Trento-Firenze/In direzione ostinata e contraria

L’orologio della stazione. Ci sono ancora gli orologi nelle stazioni vintage

Alle undici e trentasei siamo in piazza Dante a Trento. Pronti al nuovo viaggio. Sono passati i tre giorni canonici. Del ‘non far niente’, dell’attesa. Si riparte. Nella stessa direzione contraria. Trento-Firenze. Non c’è bus (deluso l’autista dell’altra volta, mi guarda con occhi da cocker), non c’è auto (l’altro equipaggio aveva fretta e non ha aspettato la nostra lentezza), c’è un treno. Dove mai si vede il macchinista e i controllori sono vestiti da Armani. Cambia anche la ditta: questa volta si torna all’antico, Fs al posto del signor Italo (che mi starebbe anche più simpatico, per la divisa granata, se non ci fosse di mezzo l’ex-marito di Edwige, e il fatto che i Della Valle vogliono vendere la Fiorentina). Non ho la tenuta, né fisica, né letteraria, di Julio e Carol, ma mi tengo, come se fosse un vadecum, il loro ‘Gli autonauti della cosmostrada’, è un salvagente, un appiglio, una consolazione. L’ultima felicità. Come si fa a raccontare un viaggio dove non succede niente? Mi aggrappo a questo incipit: ‘Ogni spedizione dà per scontato che in qualche modo Marco Polo, Colombo o Shackleton non abbiano perso del tutto il bambino che avevano dentro’. Ogni tanto lo ricerco, ma oggi l’umore è da malinconie.

Non avevo mai notato il cartello che spiegava come un maestro un po’ pedante: ‘Taxi, mezzi a noleggio con conducente’. Dietro ogni frase c’è chi l’ha pensata e chi l’ha scritta (quando è un cartello).

La stazione di Trento da piazza Dante
Inchiniamoci italiani, inchiniamoci stranieri. Rialziamoci tutti. Nella giustizia.
Il culturista seduto sul drago

 

Ho scoperto che piazza Dante a Trento si chiama così perché c’è la statua di Dante nel mezzo ai giardini. O forse ci hanno messo la statua dopo aver deciso di chiamarla piazza Dante. Dante a Trento? E non mi spiegano nemmeno chi è quel culturista seduto sulla schiena di un drago che sta sotto al poeta. Chiedo a due ragazzi e mi guardano in maniera storta e se ne vanno.

Il camion dimezzato e i fotografi

C’è un camion, anzi un camion senza camion, senza didietro, insomma, parcheggiato quasi in mezzo ai giardini. Attira attenzioni più che Dante. Una ragazza con un bel velo porpora fotografa la sua famiglia schierata a fianco del bestione. Non capisco cosa ci faccia lì, il camion amputato. Del resto questa è un piazza curiosa (o forse è il mondo a essere curioso): ci sono due auto di polizia e una dei carabinieri che giocano ai quattro cantoni muovendosi al rallentatore. I poliziotti spiano i ragazzi che a loro volta spiano i poliziotti. Guardie e ladri. Con chi sto? Devo stare con qualcuno? Nelle panchine dei giardini ci sono uomini disfatti con le birre, folli che frugano nei cestini, uomini disperati che dormono sul legno, turisti con trolley, bambini che giocano che le anatre del laghetto, ragazzi dall’aria tosta e araba che diventano obiettivo prediletto dei poliziotti, vecchi arabi che invece se ne passeggiano tranquilli urlando al telefono, famiglie in pic-nic, ragazzi sfaccendati, vecchi in gita che battagliano per l’ombra, ragazze in pantaloncini stretti stretti e le gambe orgogliose. Oltre a Dante, c’è una statua india che dà un tocco di esotico. Il Trentino mandava figli a evangelizzare per il mondo. C’è un angolo per musicisti di strada senza musicisti di strada. Ecco, in piazza Dante ho la sensazione che questa Italia mi piaccia da impazzirne, anche se non so starci e fotografo da lontano. Vorrei farne parte e invece non mi avvicino. Vorrei bere una birra con i ragazzi dall’aria consumata e invitare i poliziotti alla festa. Per scambiarsi documenti.Ma non faccio un solo passo in avanti. Sto fermo. Venite a prendermi. Per mano.

Pic nic in riva al lago

 

Piazza del Nord del Mexico. Creolizzazioni
Angolino per musicisti. Vuoto. Troppo sole, ma se poi dicono che non si può stare dopo le 22?

 

Il gesto dei documenti è ipnotico. Deve essere un gioco abituale. La macchina della polizia di avvicina a una panchina. Il guidatore nemmeno scende, allunga un braccio e prende il foglietto che il ragazzo gli passa di default.Gracchia in una radio e lo ripassa al ragazzo.

Un ragazzo magro come un chiodo e l’aria simpatica chiede una sigaretta a un uomo. Lui gli chiede: ‘Argentino?’, l’altro lo guarda sgranando gli occhi. Poi se ne vanno assieme, come se si conoscessero da anni.

