Le montagne del terremoto

(scritto a fine marzo 2017, la versione cartacea è uscita sul Messaggero di Sant’Antonio a maggio 2017)

 

Terremoto

‘Io qui non entro mai’, Rossana fa un passo incerto nella prima stanza del suo agriturismo, nelle campagne di Norcia. Andrà abbattuto. La casa è stata svuotata. Nunzio e Rossana, donna sarda sposata in questa terra di Umbria, hanno una ‘fortuna’: un container-casetta davanti alle rovine della loro azienda. Nunzio sta seminando cicerchie, roveja e ceci. Le sue parole mi rimangono nella testa: ‘Io qui non entro mai’. E poi: il silenzio di Rossana dentro quella stanza.

Francesco, frate del ‘convento di plastica’ (un container messo su dalla Caritas di Rieti a Santa Giusta, frazione di Amatrice), a sera dice messa per tre donne: ‘Abbiamo visto la vostra capacità di donare’. Una donna lo interrompe: ‘Non ci è rimasta che questa’.

‘La mia casa è agibile, ma io non ci torno’, mi sussurra Rita, 64 anni, ad Amatrice. ‘Dormo vestita, abbiamo spostato il letto accanto alla porta’, sorride Agnese, 21 anni. Famiglia di allevatori a Terracino, montagne di Accumoli, ultimo comune del Lazio, epicentro del terremoto del 24 agosto. Agnese, in questi mesi, studia e vive a L’Aquila.

Il Bar 2.0 ha riaperto

 

Fumano ad Amatrice. A fine marzo, aveva riaperto una tabaccheria (e due bar, vivaddio. E poi la banca, l’assicurazione, ma nessun negozio, nemmeno un forno, un ortolano, una drogheria). Fumano di continuo. Ingrassano ad Amatrice. ‘Dieci chili in più – mi grida addosso Loreto, 57 anni, ristoratore senza più ristorante – Per mezzo secolo ho lavorato quindici ore al giorno. E ora? Niente. Non faccio niente. Da sette mesi non faccio niente’. E’ arrabbiato Loreto, molto arrabbiato.

‘Abbiamo solo dubbi. Eravamo certi che qui saremmo rimasti, qui volevamo vivere, questa è la nostra terra, il nostro paese, ogni sera giù al Borgo, con gli amici. Per un mese siamo stati in tenda, poi ci hanno mandati via. Chi al mare, chi dai parenti, chi ad Ascoli, chi a L’Aquila. Non ci vediamo più. Nessuno ci chiede di cosa abbiamo bisogno, che desideri abbiamo. Decidono per noi. Ci ritroviamo soli. Con una sola, grande ragione per rimanere qui e mille per andarsene’: è il racconto di Vincenzo, di Natalìa (accento sulla I, mi raccomando), di Andrea. Ragazzi di Arquata del Tronto. Vent’anni e la forza di creare un’associazione ‘Chiedi alla polvere’, nata sulla volontà di raccontare quanto è accaduto, quanto sta accadendo. Ma ora sono dispersi, lontani, impauriti dalla solitudine. Cercano di ritrovarsi al paese. Magari per una grigliata. Raccolgono rosmarino e dagli orti abbandonati.

‘E’ triste, fratello’, mi stringe la mano Dante con i suoi novanta anni. Ho camminato cento metri con lui, lassù verso le rovine di Sommati, un’altra frazione di Amatrice. ‘Ci avevano detto che avrebbero fatto presto…’. Non si può andare nemmeno al cimitero.

Dante

Ogni sera, Erminia e Rita, le due sorelle che vivono nel container vicino al mio, mi dicono come un mantra ossessivo: ‘Sappiamo cosa è accaduto, ma cosa accadrà ora, cosa accadrà?’. A Santa Giusta c’erano 52 abitanti (dato non verissimo, molte secondo case). Sono rimaste loro due, con la madre novantenne, e una famiglia di allevatori e muratori.

