Corto Maltese/Una favola a Venezia

 

 

Ho le mani incrociate dietro la schiena. La luna è una perfetta falce turca sopra le mura merlate. Il silenzio è assoluto. Ti guardo dritto nei tuoi occhi di pietra. Non sei un leone di San Marco, ma sei altrettanto fiero e possente, guardiano delle porte dell’Arsenale. Sei un trofeo di guerra, un ‘leone greco’ accucciato davanti ai cancelli del cantiere navale più celebre del mondo: Francesco Morosini, il Peleponnesiaco, ammiraglio della flotta veneziana, nel 1692, ti strappò dal tuo piedistallo che troneggiava nel Pireo per trascinarti fra i canali di una Venezia allora potente e altera, dominatrice del Mediterraneo. Chissà se si accorse degli strani simboli tatuati sulla tua spalla? Chissà se Morosini decifrò quei segni misteriosi intarsiati nella tua pelle di marmo? Chissà se è stato capace di sciogliere, per primo, il mistero di quei graffiti runici che si attorcigliano, come un serpente, attorno alla tua criniera? Corto Maltese, nelle sue passeggiate notturne fra calli e campielli, non vi riuscì. Guardò a lungo quei caratteri e, alla fine, si arrese. Si limitò ad annotare: ‘Leoni greci con delle rune scolpite. Questa città è ogni volta più strana’. Osservo quelle stesse incisioni sulla schiena del più grande dei leoni che sorvegliano l’ingresso dell’Arsenale: il tempo e la salsedine hanno ancor più corroso questi geroglifici graffiati nel marmo da antichi marinai vichinghi e l’arcano di queste scritte è sempre più illeggibile. E allora, come fece Corto Maltese nella primavera del 1921, anche oggi non rimane che andarsene, che perdersi fra il Ghetto Vecchio e le solitudini di San Pietro di Castello per cercare, assieme a vecchi eruditi e antichi saggi veneziani, gli indizi che conducono agli scrigni segreti dove è nascosto uno smeraldo magico, ‘purissimo e bellissimo’. Non tutto sarà chiaro in questo viaggio: ma questa è una Favola di Venezia, qui il mistero fa da guida, queste sono le corti e le fondamenta percorse da Corto Maltese e qui vive ancora Esmeralda (esiste, esiste, io l’ho incontrata in un’osteria dalle parti di Rialto: bellissima prostituta di Buenos Aires, ha riccioli neri e occhi profondi come il mare e amò con passione il Maltese). E’ lei che mi sussurra: ‘A Venezia non devi andare a fondo nelle cose. Non devi mai dare troppe spiegazioni’. Seguirò questo consiglio prezioso: ma adesso è tempo di cercare una gondola per il Ghetto Vecchio.

 

Una gondola per Ghetto Vecchio

Occhi di Fata, spavaldo e sbruffone, sosteneva di essere il più bravo gondoliere di Venezia mentre conduceva Corto verso la casa del rabbino Melchisedec. “E’ vero – dice oggi Stefano Gritti, giovane motoscafista in Piazza San Marco – Era uno dei vecchi gondolieri e non ce ne sono più come lui: ti raccontava le storie autentiche della città. Si perdeva con la sua gondola fra i canali e parlava per ore. Era un bevitore formidabile, un personaggio straordinario”. Occhi di Fata era guercio: quando incontrava Corto Maltese aveva sempre gli occhiali scuri. Li portava anche di notte. Accompagnò il marinaio non solo nel Ghetto Vecchio, gli capitò anche di attraversare tutta la laguna per condurre Corto a San Francesco del Deserto. Non fece nessun commento, disse solo: ‘Una bella vogata’. Ancor oggi, al mattino, Occhi di Fata si aggira per le banchine di San Marco. Anche lui continua ad aspettare il ritorno del Maltese?

Quella notte, nella Favola veneziana, il gondoliere vogò fino al rifugio del dotto Melchisedec. Grande vecchio dalla barba bianca e dal kippà, lo zuccotto tradizionale, oramai consunto e grande rabbino, custode fedele della memoria di Venezia: Melchisedec si identifica con Sem, il figlio di Noé. Troppi crocevia in questa città, troppi destini incrociati per non smarrirsi. Ma sarà proprio il rabbino, alla luce delle fiammelle della menorah, il candelabro a sette braccia, a svelare a Corto Maltese gli enigmi delle iscrizioni runiche e i segreti dello smeraldo magico. Questa pietra, trafugata, nell’829, assieme alle spoglie di San Marco ad Alessandria d’Egitto da due mercanti veneziani, Buono da Malamocco e Rustico da Torcello, era conosciuta come la ‘clavicola di Salomone’. Era la chiave alchemica indispensabile per ritrovare i tesori perduti della regina di Saba e del grande re di Israele: dopo un tentativo di furto, le tracce del gioiello svanirono nel 904. Il ladro, scoperto, annegò nel rio di Madonna dell’Orto. Melchisedec non si limiterà a raccontare a Corto Maltese intricati misteri da alchimista, ma, in altre storie, narrerà al marinaio anche la verità su San Reys, Eldorado perduto, settima e ultima città d’oro dell’Amazzonia. Insomma: chi cerca tesori deve sempre partire da Venezia.