Dai, Chiara, almeno pensaci

 

Su un albero, su tre alberi per essere più sicuro, una mano (e immagino relativo corpo dietro alla mano), qualcuno ha scritto: ‘Chiara resta con me’. Questa era la loro panchina? Dove è andata Chiara?

Sono oramai perverso in questo gioco. Ho bisogno di uno psicologo?

Viva l’Italia

 

Davvero: quattro ore di treno e non accade un bel niente. Nemmeno una parola. Vicini di posto: una donna mangia un panino e poi si tuffa nel telefono, tutti gli altri hanno fili bianchi che pendono dalle orecchie e l’aria assente. Compulsano di continuo gli smartphone. Per fortuna è un treno-lumaca e allora ferma a Borghetto e ad Ala e a Dolcè e salgono e scendono studenti freschi di maturità: ‘Finito, vado a casa e mi ubriaco’. Posso venire? ‘Eva finisce domani e bevo. Poi finisce Cristina e bevo ancora. E poi ci sono Emma e Carolina, beviamo ancora’. Che meraviglia l’estate dopo gli esami.

Gli strani segni del treno
Borghetto di infilata

 

C’è un tipo che sta cercando di fotografarmi con il suo cellulare. Siamo spie contrapposte. Dovrei affrontarlo. Invece cerco di assumere la mia posa migliore.

Quanta privacy sto violando? Perdonatemi, se potete
Ci sono opere da Biennale in treno

 

A Dolcè scendono e salgono un sacco di nigeriani. Uno piccolo allunga il braccio per abbracciare una tipa in abito giallo, stretto come un tubino. Se ne vanno disequilibrati.

C’è sempre una strana sensazione a lasciare la valle del Trentino. Le montagne scompaiono di botto e accade l’irreparabile: la terra si appiattisce. Come si fa a vivere in pianura?

Adoro i sottopassi. Ne sono intimorito, non sono mai stato troppo coraggioso. Accadono cose nei sottopassi
Compagne di pranzo
Mi piace quella mano che si infila nella foto e l’aria dubbiosa del ragazzo (sempre la storia della privacy)
Il mondo della stazione. Verona, città leghista
La cameriera di Spizzico è veloce come una gorillina. Ubbidisce al cartello sulla destra in alto: tirare

Verona Porta Nuova, dodicesimo binario. Ho la sensazione di aver sbagliato città. Nigeriani e senegalesi per la stazione, polizia, hanno appena vinto i leghisti qui. Vorrei evitarmi Spizzico, ma che ci vuoi fare, L. ha fame e quando ha fame non sente ragioni. E io sono debole. Per fortuna ho due vicine slave che mi guardano con occhi sorridenti. Io spiego che potrei rimanere qui fino all’ora di cena. ‘Sei uno scrittore?’. ‘Magari’. ‘Allora leggi?’. ‘Mica tanto’. Se ne vanno salutando. Un altro uomo scruta la mia macchina fotografica e dice: ‘Comunque, attenzione….’. Arrivano tre scalatori e L. osserva che hanno la nota stonata della Coca-cola. Uno scalatore vestito da scalatore, con tanto di elmetto, non può bersi una Coca?

Le attività preferite sul Freccia Argento

Freccia Argento. Davvero non accade niente. Dormono tutti come se fosse un vagone-letto. Dormono con aria incupita. Dormono seduti. Non hanno l’aria di dormire bene anche se reclinano la testa sulla spalla del loro amore. Uno si guarda un film. Un altro ha uno spartito davanti e canta senza far sentire la voce. Un play-back silenzioso. Come vorrei anche io avere una vocazione. Lui agita le braccia come un direttore di orchestra, recupera il fiato dal diaframma e apre la bocca, gonfia le guance. Non esce un solo suono. Lo seguo alla stazione del Campo di Marte. Sale su un auto bianca. Ma chi lo sta aspettando nemmeno scende, apre il bagagliaio con un comando elettronico senza affrontare il caldo. Il cantante non vale una goccia di sudore. Lui non se ne adombra, alla fine sale e lo accarezza con un sorriso. Il suo compagno mi guarda con curiosità sospetta.

Non ci provo nemmeno
I saluti, gli abbracci, mi piacerebbe fotografare gli abbracci, per anni a casa ho avuto la foto di A. che correva incontro al suo uomo
E ora che siamo arrivati?
L’ultimo tunnel. Mi piace l’uomo che legge (un uomo che legge una rivista è una rarità) seduto sui gradini del sottopasso del Campo di Marte

 

‘Ci salutammo come si saluta nei motel, e Firenze era calda, il catrame delle toppe sull’asfalto appiccicoso, lei disse: qui veniva il mio babbo, ma ora ha cambiato nome il ristorante, si abitava poco più in là, ho fatto la cresima in quella chiesa, il rumore del trolley, una mamma che disseta il figlio, il viale da attraversare. La stessa piazza, all’angolo c’è la mia vecchia scuola. E V. non risponde al telefono. Dopo un po’, allarmati, chiamiamo i pompieri’.

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