Per una settimana, alla fine dell’inverno, ultimi giorni di marzo, ho viaggiato per le montagne del terremoto. Fra Norcia e Amatrice, fra Arquata e l’Abruzzo. Ho dormito (e solo per alcuni giorni) in container della Caritas. Ne conosco gli scricchiolii, la precarietà, la claustrofobia. Ho mangiato, senza averne diritto, alla mensa della Protezione Civile. Mi svegliavo al mattino e le mie vicine di container mi dicevano sulle scosse della notte: ‘L’ha sentita? Tre punto sei’. Sismografi viventi. Ho imparato tre numeri: 24, 30, 18. Ripetuti come un’ossessione. Senza indicare i mesi. Sono i giorni di un terremoto che non è mai finito. Sono i giorni delle grandi botte e della più forte nevicata a memoria d’uomo. Oltre cinquantamila scosse in sette mesi, venti oltre il quarto grado e mezzo. Più di trecento morti. Mille e cento chilometri quadrati d’Italia, di Appennino, ‘deformati’. I territori di 131 comuni devastati. Cinquantadue zone rosse, paesi sbarrati. Per una settimana, ascolto uomini e donne. E sono stordito: a chi devo dare retta? Alle televisioni, ai giornali? O alle parole che ho ascoltato ogni giorno: abbandono, paura, spaesamento, dispersione, solitudine. E sempre questa domanda: ‘Sappiamo cosa è accaduto. Ma ora cosa accadrà?’.

Terremoto

 

Prima di partire ho parlato con Mattia Bertin, 32 anni, esperto di emergenza, ricercatore all’università di Venezia e formatore scout: ‘L’emergenza non è solo materiale. E’ scoprire che la tua terra può farti male. E’ la perdita di un’identità, la rottura di legami fra le persone’. Lina Calandra, 42 anni, geografa all’Aquila, ha studiato con ostinazione la società del dopo terremoto: ‘La parole che abbiamo ascoltato sono una fotografia di quanto è successo: disorientamento, frammentazione. E, ora, più di altre: paura e insicurezza. Il terremoto ha accelerato fratture sociali che già erano in atto’.

Io salgo sui Sibillini, sui monti della Laga, sui crinali dell’Appennino marchigiano per cercare un possibile futuro. Queste terre sono l’Italia interna, spina dorsale dimenticata della penisola.

La stalla di Fontavena

A Norcia trovo i montanari della Carnia. Erano già venuti da queste parti a dare una mano: venti anni fa, terremoto di Colfiorito. Oggi sono tornati. Nove comuni dell’Alto Friuli hanno tirato fuori soldi. La Cia, la confederazione degli agricoltori, ha suggerito un progetto. Aziende hanno messo legname, viti, telai, vetri. Decine di artigiani (muratori, falegnami, ferraioli, elettricisti) sono scesi in val Nerina per ricostruire la stalla di Emiliano, 32 anni, allevatori di cavalli (e vacche, pecore, asini) a Castelluccio di Norcia. Lui è stato l’ultimo ad andarsene, tre giorni prima di Natale, dal gelo del Pian Grande. Una transumanza di cavalli che ha fatto notizia sui giornali. I carnici, gente tosta, si sono intesi al volto con i montanari dell’Umbria. Con Emiliano si sono dati la mano ai primi di febbraio, al venti di marzo la stalla era finita. ‘Ricominciamo dalla terra’, mi dice Emiliano. ‘Dal basso – sorride Nunzio, agricoltore nella piana di Norcia – E’ come se il terremoto abbia insegnato ai ragazzi l’importanza della terra’. Gli artigiani della Carnia mi parlano con il loro silenzio, non si fermano un minuto. C’è una stalla da finire. Ci saranno lenticchie da seminare su ai piani. ‘Se rinasce Castelluccio – dice Emiliano – riparte l’Umbria. Dobbiamo vivere lassù’. Luciano, 61 anni, tipografo in pensione a Paluzzo, Alto Friuli, ha portato giù questa pattuglia di artigiani della Carnia: ‘Abbiamo murato una bottiglia con dentro una scritta in latino, inglese e italiano e un rametto d’olivo’. Sulla punta del tetto, un alberello di pino, la bandiera con l’aquila friulana. Giuseppe, 62 anni, padre di Emiliano, ha le lacrime sotto gli occhi: ‘Tanti anni a tribolare dietro agli animali. C’è da ricominciare’. E’ una bella storia, questa.

Terremoto

 

Vado ad Amatrice. E il mondo cambia. Qui 248 uomini e donne sono morti. Il centro del paese non esiste più. Due soldati, mimetica e aria dura, ne impediscono l’accesso. Zona Rossa. E allora lo scrivo: mi dà fastidio questa presenza da zona di guerra. Sia ben chiaro: vedo altri soldati che si danno da fare come matti a costruire le famose casette. Contraddizioni insanabili del terremoto. Amatrice ha sessantanove frazioni, sessantanove paesi. Una geografia dispersa, orgogliosa, ostinata, rivalità secolari dividono i paesi. Questo è l’Appennino. Saletta, Sommati, Villa, Retroso, Santangelo e decine di altri sono distrutti, rovine su rovine. Dovranno essere demoliti. Tornerà la gente in queste montagne?

