Firenze-Trento/Cantagallo è terra speciale

Sarà perché leggo un libro che svirguglia il cuore e sfarfalleggia nella pancia, sarà perché Julio e Carol mi raccontano del Nicaragua, sarà perché sono due svitati che sanno di avere poco tempo davanti a loro e allora dobbiamo afferrarlo questo tempo e accorgersi della bella ‘intensità che ci può dare solo il fatto di non fare nulla’, sarà perché ‘Gli autonauti della cosmostrada’ è un bel libro e sono felice che il correttore di word non conosca queste parole e ben pochi di voi ne sappiano qualcosa. Sarà, insomma…ma ora guardo alle aree di sosta delle autostrade con occhi diversi, anche se ricordo M. che mi diceva: ‘Sapresti rendere interessante una sosta all’auogrill di Fidenza in un giorno di novembre…’ e io lo presi come un complimento che ancora ricordo. Magari fosse così. Non avrei problemi di soldi, se così fosse, immagino.

La lunga galleria

Quindi, riviaggio verso Trento. Firenze-Trento questa volta, percorso inverso rispetto a tre giorni fa. Devo anche dirvi perché sono venuto a Firenze. Per non avere le chiavi di casa e quindi non sapere dove dormire alla notte dopo inutili tentativi di scassinare la serratura, infine telefonare a L., alle undici la notte, e chiedere, come ai bei tempi: ‘Hai un letto per stanotte?’. E poi mangiare i suoi carciofini sott’olio alla mattina. E fare una foto che non ho l’audacia di mettere qui.

Avevo da fotografare lo sposalizio di Laura e Juan. E ho pensato a Oaxaca e al passato. E avevo alcune foto da fare a Firenze. Queste:

Una cinese fra pitture cinesi
Una dj lucana in un cocktail a sbafo (merito del coraggio da leone di L., io non ci sarei riuscito)
Frida, come segno, talismano. Se solo credessi alle coincidenze
Il mezcal un tempo era bevanda da taverna e campagna. Ora è storia da tripla distillazione. Una sciccheria

 

Ecco, nel palato il sapore estatico del mezcal che è già tempo di riandare. Questa volta scarto bus e treni (che peccato, così non si fanno incontri) e ci sono amici cari che aspetto in piazza Tasso. Telefonano anche cinque minuti prima di arrivare. Nell’attesa, accade questo:

 

  1. Ci sono manovali e muratori che aspettano la loro fatica. Deve arrivare il furgoncino del collega, del padroncino, del caporale. Aspettano su una panchina. Il giovane compulsa con la sua attenzione disattenta il video dello smartphone. Il vecchio ha occhiaie da anni e troppa malta rigirata con la cazzuola e ha sguardo senza espressione. Stanno alla distanza di un metro sulla stessa panchina, non si sono detti nemmeno una parola. Arriva il camioncino e loro si alzano con pesantezza. Il furgone fa un balzo in avanti. Cinquanta metri di strada e si ferma di botto, prima del semaforo, la porta del passeggero si apre e il vecchio con le occhiaie scende con lentezza e se ne va con la sua tracolla attraverso la piazza. Il furgoncino riparte. Cosa è successo?
    I manovali in attesa nella piazza
    Passa il furgone della fatica

    La panchine rimangono vuote, oasi nella foresta

2.Un altro vecchio, in piedi al bar dell’angolo, cerca con accenni di disperazione la sua pasta. Si era alzato per prendere il caffè al bancone e, sostiene, la sua pasta è scomparsa (di questo non ho documentazione, la barista tendeva a escludere il furto).

3. Gli uomini dei giardini, vestiti come marziani, cambiano i sacchi neri della spazzatura dai cestini della piazza. Lo fanno con meticolosità. Un altro uomo aspira le foglie cadute con un tubo rumoroso, l’albergo popolare, lì vicino, ha cacciato via gli ospiti della notte e loro si svaccano sulle panchine con i loro zaini lerci. Accendono la prima sigaretta della giornata. O, forse, già la seconda. (nemmeno di questo ho documentazione, dovete credermi sula parola)

I compagni della spedizione. Nessun giovane ha avuto lo stesso coraggio

Alle sette e cinquantacinque, insensibili alle storie che si dipanano davanti a noi, si parte, con i bagagli a riempire gli spazi dell’auto. Pilota perfetto, guida inappuntabile, niente radio. Nessuna esitazione, alle sette e trentadue siamo già a Cantagallo. La velocità scarta Roncobilaccio e io ne soffro sempre. Una volta venni fino a qui solo per dormire al motel di Roncobilaccio, adesso lo hanno tagliato fuori in nome della fretta. Che siano dannati.

