Chourmo a Taranto

La foce del Galeso, il fiume più breve d’Europa

Chourmo, in provenzale, è la ciurma…

Il fiume più breve d’Europa. Novecento metri. Trova il tempo e il modo di fronteggiare la ciminiera azzurra dell’Ilva, di resistere a un viadotto, di convivere con una ferrovia, di sfiorare le rovine dei cantieri navali. ‘Ci lavoravano mille persone’, ricorda Alfredo. Il Galèso sgorga da una polla sotteranea. Fiume carsico. C’è una sorta di piscina, erbe acquatiche si fanno tappeto, acqua limpidissima. ‘Qui i ragazzi di Tamburi hanno imparato a nuotare’, mi dice la grande mole di Michele, seduto su uno scooter e avvolto in un asciugamano verde. I ragazzi di Paolo VI sono cinquanta metri più a valle, sotto il viadotto della ferrovia. Geografie dei quartieri. La natura è resilienza in questo crocevia: si inorgoglisce contro il cemento. Lo sapevano Virgilio e Orazio che non si sono lasciati sfuggire questo fiume e se ne innamorarono. Le acque dolci del Galèso si uniscono alle acque salate del primo seno del Mar Piccolo di Taranto e, mi raccontano ancora, sono uno dei segreti della felicità delle cozze.

Il rifugio di Alfredo
Il pranzo
Francesca
Alfredo

Non dove sto andando, il navigatore si attorciglia e mi lascia davanti alla distruzione dei cantieri navali. Luoghi periferici, terremoti. Il ritmo squassato della periferia. Parlate di luce,poesia abitata, mi hanno detto: vieni. Ho fatto resistenza, stanchezza. Sono venuto. E, alla fine, sobbalzo di strada di buche, c’è la foce del fiume invisibile e bellissimo. Le papere scivolano sull’acqua, pesci fra le canne. Davanti a noi, orizzonte a cerchio, la vecchia Taranto, isola di rovine e tesori. Ho tutto davanti a me, qui, all’imbarcadero del Galèso. Balzo al cuore davanti ai cantieri in demolizione, luogo di abbandono, uomini soli in caccia. Ancora cento metri, gli artisti sul mare, sono assieme ad Alfredo, pescatore e guardiano di questo luogo. Oggi è una giornata luminosa, ma immagino la solitudine notturna e invernale. Alfredo è qui da ventinove anni. Arrivano i poeti, le performer, le grafiche, le pittrici, la gente del teatro. Ci si immischia. Più donne che uomini. Arriva il cibo, fa caldo, birra Raffo, questa è Taranto. Questo luogo ha trovato il suo nome: Rifugio.

Antica discussione sotto il viadotto
Il viadotto sopra il fiume Galèse
Il primo bagno della stagione
Gabriele racconta del poeta Pasquale Pinto

Calogero ci guida fino alla sorgente del Galèse. Passaggi sotto i viadotti, reti di ferro arrugginito, pittori che ci sorprendono. Questo è un film balcanico, ci vogliono i violini, le trombe. I ragazzi di Tamburi e Paolo VI occupano il ponte, si tuffano, sapore di una libertà selvatica. Michele ha capelli lunghi, lo scooter, occhiali a specchio, sta in silenzio. Ma io devo fotografarlo. Arriva Ciro e si mettono in due a spiegarmi della bellezza dei bagni a un passo dalla ferrovia. Si mettono in posa davanti alla vasca delle sorgenti. Ho un invito a Tamburi. Gabriele ci raccoglie a cerchio, all’ombra degli eucalipti, e ci racconta di Pasquale Pinto, delle sue poesie, delle parole di un uomo che ha passato la vita all’Italsider. Guardo la ciminiera tinta di azzurro che spunta oltre il canneto. Calogero ci mostra la bellezza del Mar Piccolo. Parlate di luce, sì, credo che sia così. La luce di Taranto.