Ad Amatrice c’è folla di gente. C’è la tenda, l’Emporio, della Caritas, vicino alla grande chiesa ferita a morte. C’è la tenda, lo Spaccio Popolare, delle Brigate di Solidarietà Attiva. Un occhio e capisci la differenza. Ma i ragazzi dello Spaccio e quelli della Caritas fanno le stesse cose, hanno le stesse attenzioni, la stessa cura: distribuiscono aiuti (cibo, vestiti, scarpe…), e ascoltano. Teresa è delle Brigate (non amano la parola ‘volontari’, preferiscono briganti, quasi tutti vengono fuori dalle storie dei Centri Sociali) e mi dice: ‘Cerchiamo di capire chi aiutiamo, cerchiamo di conoscere’. ‘Soprattutto ascoltiamo, la gente ha voglia di raccontare’, mi spiega Uccio, operatore della Caritas. Teresa e Uccio hanno meno di trent’anni e nel loro fare sono uguali. I loro tendoni sono a cinquecento metri di distanza. Spero che, un giorno, si parleranno fra di loro. Mi commuovono le mammole di primavera davanti allo Spaccio, il cesto con le caramelle sul tavolo dell’Emporio. Bellezza dei ragazzi. C’è bisogno di gentilezza in questo disastro. Rita, nel suo container a Santa Giusta, offre caffè a due briganti venuti a portare zucchero e detersivi. Due mondi che mai si sarebbero parlati, stanno seduti allo stesso tavolo.

I briganti solidali da Erminia
Don Michelin al tendone Caritas

 

Se ne sono andati anche i preti. Quasi subito. In quattro sono andati via dopo il terremoto. Centosei chiese distrutte o danneggiate. E’ rimasto don Savino, parroco di Amatrice, e don Michelin, prete malgascio. E allora, il vescovo di Rieti, Domenico Pompili, ha chiesto ai francescani di salire in queste montagne. Sono venuti. Conventi di plastica. Conventi-container. A Santa Giusta, verso Accumoli. A Santangelo, ai piedi dei monti della Laga. I frati girano come trottole. Vanno nei container, parlano con gli allevatori dalle stalle distrutte, girano di frazione in frazione. Sì, la gente vuole parlare, raccontare. Fra Massimo, 54 anni, è qui da novembre, non se ne mai andato. Ha vissuto le scosse e la grande neve di gennaio. Mi sorprende: ‘Questi montanari mi hanno evangelizzato. Ho imparato nuovamente il senso di essere frate’. Dovete sapere che Massimo è patrista, uno studioso. E qui ha passato i suoi giorni fra fango e vacche. ‘Questa è davvero una chiesa in uscita. Devi stare qui, viverci, ci sono nuovi linguaggi da inventare, nuovi modi di stare con la gente’. Io non so: alla mensa, vedo che tutti si avvicinano ai frati, chiedono di passare dal container per un caffè, per una benedizione. E loro vanno. Ascolto fra Roberto, cappuccino a Santangelo: ‘La gente si sente abbandonata. Noi non possiamo andarcene. Dobbiamo esserci, vincere la diffidenza, ascoltare, dare una mano a spalare sterco, aiutare a fare legna. E non importa se non vengono a messa. Loro hanno forza, ce la faranno’. Vedo fra Fabio parlare con un allevatore di Terracino, lassù sui monti più alti. Vedo fra Massimo stare a tavola con Antonio, un allevatore forte come un toro, muscoli da pugile e due orecchini che pendono dalle orecchie. ‘E non dobbiamo pretendere di cambiarli’, mi avverte Massimo.

Pane

 

Non c’è il pane ad Amatrice. Non c’è verdura. Si va a mangiare in mensa. A sette mesi dalla prima scossa, non c’è nessuna traccia di normalità. ‘Non ne posso più di tonno e carne in scatola’, mi dice Samuele, sedici anni, un ragazzo rimasto lassù a Terracino, frazione di Accumoli. C’è in container banca, il container tabaccheria. Non c’è il container forno. ‘Io vorrei comprare un giornale’, mi dice un uomo in coda per il pane allo Spaccio Popolare. Vivaddio, ha riaperto il ‘bar 2.0’, nel garage agibile (altra parola da imparare) dello loro casa. E sono quattro ragazzi a gestirlo. Un bar è importante. Una pizzeria sarebbe stata un miracolo nei sette mesi dopo il terremoto.

