Firenze-Trento/La solitudine di Roncobilaccio

In attesa di partire. La luce gioca con le piante per dipingere PR

Ultima puntata, immagino. Non leggo il finale degli ‘Autonauti della cosmostrada’, conosco le due ultime pagine, so la fine. Le leggerò più tardi, dopo che il viaggio sarà finito. Non all’ultima area di sosta. L’arrivo ha sempre addosso le malinconie e la farfalline ripiegano le ali.

Capperi, fiori, tutunci

Salutano i capperi. Oramai diventati fiori e tutunci.

Il cervo sulle mura

Saluta il cervo che mai è sceso dalle mura.

Questa volta è un’Impresa Solitaria. Snobbo perfino Bla-bla car, sì che risparmierei e i soldi sono importanti. No, questa volta è una storia con una sola protagonista. La PR, la Punto Rossa. La macchina sulla quale siedo da quindici e passa anni (meno? Più? Non le chiedo l’età, ma se vale la stessa regola dei cani dovrebbe avere più di settanta anni). Ha segni particolari: una cicatrice da sgarro sulla fiancata sinistra, un paraurti che non para gli urti e ogni tanto va per conto suo (è di colore nero, invece che porpora, lo recuperò un abile carrozziere con la voce roca). Ha un bozzo in fronte (apparso dopo un conflitto invisibile con un vicino ben più forte) e tre chiavi diverse (una per la portiera di sinistra, una per il bagagliaio, una per farla partire). La portiera di destra, invece, da fuori non si apre. Ecco, ha 196521 chilometri. L’amico della benzina ha controllato ‘i livelli’ e gonfiato le gomme. Gino quando la vede dice sempre: ‘Che macchina!’. ‘Lei la porta fino alla fine?’, mi chiese chi me la vendette e non capii la domanda. Niente aria condizionata, niente navigatore, niente servosterzo, niente radio. Ma ha l’orologio e riesce a indicare i chilometri della riserva. Andiamo?

Sono lento, lo sapete, vero? Allora, prima sosta dopo appena dieci minuti. Un beneaugurio. Da G. che mi guarda con occhioni stralunati e il suo cappello all’insù.Io cerco sempre di sbirciare il suo ombelico. C’è sempre gente nel suo negozio e, da un po’, non mi va più molto di parlare, ma fa bene al cuore darci un’occhiata. Mangio il suo budino in piedi. A. invece non si fa trovare, ma fingo di aspettare davanti al suo cancello, sono passato dal centro della città per andare a trovarlo e questa volta, con mia sorpresa, non mi sono smarrito, ma lui non c’è. Aspetto un po’, fingo di leggere il giornale. Poi vado. Ore otto e cinquantacinque. Non è un granché come inizio. Non sono in grande forma. E’ che mi ero affezionato a questo andare in su e in giù per l’Italia del centro-nord e so che questo è l’ultimo giorno. Non ho mai sopportato gli addii. Gli abbandoni. I distacchi. Con l’età sono peggiorato: non scendo nemmeno dagli autobus per non perdere la ragazza che sta in piedi accanto all’autista e che sto guardando dalla fermata precedente. E’ che scende lei.

Regole: sosta di almeno mezz’ora ogni due aree di sosta. Non ho la tenacia di Julio e Carol, anche questo lo so e lo sapete. Scrivere è una fatica che sale dalla pancia e scartavetra lo sterno fino ad arrivare in gola. Mi piacerebbe possedere un drago, un furgoncino wolkswagen, un Combi. Non mi piacciono i camper, appartengo a un’altra generazione. Ma un furgoncino wolkswagen è altra cosa: ha l’aria hippieggiante e la bella doppia W. Un tempo andava fino in India.

Un ‘qualcosa’ veloce, in aerea di sosta, scambio di copertoni, abbraccio di valvole, fra Punto Blu e Punto Rossa. Incontri provvisori

 

Prima sosta. L’isola superstite nell’incrocio di troppe autostrade, l’autogrill confuso fra chiese spettacolari, motel, uffici, distributori, una città accerchiata da barriere insormontabili. Non ho mai capito come si fa a entrarvi e come si fa a uscirne. Parcheggio la Punto Rossa sotto il Punto Blu. Li lascio fare per un po’, fatti loro. Io cammino discretamente fuori vista. Scatto una foto ricordo. Per un amore passeggero e bello.

Autostrada, ci credereste? Sembra di essere in Lucania.
Cosa ci sarà nella galleria vuota?
Miraggio Roncobilaccio
Il motel, dove ho sognato notti di amori

Ho un brivido di coraggio. Lascio che la folla di auto e camion se ne vada per la strada più breve. Prendo la ‘panoramica’. Il mondo preferisce la velocità ai panorami. So che questa è l’ultima volta e allora devo salutare Roncobilaccio. Una volta riuscii perfino a dormirci al leggendario motel. Dicono che qui abbiano vissuto i Pooh e Venditti cantava: ‘A Roncobilaccio ci venne incontro un vecchio, lo sguardo profondo e un fazzoletto al collo’ e lui scemo proseguì per Roma invece di rimanere con lui. Ivan Della Mea, invece, si fermava sempre qui, una volta lo vidi tirar fuori dei soldi per un musicista dai lunghi capelli e suggerirgli: ‘E con questi dormi a Roncobilaccio’.