Il Mar Piccolo e Taranto e le sciaje, i campi delle cozze
Michele e Ciro alle sorgenti del Galèso
Pittore di sottopassi ferroviari
Parlate di luce

Birra Raffo, pasta, cous-cous, un ragazzo spagnolo che vuole fare il volontario in Toscana. Parole. Cosa stiamo facendo? Mi appare una meravigliosa pazzia, non c’è maniera migliore di passare il tempo così. L’imbarcadero si affolla, ancora birra Raffo, chiacchiere, cerchio, racconto, malinconie, risate. I pittori colorano le baracche abusive. I bambini giocano con le barche, le papere si infuriano e se ne vanno sdegnate. Alfredo apre con un gesto del coltello le cozze. Ci sono dieci modi di ‘aprire’ le cozze. Mangio senza pensieri. Ascolto. Calogero ha un libro di poesie. Legge. Lentezza. Quasi tramonto. Questo luogo è il ‘900 di Taranto. Ne è anche un possibile futuro.

Non mi è venuto in mente nelle ore di Galèso. Dove ho avvertito la stessa sensazione di queste ore? A Marsiglia, anni fa. Quando seguivo le tracce di Jean Claude Izzo. Che usava la parola Chourmo. Ecco:

Chourmo, in provenzale, significa la ciurma, i rematori della galera. A Marsiglia le galere le conoscevamo bene. Per finirci dentro non c’era bisogno, come due secoli fa, di aver ucciso il padre o la madre. No, oggi bastava essere giovane, immigrato o non. Chourmo è diventato un gruppo di incontro. Lo scopo era che la gente si incontrasse. Si ‘immischiasse’, come si dice a Marsiglia. Degli affari degli altri e viceversa. Esisteva uno spirito chourmo. Non eri di un quartiere o di una cité. Eri chourmo. Nella stessa galera, a remare! Per uscirne fuori. Insieme.

Ci sarà una parola simile in tarantino?

 

Calogero
Pasquale Pinto

Andiamo a Taranto, città vecchia. Chiesa degli Armeni. Piccola, bella. Ci sono ancora armeni? Un lapide ricorda un poeta armeno. Taranto è Algeri, è Tripoli, è Tangeri. A volte è Beirut. Caffè letterario e club Sissy (e non credo che sia la mia Sissy) a due passi di distanza. Case sbarrate da mattoni e crolli e b&b pittati di fresco. Taranto è Taranto. Nella chiesa degli Armeni ci sono Alessandra e Iula: performance, tempo per un solo spettatore. Ascolto, mi incanto delle parole, sto lì, qualcosa sfiora la pelle, cerca di entrare, non faccio resistenza. Non è vero: ho bisogno di tempo. Ho bisogno di un abbraccio, me lo prendo. Abusivo. La macchina fotografica vuole difendermi. Dice: attenzione. Candele, ossa, vertebre, vestiti di primavera, fango. C’è un quadro con una ragazza nuda, in piedi, di fianco: vorrei fare una foto così. Ascolto e qualche ferita si apre. Ne sono felice.

Poi esco, e l’altra performance sono i ragazzi della Juventus, fra macchinemangiasoldi sfasciate, capelli da mohicani, birra Raffo, partita in streaming, stemmi di tutte le squadre e Del Piero gigante.Sì, qui vorrei venire a vedere la finale di Cardiff.

Devo chiedermi cosa unisce le artiste della chiesa degli Armeni a questa Taranto. Cosa accadrebbe se mettessi una cuffia agli orecchi del tifoso juventino e ci fossero le parole della poesia smarrita?

Giorni dopo mi arriverà la poesia della donna-primavera e fango:

se questo smarrimento arrivasse da te?

che non hai l’immobilità apparente degli inverni

la quiete del bianco

che dall’irrequietezza delle mani placa

un poco, un poco

tutti i fiori spalancano in vita nel mio cuore

Forza Juventus
Alessandra e Giovanni
Una primavera?

A Taranto si scrive. Sulla lavagne in casa, sui muri, in taccuini infiniti. Si rivelano amori a corpo 50 sul muro.Intimità pubblica. Non lo si cancella quando l’amore finisce. Ci insegue. Si è poeti. E’ solo quello che voglio vedere? Non è così, immagino. Questa città mi appare tosta, troppo per me. Fossi stato un po’ più giovane. No, qui avverto fratellanza, un patto di corpi. Chourmo, appunto. Non scriverò sui muri, però ne immagino la libertà e il furto. Rimane lì, anche quando l’amore finisce. Un istante che non scompare. E ti rimane addosso.

