Lucania coast-to-coast/L’illusione del mare (da Trecchina a Maratea)

Il bosco
Verso il mare, oltre le montagne

Mai scrivere dopo un giorno,dopo due giorni. Cambia la realtà. Cambia la storia. L’adrenalina della scrittura si attenua, diventa ricordo, non sta più a fior di pelle. Non si scrive da seduti.

Trecchina è stata una sorpresa. Paese grande. Dall’aria fuori moda. Incerto fra guardare all’Italia interna o spingersi fino al mare. Una terra di mezzo. E, come ogni luogo di frontiera’, è ‘interessante’, devono accadere cose a Trecchina. Ho scoperto i nomi dei due ragazzi del Chiosco: Carmelina e Francesco. Non c’è stato tempo. Ma solo uscire dal paese per via Ercole ‘cavaliere’ Schettini dà un senso: dove sarà vissuto il cavaliere? Qual’era il suo palazzo? Deve essere la lettura della storia del Barone del Bosco di Policoro (l’unico libro che, alla fine, ho letto fra gli otto che mi sono portato dietro) che mi porta in un altro mondo. E non è nemmeno vero: ce ne andiamo da via Pozzodonato (tutto attaccato, credo).

Poche centinaia di metri. Un cartello. E l’indicazione di uno stradello di montagna. Che porta alla Madonna del Soccorso (quante Madonne in questo viaggio) e all’incrocio Maratea (sarà segnato solo qui). Si va davvero verso il cielo per raggiungere il mare. Prima il bosco, i castagneti, poi le praterie di alta quota.

Orizzonte di pietra
Verso il crinale

Paesaggio alpestre. Non conosco i nomi di queste montagne. La mappa è a filo e non serve. Googleearth non dice i nomi, si limita a fotografare. Non è curioso. E noi guardiamo solo verso il crinale. I vitelli ci distraggono e saltiamo un bivio. E così sbagliamo versante: Maratea si svanisce, ci ha provato per secoli e secoli questo paese di montagna a nascondersi. Alla fine si è arreso, ma per un tempo infinito ha scelto l’ombra piuttosto che farsi sorprendere dalle scorrerie dei pirati. Alla fine, un turismo lo ha trovato, ha guardato il mare e gli scogli e ne vuol decidere i destini. Noi dobbiamo scendere e risalire. Alla fine, nel gioco della geometria delle montagne, incrocio di triangolo rovesciati, appare il mare. Non sono sorpreso.

Ci racconteranno che da ottobre a marzo il paese vecchio sta all’ombra, sfugge al sole, si raffredda. Non ho capito se a chi me lo ha detto questa storia piace o meno. Non so se invidiamo Praia a Mare o Scalea e il turismo a plotoni affiancati o si tengono il mito di un mondo snob. Maratea mi piace, il mare è un’illusione lontana. Per questo è più bello.

Ecco, il mare
Ecco, il Cristo che guarda la montagna

Appare, dietro una svolta della montagna, anche il Cristo Redentore. Sta per spiccare il volo. Letture affrettate, da internet, andrà raccontata di nuovo questa storia. Un industriale di Biella che affida a uno scultore di Firenze la costruzione di una statua di ventuno metri di altezza. Convince sindaci e paesani. Il Cristo sorgerà là dove una croce ricorda l’assalto dei francesi all”antica Maratea. Era il 1806, le rovine che abbiamo attraversato sono ancora di quella guerra?

Che cosa passava per la testa di Stefano Rivetti di Val Cervo quando, per otto anni, ha inseguito il suo desiderio di far costruire questa statua sul picco più alto di Maratea? Vanità, devozione, orgoglio? Cristo non assomiglia al Cristo che ci hanno mostrato fin da bambini. Ha i capelli corti e l’aria giocosa. Una barba leggera. Sembra stare bene quassù. Ingeborg Bachmann ne ha scritto, Rocco Papaleo ha cominciato il suo viaggio lucano da qui. Wikipedia dice che non c’è stata nemmeno l’inaugurazione perché alla fine un nuovo sindaco (‘di stampo popolare’, comunista?) non stava simpatico a Rivetti (e viceversa, immagino). Tutto questo accadeva nel 1964.

Hanno costruito tornati aerei in cemento per farci salire fin lassù. I monumenti hanno conseguenze impreviste. Il mare è una meraviglia abbagliante. Lassù troviamo una coppia di russi, due brasiliani, tre bancarelle, due bar. E due ragazze strizzate nei fuseaux che fanno diretta Facebook e ancora wikipedia ci rassicura: tripadvisor ha concesso ‘certificato di eccellenza’ alla statua. Bontà loro. Il Cristo guarda verso il santuario di San Biagio. A me piace pensare che guarda alla montagna. Sto bene quassù in cima. Siamo davvero arrivati. La discesa nel bosco è bellissima. Ma avremmo potuto scegliere strade più brevi per raggiungere il mare. Che è davvero illusione, ci aggrovigliamo su noi stessi, giravolte, siamo stravolti, non si arriva mai, il mare inganna a Maratea. Non vuole farci raggiungere, come il paese che vuole l’ombra.

E poi arrivi al porto e su quattro bar, nemmeno un panino. La ragazza ha gentilezza da fuori stagione: c’è un microsupermarket, mortadella e coppa in plastica, pane in plastica. Al bar prendiamo le birre. Siete avvertiti: se arrivate alle quattro del pomeriggio, al porto, niente panini. Almeno a maggio.

Mi piace quella ‘emme’ che da un tocco di disordine a una decisione importante

Bisogna pur salire al Cristo
L’antica Maratea
La sola isola della Lucania
Ci siamo
Lassù vogliamo arrivare

Ecco, i pensieri non si portano dietro parole. Testa svuotata. Cristo sembra dire: ‘Don’t worry’.

San Biagio
La piazza del municipio

Davvero, passi di silenzio, passi quasi affrettati. Che tutto finisca. In contraddizione con l’appello scritto su muraglione. C’è tempo per san Biagio, che avevo lasciato in Albania. Santo armeno (allora, un’altra creolizzazione sacra: devo fare l’elenco: santi armeni, feste messicane, melanzane etiopiche, cuoche rumene, donne di argentina, qua ne troviamo una cilena e una trentina, e tutto questo è Lucania), santo amato dai cattolici e dagli ortodossi, il suo torace è stato ritrovato sulla sola isola della Lucania e sistemato dentro una splendida teca di argento. Accendo una candela, anzi un lumino. Per fortuna non hanno le lampadine, non ho una preghiera da fare.  E poi il municipio e la fontana. ‘Maratea sempre più libera, sempre più bella’. Fatemi conosce chi ha deciso di scrivere ‘libera’ e chi ha messo qui una statua giocosa e sensuale in mezzo alla piazza. Voglio dargli la mano. Ultima foto. Basta. Non ho più voglia.

Dotto?
Il libro di Fabio

No, ancora altre foto. Solo per cocciutaggine. Finalmente, un nanetto. Non ne ho visto uno in questo andare. Pensavo che se ne fossero andati, ma no ci sono tutti su un muretto. E se la godono. E poi il libro di poesie di Fabio, dono fiorentino arrivato fino a qua, ha preso la pioggia assieme a me, ma spago e carta di giornale hanno resisitito. E’ tempo, come già sapete, di aprirlo.

L’ultima foto

Una piccola bugia. Non è l’ultima foto. Ma questa ragazza era sola, al santuario, a passi leggeri, ha lasciato cadere una moneta nella fessura delle offerte, ha guardato il santo, ha fatto questa foto. Se ne è andata. Sono uscito per guardarla ancora una volta. Non c’era più.

 

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