Roncobilaccio è la mia storia. La più bella e inutile delle aree di sosta. Con tanto di motel a cinque e più piani. Adesso l’autosole ‘panoramica’ non è vuota, è semplicemente uno spazio aperto, è la Patagonia, una terra risorta e insorta, una terra di silenzio, un paesaggio di un altro mondo, viene voglia di farci pic-nic sull’asfalto, che ci crescano le margherite. Ci sono frotte di badanti in tuta arancione che ne hanno cura: è piena di ferite e piaghe come un’anziana donna e ha bisogno di tenerezza. Sta provando a essere un deserto. Non un solo camion e quattro auto in tutto in cinquanta chilometri. E allora da dove sbucano tutti quelli che stanno prendendo il caffè a Roncobilaccio? Sono tutti qui, si affollano al bancone del bar, indaffarano il vecchio barista, gli autonauti non riescono ad andare via da questo luogo di memoria come se fosse un film di Buñuel oppure non vogliono lasciare solo il barista e il benzinaio. Difendono il lavoro. Io salgo fino al motel, parcheggio vuoto, non voglio sapere se è ancora aperto o meno, al quinto piano sventola uno straccio grigiastro: ‘menù a prezzo fisso’. Tentazione, non ho il coraggio. C’è solo un immenso camion sistemato in mezzo a questa landa. Gli alberi cercano di riprendersi lo spazio perduto al tempo del boom italiano. Un benzinaio dai grandi baffi è immobile da ben più di mezz’ora. Forse è immobile da sempre di fronte a pompe senza automobilisti. Ha le mani in tasca e la pancia in fuori.

Adios, Roncobilaccio. E’ stato bello passare questi anni con te.

Il parcheggio chiuso
Il parcheggio vuoto
Non ho il coraggio di salire fino al Motel. Lo guardo da fuori come si guarda un castello. Un camionista si è fermato per affezione

Riappaiono le macchine quando le autostrade si ricongiungono, adesso è mare aperto, si va di qua e di là, come se fosse una libertà, temo che non lo sia. Cosa accadrebbe se tutti ci fermassimo e decidessimo di andare a piedi, senza pagare il pedaggio?

Leggo frammenti e ho momenti di commozione, sono troppo emozionato sull’autosole: ‘quando cala quel velo di tristezza, quando appena iniziato il viaggio dubiti di nuovo della sua fine, come tacere, come parlare? A suo tempo quella tristezza, amor mio, a suo tempo ancora lontano e doppio. Per quanto grande sia l’oscurità, non c‘è buio che mi faccia retrocedere’.

Ma se io sto facendo di tutto per non scrivere? Perché non so cosa scrivere. Ho smesso le lezioni di tromba dopo la seconda lezione. Non voglio più ricordare chi per anni mi ha detto: ‘Scrivi’. Maledico (e gli chiedo scusa) chi mi ha sempre detto: ‘Bravo’. Mi avesse tirato un piatto in faccia (ci sarei rimasto molto male, mica sono Foster Wallace). Cosa sta accadendo in autostrada?

Cantagallo è nell’alternanza sbagliata, passo sotto il suo ponte. Con te ci rivedremo.

Ma anche alle spalle di Secchia Est c’è un’Italia abbandonata e cementificata
Sei un paese meraviglioso…e già che ci siamo organizzerei una passeggiata in quel palazzo là dietro
L’arancino proiettile, per fortuna c’è Carol, Julio non è entrato, gli ho portato un whisky

Secchia Est è orribile, ma aspetta Vasco e allora sono tutti eccitati. Faccio contromano, devo fermarmi da regolamento, ma non vorrei. Ore undici e cinquanta. I lavoratori del bar e del ristorante stanno sul retro a fumarsi sigarette, ci sono i motociclisti strizzati nelle loro tute. Sono generalmente (ma come scrivo!) grossi, hanno donne da Parsifal, con culi immensi. Prendo coraggio: entro nel ventre della balena. Ne vengo ingoiato, mi incastro nei suoi denti. Annoto i prezzi: cinque euro e dieci per un Camogli sbiadito (chi è il finanziere che ha messo quei dieci centesimi in più), quattro euro e venti una rustichella mediterranea (in Padania?), quattro euro e novanta una Bufalina, sei euro e novantanove un’insalata standard (standard?). All’arancino (ben freddo, ci sarebbe il forno a micronde) non resisto: due euro. Senz’acqua: proprio non mi va l’euro e novanta di una bottiglietta di minerale. A Matera l’acqua è offerta. Al mercato costa sessanta centesimi, questo è un ingrosso, approfittano perché non puoi andare in paese a comprartene un’altra? Sto diventando troppo serio. Non farti venire la malinconia, sarebbe un tradimento. E poi c’è chi ci lavora qui e vive di quei dieci centesimi (oddio, Karl, dai, scherzo)

Tentazione
Gentilezza di camionista, lava le sopracciglie

Devio sulla Brennero. Guardo le fabbriche scivolare al mio fianco, cosa fabbricheranno alla Thun? (vado su wiki: articoli da decoro, fondata dalla contessa Thun a Bolzano, che ci fa a Mantova?..tutta ‘sta fabbrica misteriosa per ‘articoli da decoro’? Ecco, non è una fabbrica – quelle stanno in Cina e in Myammar, ma questa portaerei spiaggiata e arancione è un flagship store, tutto chiaro? Dall’autostrada non si capisce niente, snobismo sudtirolese).

