente’ per chi ripasserà da Sembete trovare Fatima che frigge le frittelle. Grazie ancora a voi…ci vediamo a Salalah, insh’allah. Magari vengo a fare un corso di arabo…

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  • 5 Febbraio 2017 in 22:10
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    Meraviglioso, come sempre!

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    • 7 Febbraio 2017 in 21:03
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      Grazie, Beniamino…a presto, spero

      Risposta
  • 7 Febbraio 2017 in 1:25
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    Che fine hai fatto? Sei improvvisamente sparito dai ( miei) radar (come al solito commenterebbe qualcuno malizioso). Rifatti vivo bischeraccio! Cesare

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    • 7 Febbraio 2017 in 21:05
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      E’ che vado di casa in casa, sembra folle e lo è: Matera, Addis Abeba, Granada in Nicaragua…alla fine a Firenze, a San Casciano davvero poco tempo. Ci sono nei primi giorni di primavera. Proviamo? A fine aprile faccio una ‘cosa’ a Udine…mai stato a Udine, credo.

      Risposta

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