Per fortuna, L. vuole una sosta. Lei ha l’idea della sosta come pipì, gli altri per il caffè o il Camogli. Questa, in fondo, è la sola funzione di un’area di sosta. Ma ogni creazione si ribella al suo inventore. Basta fermarsi venti minuti di più e c’è il mondo. E poi culli lo stesso pensiero/dubbio di Julio e Carol: perché non ‘viaggiare come ai tempi delle diligenze, quando le soste erano soste’. E c’era tempo per gli amori, le pistolettate, gli indiani, il whiskey e Cheyenne che incontra Armonica e gli chiede: ‘Sai solo suonare…o sai anche sparare?’. Da quanto tempo sognavo di scrivere queste sette parole, puntini compresi.

Il primo pericolo: un camion rotante
Cantagallo Canada, anche se lo chiamano Bistrot (devono essere indipendentisti del Quebec)

Va beh, Cantagallo è terra speciale. Sembra, se lo inquadri bene, una farm canadese. Sono stati attenti ai colori. Oggi lo chiamano ‘bistrot’ (ditemi: voi come vi immaginate un ‘bistrot’?). Multicultura, dunque, alle porte di Bologna: l’Emilia diventa Canada e Francia. Peccato che Guccini non voglia più scrivere canzoni. Per la prima volta, mi chiedo, ma come mai si chiama ‘Cantagallo’? Non guardo internet.

Immaginatevi le praterie attorno

Qui sono accaduti frammenti di storia. Diteglielo ai ragazzi: una volta i lavoratori dell’autogrill decisero uno sciopero immediato pur di non servire il caffè a Giorgio Almirante, un vecchio fascista dalla parola fluente e lo sguardo da salamandra. Chi glielo spiega oggi ai grillini vanitosi e imberbi che così si faceva e non era niente male. Almeno era divertente. Mai pensare al passato. Mai farlo per dire che era meglio.

Bene, ringrazio i lavoratori di Cantagallo e non salgo al bar. Vado verso il confine di questa frontiera e scopro, in un minuto, che:

L’edificio misterioso
Segni per chi sa interpretarli
  1. C’è un’edificio strano e incerto. Appare una costruzione ‘moderna’, finestre a specchio, marmi da monumento ai caduti, geometrie da artista contemporaneo, acqua sporca che lascia tracce indelebili sulle superficie vetrate, retro dell’edificio usato come latrina per chi non ce la fa ad arrivare ai cessi ufficiali. Porte tutte sbarrate, nessuno le apre da secoli. Questo è un cubo abbandonato e inaccessibile. C’è un marchio: una ‘V’ disegnata come un’arpa. Immagino incontri di musicisti new age, gruppi massonici, seguaci di Valentino, associazioni guerriere, circolo dei lavoratori dell’autogrill in disuso dopo la fine dei socialismi, ritrovo per bikers senza un posto dove dormire. Chiedo aiuto a voi: sapete di cosa si tratta?
La chiesetta di Cantagallo
I lumini e i fiammiferi Tre Stelle
Il vialetto dei cestini della spazzatura. L’angelo sorveglia

E poi c’è una chiesa. Cavolo, una chiesetta alpina, dal campanile-scheletro bello e invisibile. C’è musica dentro, perfino i lumini (lasciare un’offerta) con la cera e il filo per accenderlo. Hanno lasciato perfino i fiammiferi (scatola grande) per poter accendere. Lo faccio. Poi c’è una cassetta che diresti per elemosine. Eh, no: qui si precisa: ‘Non lasciate offerte, ma preghiere’. Preghiere per gli altri. C’è una penna e un foglietto. Scrivo le mie preghiere, baro un po’ e cerco di capire cosa vorrei, cosa vorrei chiedere alla Madonna a cui la chiesetta è dedicata. Vi si può entrare anche con i cani ‘se ben accompagnati’. E fuori, vialetto di cesti per la spazzatura dalla cupoletta azzurro-cielo, c’è anche un tavolo con la tovaglia cerata a fiori. Non un tavolo di legno da pic-nic (bello, ma non sorprendente), ma uno di quei tavoli da casa popolare con giardino. Con sedie di plastica. Sei a casa, insomma. Lo capiscono due tedeschi che si siedono con felicità all’ombra con bibite e panini e caffè e qui se ne stanno con serenità da paesaggio di montagna.