Giorgio

 

Vado ad Accumoli. Anzi a Terracino, frazione di montagna, versante orientale dei Sibillini. Giorgio, 54 anni, allevatore di cinquanta vacche, non si è mosso da qui. E’ rimasta sua moglie, suo figlio, altre due figlie studentesse vanno e vengono dall’Aquila. Hanno dormito in automobile, in roulotte, ora in un container-casetta. Tetto delle stalle crollato con la neve e il terremoto. Animali al freddo di gennaio e febbraio. ‘Siamo rimasti in otto, qui – mi racconta – Tutti con le vacche. Ci volevano fare andare al mare, ma gli animali sono la mia vita. Non li lascio. A sera scendiamo a mensa, per stare assieme ad altri, per non sentirci soli’. Per non piangere. Vuol dire che fa trenta e più chilometri per andare a cena. Il tetto della stalla (proprietà della vecchia Comunità Montana) è in eternit. Amianto, cioè. E ora è a terra. A pezzi. Accumoli non esiste più. Sono rimasti in 48, nelle frazioni. Allevatori. Tutti gli altri negli alberghi al mare, giù a San Benedetto.

Le macerie sono dovunque. Percorro la strada delle macerie, a oriente di Amatrice. Non c’è un solo paese in piedi. L’onda del terremoto è stata una tempesta assassina. Dopo due giorni non fotografo più, non ne posso più di macerie. Immagino cosa passa per la testa di chi se le vede davanti da mesi.

Le magliette di Arquata

 

Vado ad Arquata. Non esiste più. Non esiste più Pescara del Tronto. Uno sbarramento di container rossi fa da diga alla frana che si è portata giù il paese e dimezza la statale Salaria.

Vado ad Arquata per incontrare i ragazzi di Chiedi alla polvere. Scopro subito che non hanno letto il libro di John Fante, ma il nome, consigliato dalla psicologa Elena Pascolini, è più che adatto. La polvere c’è, l’attaccamento al paese c’è. Sono belli, questi ragazzi. Hanno vent’anni. Sono una quindicina e dopo il terremoto hanno messo su quest’associazione. Con il desiderio addosso di raccontare delle loro terre, del terremoto, di quanto accade attorno a loro. Fatico a incontrarli, fissiamo una domenica, si sono dati appuntamento per un grigliata. Sono amici per la pelle, fratelli fra di loro, si vedevano ogni sera nella piazza di Borgo, parte bassa di Arquata. Dopo la scossa di agosto, hanno dormito tutti nella stessa tenda. Poi, in una sera, dopo l’altra botta, via tutti. Caricati su due pullman e portati tutti al mare: ‘Nessuno ci ha chiesto cosa volevamo fare’. Adesso è incertezza, apprensione, quella che affiora dagli occhi di Andrea, di Vincenzo, di Natalìa. Dicono: ‘Non sappiamo cosa accadrà, prima eravamo tutti assieme, ora siamo divisi, separati, insicuri’. Siamo seduti al Blu Bar, bar riaperto lungo la Salaria. C’è una maglietta: ‘Il coraggio non trema’. Ma i ragazzi hanno davvero timori addosso. ‘Hanno deciso sopra le teste della gente del paese, non sappiamo mai nulla, nessuno è stato coinvolto’, raccontano. ‘Abbiamo una grande ragione per rimanere qui e mille per andarcene’, dicono ancora. Amano il loro paese, ma fare il pendolare verso un luogo che non è più accogliente vale davvero la pena? Non c’è più un luogo per stare assieme ad Arquata. Il blog di Chiedi alla polvere risente della stanchezza di questi mesi. ‘Se solo fossero consapevoli della loro forza – mi dice Elena Pascolini, la psicologa che li ha ascoltati e che sale di continuo ad Arquata – Devono mettersi in testa che qui niente sarà come prima, ma quello che nascerà potrebbe essere diverso e migliore. Tocca a loro, ma hanno bisogno di non sentirsi soli’. Ma soli sono, questi ragazzi. Dispersi. Affaticati. Con Natalìa cerchiamo di raggiungere il suo paese, Piedilama. Alt/Esercito, non si passa. Andiamo al container-comune a chiedere un permesso. E’ domenica, non c’è nessuno anche se sono tempi di terremoto. C’è solo un poliziotto di Torino a cui la giornata è storta. Dice, seccamente, a Natalìa: ‘No, tu non vai’. E io sono lì: se uno di Torino mi avesse detto, non puoi andare a casa tua…lo Stato mobilita uomini e mezzi, ma, a volte, dimentica l’umanità. Voglio fare una fotografia ai ragazzi, le macerie sono uno sfondo per una foto icona, simbolo sballato e troppo facile. Sono felice quando loro scelgono di farsi fotografare accanto a scivoli e giochi. E’ un piccolo parco per bambini, accanto al campo di calcio. Lì stanno costruendo le ‘casette’ del paese-provvisorio (dieci anni? Venti?). Vincenzo guarda le porte che non ci sono più: ‘Era così bello il nostro campo di calcio’. Dove giocheranno i ragazzi fra cinque anni?