PR si sente un po’ parente povero
Punto di raduno. Intanto mangiamo. Notare la cassetta-frigo. Loro sono scesi dalla macchina con le biciclette. Sono talentuosi e perfetti

Scavalco il fiume. Area di sosta di Po Est (sempre a est sarò in questa risalita dell’Italia), ore dodici e trantasei. I tavoli nel solo praticello sono occupati, mi siedo sull’erba. Gli esperti del viaggio arrivano con borse frigo colme di vaschette di plastica, birre fresche, cartastagnola Coop e si contendono, come formiche, il posto all’ombra. E’ come al parcheggio: uno finge di alzarsi e l’altro arriva di corsa. Mette una borsa per occupare il posto. E si guarda attorno con aria di superiorità e successo.

I cani sono felici nelle aeree di sosta
Non ho il coraggio di mettere la donna che scartavetrava gratta e vinci. Non ho mai coraggio
Centellino una per una pagine già lette. Non voglio che il viaggio finisca

Ore tredici e quarantadue. Garda Est. Questo è il Nord, le montagne si prendono l’orizzonte con alterigia. Il benzinaio fa concorrenza illecita e vende l’acqua a trenta centesimi meno che al bar. Almeno infrange il cartello dei monopoli. Ci sono anche libri a un euro: saggi di Bettino Craxi (lo avresti mai detto, finire in remainders da autostrada dopo tanta gloria e infamia), la breve storia degli ebrei e la nuova guida a Roma.

Mi siedo a un tavolo in equilibrio fra i camion e le auto. Una coppia si impegna in un gratta e vinci: ‘Abbia fede’, dice lei. ‘Ecco, cinque punti, non cambia la vita’, dice lui. Ho anche la foto, ma non ho il coraggio di pubblicarla. Il giornalista pavido. Arrivano due stranieri con panino succoso, pane nero e insalate. ‘Can we join?’. Ma sono tedeschi, vogliono ingannarmi.

I cani sono felici nelle aere di sosta. Scapicollano dopo le ore passate nel bagagliaio. Fiutano l’aria, affondano il naso nell’erba. Hanno guinzagli da astronauti.

Sequenza. Nemmeno dalla macchina sono sceso.
Sequenza. Da far vedere agli amici al ritorno, no, maledetto Instagram, gli hanno tolto il fascino dell’attesa. Non mandare subito, ti prego, assapora il loro stupore
Come sarà venuta?
E’ bellissimo qui, a Nogaredo Est

Ore quattordici e cinquantadue. Ecco, Nogaredo Est. Una striscia di asfalto, sono già passato di qui. Sono stanco, mi addormento, sono inquieto. Non scendo nemmeno dalla macchina. So che è l’ultima area di sosta. E poi?

‘Per la prima e l’ultima volta abbiamo saputo cosa fosse la felicità assoluta’. La prima e l’ultima…com’è difficile, com’è dura…

Ecco, fine

Carol se ne è andata a novembre, nemmeno cinque mesi dopo il viaggio. Guardo le parole di Julio come se fossero un quadro: ‘Il dolore non è, non sarà mai più forte della vita che mi hai insegnato a vivere come forse siamo riusciti a dimostrare in questa avventura che si conclude qui, continua nel nostro drago, continua continua per sempre…’. No, non ci riesco. Ma questo racconto, questo andirivieni fra Trento e Firenze l’ho raccontato.

Sto per andarmene, senza nemmeno fare una foto, quando sbucano tre giapponesi (cinesi? Mai saputo niente dell’Asia). Lui è magro e matto, ha jeans stretti alle natiche e sembra Buster Keaton, lei è tondetta e stupita, indossa un abito a strisce e un cappelletto di paglia. Lui avrà cinquant’anni, lei dieci anni di meno. Girano con un smartphone appeso a una di quelle stanghe alle quali prima o poi dovrò cedere. Trovano meraviglioso il paesaggio oltre la cancellata dell’aerea di sosta. Si mettono in posa, si fotografano, si filmano, lui si mette occhiali scuri, si guardano a occhi aperti, come bambini, bulimici di questa vacanza sognata per decenni, incuranti della follia di quanto stanno facendo (in una orribile aerea di sosta, in un viaggio interminabile, dieci capitali d’Europa in dieci giorni). Se ne vanno abbracciati verso la pompa del diesel e lui, insaziabile, insiste: ancora una foto, ancora una foto. Insieme.

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