Il bel tavolo fiorito da sosta lunga e gastronomica.
D’Artagnan e il suo cane fedele

Incontro anche D’Artagnan, un ragazzo con baffi da moschettiere e cappello di paglia in testa, che fa passeggiare un cane dalle gambe rotte. Un beagle dal pelo canuto che si trascina dietro un carrello che gli impedisce di toccare con le zampe la terra. Sono belli i due: giocano nel prato della chiesa, si rincorrono e il cagnetto sembra apprezzare lo strano carrello che si porta dietro. Quando si incastra, D’Artagnan arriva veloce e lo toglie dall’incaglio.

Prometto come un marinaio: qui devo tornare. Anche perché alla fine della foresta c’è un cancelletto chiuso che, se aperto, mi porterebbe fuori dall’autostrada e di là c’è una bella casa. C’è anche citofono. Qui qualcuno abita. E’ l’ultimo campanello che attira la mia attenzione: c’è scritto ‘sala visite’. Che voglia di suonare e visitare! Ma bisogna andare. Però prima porto i miei compagni autonauti a vedere le meraviglie che ho scoperto mentre loro prendevano il caffè e facevano pipì.

Un travel in camioncino può essere Bio?

Poi, mannaggia, mi addormento. Dormo sempre in macchina e immagino quello che mi perdo. La pianura padana senza orizzonti, il paesaggio riarso dalla peggior siccità dell’ultimo mezzo secolo, il cielo che sbiadisce e le aree di sosta che mi sono perso nella Brennero. Non ci sono più nemmeno le gallerie che sempre mi sono piaciute perché mi intimoriscono.

Il mondo di sopra: a ogni auto, il suo parasole
Gli ometti dei rifiuti. Residuo si traduce: unspecified.
Vita da camionista

Mi risveglio che già Verona è alle spalle. C’è tempo per un’ultima area di sosta. Adige est (il che vuol dire che c’è un Adige ovest, procurarsi mappa degli autogrill). Sono assonnato, un po’ rintronato, le ossa che faticano. E poi qui c’è un metro dall’autostrada dove si affollano i camion e i campi. Non c’è spazio, sono un po’ deluso, è più un garage per sosta-breve che un territorio di misteri. Julio direbbe che è un’autostrada parallela per auto immobili, mentre di là dalla barriera le auto corrono via.

Ma si può esplorare anche questo territorio strappato alla velocità e, come sanno bene Julio e Carol, ‘l’apparenza inganna’: l’autostrada, vicinissima, è lontanissima. Ci vorrebbe del vino bianco, un Müller, a esempio, la prossima volta mi organizzo. Intanto mi guardo attorno: le montagne si aprono al passaggio del fiume, ci sono strette pianure sotto le rocce, castelli e paesi. Ecco, si capisce che l’Italia è lunga assai. Qui non c’è un melo fuori posto, la vigne sono pettinate come soldatini in fila, niente che sia storto o sghimbescio. Ho sempre l’idea che vogliano nascondermi qualcosa in Trentino, che mettano polvere sotto i tappeti di una perfezione. La mia allergia alla polvere mai si è manifestata in casa di chi spazza per terra una volta all’anno, sfarfalleggia, invece, nelle case trentine: spazzano a ogni ora e la polvere se ne sta, invisibile, a mezz’aria e i mie occhi lacrimano, la mia gola si aggroviglia nelle stanze più pulite e asettiche che mai abbai visto. Nemmeno un papavero fra i meli a ridosso dell’autostrada. Ma è terra dove gli uccelletti cantano felici, il Trentino.

Motorway-art

Scopro l’uscita dall’aerea di sosta, ma qui non c’è un citofono, ci sono regole per entrare e uscire. Ci sono i camionisti che parcheggiano in fila e stanno lì nelle loro case-torri. Ti guardano dal terzo piano. A volte, uno scende, ha due gambe, non so come faccia, piccolo com’è a tenere sotto controllo il bestione preistorico che ha sotto i piedi. Se ne sta a torso nudo rilassando la pancia che scivola un po’ su jeans a mezza coscia. Sta al telefono a manco si accorge di me. Sosta troppo breve, non ho tempo di una chiacchiera, vengono a cercarmi per ripartire. E’ il richiamo dell’autostrada, sirena troppo forte per chi non vuole esplorare l’universo parallelo delle aree di sosta. La velocità contro l’immobilità.

 

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