Lucania coast-to-coast/Il cammino della strada ferrata (da Castelluccio Superiore a Lauria)

Il pastore a cavallo

Il viaggio conta i suoi giorni, sa del tempo che finisce. Ha acquistato abitudini, ritmi, giochi ripetuti. Il pasticcio sarà fermarsi, voglia di continuare, camminare fino all’infinito. Lo scrivere si attenua. Sbiadisce, perde forza, non è più istinto, è mestiere stanco. Ma è bellissimo il paesaggio dalle case sospese di Castelluccio Superiore, dalla finestra dell’albergo verticale. Un saluto a Pietro, alla sua aria lontana e ad Elena che è già a tenere aperto il bar e il gioco del Lotto.

Si va via dalla cappella del Carmine. Quante chiese in questo paese. Si va per strada sterrata. Ci sorpassano pastori a cavallo. Antonio ci guarda passare – ‘A piedi siete? – e mi lancia un bastone da cammino: ‘Anche io cammino’. Un dono per cominciare la giornata.

Ma sarà giorno di imbrogli, di pioggia, di sbarramenti, di recinzioni, di rifiuti gettati dalle macchine. Insomma, per chi va a piedi la giornata non è granché dopo gli sfolgorii del Pollino. Finita la solitudine: qui si segue la ex-statale 19, strada di camion per lo svincolo autostradale di Galdo, strada di auto che vanno veloci e tagliano le curve. Andiamo incontro alla ‘civiltà’. Il tempo lo sa e ci mette sull’avviso, il sole ci accompagna fino al valico del Prestiere, poi sarà acqua sulle nostre teste. Come a dire: dai, retromarcia, fermatevi qui da noi. Destino nomade. Lascia alle spalle malinconie che avrebbero potuto essere ‘altro’.

La strada per Foresta

Cammino pianeggiante. Boschi di noccioli, poi un querceto. Croci sugli alberi. In alto la Madonna del Soccorso: dovremo studiare percorsi di crinale. Questi primi chilometri sono belli. A Capo Foresta una famiglia ci guarda con stupore e qualche diffidenza. Tre cani ci seguono. La donna ci offre caramelle. ‘Prima c’era gente, più contadini, ora solo i cinghiali’. Passiamo dall’aia della ‘campagna’, il sentiero è infrascato.

Noi andiamo in cerca, azzardata, della massicciata della vecchia ferrovia. Nel 1978 chiusero le ferrovie calabro-lucane. Andavano da Castrovillari a Lagonero. Qui si attorcigliavano in gallerie a elica, correvano su viadotti, facevano cammini aerei su viadotti. Sono ancora lì. In quarant’anni, alberi e cespugli hanno riconquistato la massicciata. La strada è vicina e le pietre della massicciata sono discarica. Mi allarmo nelle gallerie, ma decidiamo di andare nel buio. Da solo, non sarei entrato qua dentro. Il cammino va in tunnel, nello scuro. Non c’è vita in questa notte artificiale. Nemmeno una pianta.

Qualche apprensione (mia)
Uscita dal tunnel del Prestieri
Dentro la galleria

Dal valico del Prestieri a Galdo. Rombo di camion, lo registro. Devo mandarlo al Poeta? Svincoli di autostrada. Cemento su cemento. Groviglio di strade. Hanno costruito un labirinto alla contemporaneità. Potevano fare di meglio, ma sono i cantieri del lavoro, questi.  ‘Ci avevano detto: verrà gente’, mi dicono al bar. Come a dire: se ne sono andati e noi qui con i debiti. Ci sono ristoranti, luoghi immensi per matrimonio, pizzerie, magazzini di ‘regalistica’ (arruffio di venditori di regali, statue, addobbi floreali, confetterie, industrie dei matrimoni, insomma). Un Cristo di gesso in mezzo a Veneri, nanetti e aquile. Addio davvero al Pollino e alla solitudine. Caterpillar e piloni di ponti. Il passaggio dei camion è un tuono. Al bar chiediamo della strada ferrata. ‘Andate, va dritta’. Non sarà così. Casello di Galdo in rovina.