 

A casa di Calogero
Il danno
Il problema non è l’auto parcheggiata davanti.
Raccontatemi questa storia

 

E poi c’è una mattina, un bosco costiero sconosciuto, Chiatona e le sue case di mare, sentieri fragili, un cercare difficile, non servono navigatori, ci sono le voci, i lupi, le ferrovie, le ragazze, le guide, una pigna come lasciapassare, le parole sussurrate, il prendersi per mano, gli animali sugli alberi, la passione, un letto nel bosco, l’abbraccio. Oramai in questi due giorni di Taranto non so più cosa sto mettendo in borsa, Mi lascio trascinare. Ringraziare desidero questa giornata, il sole, il mare, le parole, il nascondersi e il rivelarsi, l’innamoramento e la timidezza sfrontata. Forse so cosa ci faccio qui. Solo per un momento. Inseguo attori fra gli alberi. Vorrei diventare albero di pineta. Aria di mare.

 

Il lupo?
Di qua…
Ringraziare desidero…
Incontri lungo i sentieri fragili

Al mattino, il mare. La barca per vogare. La gente che prova a correre sul marciapiede del lungo mare. I colori, l’aria, sto qui

Dalla ‘mia’ finestra

Una volta fotografai un cane nero a Paolo VI, c’è un cane (ci sono mille cani di tutti) fra i vicoli della Città Vecchia

Il cane nero di Paolo VI
Ci sono sempre cani a Taranto

Un pensiero in ritardo: a casa c’è la foto di un calciatore sul frigorifero. Assomiglia a Beppe Savoldi. Chiedo: è Iacovone. Erasmo Iacovone. Segnò nove gol, aveva segnato perfino a Bari (era storia grande, da diventare gloriosa) il Taranto sperava nella serie A. Alle una di notte, un Alfa rubata travolse la sua piccola Dyane. Anche questa storia mi rimane dentro. Non ho fotografato il frigorifero di Giovanni. Me ne dispiace.

Calogero ci prende nuovamente per mano. Ci porta a casa sua. Alla sua vecchia casa. Il padre ferroviere, origini siciliane. La stazione luogo dove crescere. Questa era la cucina, queste le camere. I treni davanti, la colonna dell’acqua, le foto nelle stesso luogo di mezzo secolo fa, gli alberi cresciuti nella casa, il camino crollato, i bulloni dei binari, la storia. ‘Come sarebbe bello rimettere in funzione i binari’. Calogero se ne andò nel 1968, la scuola era troppo lontana. Il babbo di Calogero era un uomo sorridente e gioioso. Lo si intuisce dalle foto. Si devono essere divertiti qui.

Camminiamo fra i papaveri. C’era un contadino, duemila anni fa: Virgilio lo ha conosciuto, possedeva un territorio difficile, inadatto al pascolo e alla vigna, però ‘costui, radi fra gli sterpi i legumi e intorno candidi gigli e verbene piantando, e l’esile papavero, pareggiava le ricchezze dei re in cuor suo e rincasando a tarda notte ingombrava la sua mensa di cibi non comprati. Era il primo a cogliere la rosa in primavera, ma anche i frutti in autunno‘. Un altro filo, da Virgilio al contadino, fino a noi che camminiamo per queste terre. C’è una masseria con una grande torre, un tempo c’erano le vigne. Calogero sceglieva ogni giorno uve diverse. I papaveri crescono in un vecchio campo di fave.

I papaveri di Virgilio
Calogero davanti alla sua vecchia casa-stazione. Il padre nella foto.
Scambio di binari
Quanti anni fa?

Questi giorni-mosaico non finiscono. Hanno parole. Hanno poeti, vado via prima della fine, vorrei altro ancora, ma so che non riesco a fermarmi. Vado via. Sbaglio strada, sbaglio sempre strada. E vorrei un abbraccio. Guardo la donna dai capelli rossi che stupisce la baracca di Alfredo, osservo di sfuggita la donna bionda (la immagino bionda) che piange e penso, senza pensarci, all’uomo che non ha staccato di dosso gli occhi dallo scalpellino mentre scolpiva: ‘Sono fiero di voi’. Eppure, che Dio mi perdoni, penso: sì, sono fiero di voi. Ringraziare desidero…

Il rifugio di Alfredo
I’m sorry
Sono fiero di voi

 

 

 

 

print

Un pensiero riguardo “Chourmo a Taranto

  • 16 maggio 2017 in 15:14
    Permalink

    Amate il desiderio e le ciminiere si colorano d’azzurro e non fa niente se le papere se ne vanno impettite e sdegnose, abbandonando per un po’ il loro rifugio

    Risposta

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.