Il gioco del mondo/Un prato in riva al lago

Il gioco del mondo

Ho letto da 6 a 9 in un pratino che nemmeno a Oxford. In fondo solo nove pagine. Nemmeno una gran fatica. Ma il corpo delle lettere è particolarmente piccolo. Edizione economica. A volte devo strizzare gli occhi per mettere a fuoco bene. In casa ho lampadine a basso consumo e leggere è storia di ombre e fioche illuminazioni. Allontano e avvicino di continuo il libro. Nell’incertezza, a volte, esco fuori. Per capire se ho ben letto. E, sia ben chiaro, l’oculista matto e fuori dal carcere mi ha sempre spiegato che io non ho bisogno di occhiali.

Mi chiedo perché ho scritto ‘pratino’, questo è un prato, verde bandiera italiana, con alberi e tavoli messi all’ombra che quasi ci fa freddo. Prato che disegna confine con ghiaino. Paesaggio di artifizi, costruire per ammaliare le anime semplici.

Mi grattavo un piede e cercavo di strapparmi un unghia e leggevo di saputelli infedeli al sole e all’amore. Mi guardavo attorno e vedevo il verde lucido del prato, le acque del lago sulle quali galleggiavano papere che fingevano indifferenza agli umani e piccole scorie pelose che inorridivano giovani donne. Riabbassavo gli occhi e l’improvviso lo scarto di gamma rendeva quasi impossibile leggere subito un altro rigo. Horacio ora è occupatissimo a osservare gli alberi, i cordini che trovava per terra, le gialle pellicole della cineteca. Io mi distraggo con l’odore di würstel che un uomo felice sta arrostendo alle mia spalle e poi ci mette sopra una dose di senape che fa allegria e stringere le mucose della bocca.

Alla fine, faccio un movimento e, mentre giro pagina, rovescio la birra sul prato. Faccio finta di nulla, ma non sfuggo alla sua attenzione. Guardo, e faccio nuovamente finta di guardare le pance delle ragazze, le famiglie con le borse-frigorifero e le carrozzine supermoderne. I ragazzi del service stanno montando la notte per un concerto di uno che si chiama Raphael Gualazzi. Love and Peace, dice di lui wikipedia eppur siamo lontani dagli anni dei sorrisi. Se non si vuole che l’amore finisca in una figurina o in una romanza senza parole, ma l’amore, quella parola…Non sono sicuro di aver letto bene.

Mi bagno la pancia, i polsi, la nuca e vado in acqua. Fra le papere e schifosa verdura sottomarina anche se questo è un lago. Abbraccio una boa, faccio le mie sei bracciate, tengo gli occhi aperti sott’acqua. La bocca piena di fiori e di pesci. Fuori posto invece è l’impermeabile che sapeva di minestra fredda. Certo, il contesto non favorisce la concentrazione: estate, in riva a un lago, paesaggio da famiglie, un po’ stucchevole, ma forte, ben costruito, un design, insomma, roba da architetti più che da dio naturale, incoraggiante, rassicurante. Un uomo passa orecchio appeso al cellulare. Verbo puro a-ma-re, a-ma-re. E poi sempre la copula. Ecco sono arrivato a 10. Un altro giorno, un altro giorno. Dosi leggere. E’ vero, don Pablo, è stata colpa grave non aver letto fino a qui Julio. Ho calcolato che se continuo così ci metto 58 giorni, vorrei che non passassero mai. Saranno molti di più, infiniti. Per fortuna, io sono lento. Raccolgo il libro, il telefono, i pantaloni, scivolano via le mutande e me ne vado. A friggere salvia.

Levico, 11 luglio 2017

 

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