Statue e regalistica a Galdo
Il casello dei Prestieri
Viadotto

Casello quarant’anni dopo il suo abbandono

Piove. Riparo al bar. Sole. Temporale con gli scrocchi dei tuoni. Ripartiamo. Piove a secchiate. I ciottoli della massicciata provano a dar fastidio ai piedi. Piove. Galleria. Recinzione dura, cancelli saldati, un uomo ci guarda all’alto. Proviamo da tre lati. Non si passa. Hanno rinchiuso pezzi di collina. Piove. Dobbiamo risalire fino alla strada. Risbuchiamo nella frazione di Santa Elia. Non la trovo sulle carte. Maria Teresa e Domenica ci mettono sulla strada giusta, ma ci avvertono: ‘Non andate in galleria. E’ pericoloso’. Alla vecchia stazione di Lauria (almeno tre chilometri lontana dal paese) passiamo un cancello, camminiamo su un viadotto, entriamo nella galleria sotto il massiccio della Serra Pastorella. E non ascoltiamo il consiglio delle due donne. Io so cosa c’è di là e ne ho timore.

Stazione di Lauria
Viadotto di Lauria
Stazione di Lauria
Galleria di Lauria

Di là c’è un ponte azzardato. Capolavoro di ingegneri ferroviari. Ponte di ferro, sospeso in un vuoto da vertigini. I manovali di questa ferrovia erano equilibristi: il treno doveva passare, volare, traforare montagne. Per allacciare paesi a paesi, provincie a provincie. I muratori e i fabbri di queste terre sono stati davvero capaci di costruire miracoli. Fatene qualcosa di questa meraviglia di ferro e pietra. Il ponte sembra stare nel vuoto. Ha resistito a due terremoti. Io soffro di vertigini, ma il paese devo guardarlo. Lauria, ancora una volta, è sospeso, paese in verticale purissima, si va scivoloni fra ferule giganti. Guardo il paese laggiù. Da dove scendiamo? C’è un deposito dell’acqua, c’è un sentiero aereo, ci sono scalini. Ci portano, con batticuore, verso il paese. Ci viene perfino da ridere. Finiamo in una casa in restauro. Un muratore ci guarda passare. Siamo bagnati, acqua nelle scarpe.

Il ponte di ferro
Lauria è laggiù
Lauria dal cielo

Alla fine approdiamo alle porte del paese. Altare per il beato Lentini, altro santo di paese, altro carismatico dell’800. A ogni paese il suo santo. Alla pensione Vittoria ci sono le sue immagini, tabernacolo alla strada che ruota per entrare a Lauria. Scendiamo per vicoli obliqui, per scalini sdruccioli, scrosci d’acqua, perdo l’equilibrio, lo ritrovo, alla fine una piazza. Con gli ortolani, la farmacia, il negozio di intimo, la gioielleria, la parrucchiera. E c’è al pensione Vittoria. Con il corridoio perlinato e il bagno in fondo. Sfilata di santi e papi alle pareti.

Ingresso al paese
Tabernacolo per il beato Lentini
Il paese sospeso
Pensione Vittoria

Nicolina ci dice della figlia che vive sopra Napoli. A Sassuolo, che sta molto sopra Napoli. Nicolina aveva una casa grande e ne ha fatto pensione. Lungo corridoio, sala per i tavoli della cena, clienti che ogni anno, da trent’anni, vengono qui in agosto. Professori che vengono qui a settimane. Nicolina spunta fuori dalla cucina, appoggia le mani sul tavolo con un sorriso orgoglioso: ‘Io ho cucinato’. Orecchiette al pomodoro, bistecca, insalata.

Ho voglia di andare a vedere questo paese-città. Perché la Lonely Planet dice che non c’è niente da vedere. Il parco ha grandi alberi e colori scuri. Le case stanno come grandi e tozzi uccelli seduti in nidi aerei. Quindicimila abitanti, frazioni sparse. Il Borgo e il Castello, la Lonely Planet avverte: ‘Si guardano male fra le due frazioni’. La figlia di Nicolina sorride: ‘Non è vero’.

Io non so come far asciugare i calzini e il giaccone. Pioverà anche domani. Il mare è vicino.

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