Grisciano

 

In montagna la gente racconta. Ha voglia di raccontare. Ti tiene per il caffè e ricorda i giorni delle scosse. Ti dice i problemi. E, per contrappasso, ridiamo a ogni battuta. Al mare, no, al mare, a San Bendetto è diverso. La gente è come spiaggiata negli hotel. Ci sono sfilate di lavatrici e di ferro da stiro. Gli uomini giocano ossessivamente a carte, fumano. Le donne sono sedute sulle poltroncine con la borsa sulle gambe. Mi avvicino e solo a sentire che faccio il giornalista loro mi sibilano accidenti dietro. Qui nessuno ha ragioni di ridere. Vogliono tornare ai paesi. In molti ogni mattina, prendono la navetta delle sei per passare la giornata di fronte alle macerie. ‘Non mi ricordo più da quando sono qui – mi dice Domenico – Datemi una tenda, una stufa e sto su’. A fine marzo, questa gente non sapeva nulla del loro futuro.

Don Savino, ad Amatrice, mi aveva detto: ‘Il terremoto ha acuito i dissapori’. Per fortuna, Nunzio, agricoltore a Norcia, aveva un’idea opposta: ‘Il terremoto ci ha riunito, almeno per un po’’. ‘La gente delle mie montagne è ostinata – mi dirà a Fermo lo scrittore Angelo Ferracuti – ma è fiaccata, stanca, si sente abbandonata’.

La Salaria sotto Pescara del Tronto

 

Bisogna stare qui un po’, per capire. Dormire in un container, abituarsi agli scricchiolii, all’acqua bollente o gelata, a spazi ristretti, al freddo e, immagino, al caldo delle estati. E’ perdita di ogni intimità. E’ come vivere in un ospedale. Ma fatico ad andarmene. Non ho voglia di andarmene da queste montagne. Nasce anche una sorta di fratellanza. L’idea sbadata che assieme ce la possiamo anche fare. E allora vorrei abbracciare Cristina, 41 anni, sindaco (di destra, ‘se ancora ci fosse una destra’) di Bolognola, 140 abitanti sull’Appennino marchigiano: ‘La terra ha tremato. Bene, ci siamo ancora? Sì? Bene, ricominciamo’. E a ricostruire quattro stalle per salvare gli animali dal gelo siberiano di questo inverno sono saliti alpini e uomini e donne di Genuino Clandestino, movimento ribelle di contadini. Un sindaco di destra, gli alpini e ragazzi dei centri sociali. Ecumenismo sociale. Hanno mandato al diavolo indifferenze e burocrazie: ‘E se verranno a dirmi che le stalle non sono a norma, dirò a quei signori: e voi dove eravate?’. E vorrei abbracciare anche Gian Piero, ristoratore a Grisciano, frazione di valle di Accumoli. Il paese dovrà essere raso al suolo, ma il suo locale, ricavato da una stalla, ha retto ed è aperto con orgoglio. Mi dice Gian Piero: ‘Qui c’è un campo di calcio, oramai il solo della zona: questa estate i ragazzi torneranno, dovranno trovarlo migliore’.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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2 pensieri riguardo “Le montagne del terremoto

  • 8 Giugno 2017 in 9:00
    Permalink

    Complimenti….seguiti il suo lavoro con passione umana e cristiana….

    Risposta
    • 8 Giugno 2017 in 9:02
      Permalink

      grazie, Silvia

      Risposta

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