 

La casa di Melchisedec

La casa di Melchisedec esiste per davvero (o forse no?). Magari è un’altra serissima balla di Guido Fuga e Lele Vianello, amici per la pelle di Corto Maltese. Hanno scritto la più fantastica guida a Venezia e, da topografi pignoli, hanno anche disegnato la mappa per trovare la casa del rabbino: è in fondo a un sottoportego, fra la sontuosa sinagoga Spagnola e il ponte del Ghetto Nuovo. Qui si apre una piccola corte e, in un giardino nascosto, il saggio Melchisedec trovò libri ‘illeggibili’ che ‘parlavano di continenti perduti e di popoli che venivano da mondi lontani’. Il vecchio rabbino ne conosceva le chiavi di lettura e il Maltese era un ascoltatore attento. Melchisedec, interprete dei misteri, profondo conoscitore della Cabala, non mancò di avvertire l’amico marinaio: ‘Attento, cominci a giocare curiosamente con i ricordi assopiti nella polvere del passato. E’ un gioco pericoloso, il tuo…’. Corto ascolterà le parole del rabbino? Potete giurare di no.

Le piazze del Ghetto, alla notte, sono deserte. Nel 1938 gli ebrei di Venezia erano 1.471. Tre secoli prima erano oltre cinquemila. Qui, per la prima volta nella storia, fu usata la parola ‘ghetto’. Nel 1943 i nazisti e le camicie nere irruppero nella Casa di Riposo e deportarono nei campi di concentramento tedeschi 289 ebrei: a Venezia tornarono solo in sette. Oggi, in questo quartiere, non vivono che due o tre famiglie ebree. La comunità ebraica, fra Venezia e Mestre, si è ridotta a poco meno di cinquecento persone. Ma è viva, tenace, orgogliosa. Quattro bambini felici saltellano verso l’asilo ebraico, sette vecchiette vivono ancora nell’antico ospizio israelitico, il vicerabbino Izthak Charig sorride quando chiediamo di Melchisedec e, con indulgenza, dice: “Noi studiamo, leggiamo, cerchiamo. A un certo punto la conoscenza non riesce a spiegare tutto: allora scatta la fede”. Qui, nel Ghetto Nuovo, sono arrivati anche gli ebrei ortodossi e messianici: ragazzi americani dal viso pallido e le occhiaie profonde, che non parlano una parola d’italiano e oscillano, con i filatteri di cuoio attorcigliati attorno alle braccia, nelle preghiere ebraiche e nella lettura del Talmud, in una stanza a vetri della grande piazza del Ghetto Nuovo. Corto Maltese li osserverebbe senza far trapelare i suoi pensieri. Ma lui aveva nostalgie sincere della vecchia comunità ebraica. Una volta ebbe a dire: ‘Sono stati gli ebrei che hanno dato a questa città la ricchezza, la scienza, l’arte e la musica’. Il viaggio veneziano di Corto è anche un’esplorazione misterica fra le religioni di questo sfolgorante mosaico lagunare. ‘Bisogna voler trovare’, diceva spesso Hugo Pratt che ben conosceva il carattere di Corto e sapeva della sua ostinazione: per questo non si oppose quando lui volle andare fino all’ultima isola di Venezia.

 

Iscrizioni arabe sulla cattedra di San Pietro

Non vi sono più olivi nell’isolotto di Olivolo, uno dei più antichi insediamenti della laguna, oggi più conosciuto come San Pietro di Castello. Ma qui, fra la navate della grande chiesa, cattedrale della città fino al 1807, vi è ancora un trono di marmo: è la cattedra di San Pietro in Antiochia, seggio vescovile dell’apostolo. Fu l’imperatore d’Oriente, Michele Paleologo, a donarla al doge Pietro Gradenigo nel 1310. Corto Maltese deve venire fino alla fine di Venezia per scrutare un’altra scritta indecifrabile: lo schienale del trono è una pietra funebre con incisi, in caratteri arabi, versetti del Corano. Corto è perplesso: la ‘prima scrittura araba conosciuta è quella della tomba del poeta Imru l-qays’ e risale al 328 dopo Cristo. Il sacrificio del primo degli apostoli di Cristo era già avvenuto da secoli. Pietro, il vescovo Pietro, non avrebbe potuto appoggiare la sua schiena a una stele funebre che non avrebbe potuto essere scolpita, ai suoi tempi, con segni arabi. Bell’intrigo per Corto. Ancora una volta il marinaio non sa decifrare l’enigma, non sa trovare la pista capace di condurre allo smeraldo magico. In realtà, fu il viaggiatore arabo Ibn Battuta a incidere sul trono di Pietro le altre sibilline indicazioni necessarie a trovare la pietra di re Salomone: ma Corto lo avrebbe saputo solo molto più tardi. Seguendo le tracce del Maltese ci siamo persi davvero in una Venezia da fiaba, una Venezia smontata e rimontata in una geografia, confusa e precisissima, di esoterismi, eresie, leggende e mille religioni. Peccato che Corto Maltese non abbia conosciuto il musicista Luigi Nono che suggeriva l’impossibile a chi approdava in laguna: ‘Dovete saper vedere e ascoltare l’invisibile e l’inaudibile. Arrivare al minimo grado di audibilità e di visibilità’. Nono e Corto sarebbero andati d’accordo.

 

Il tesoro di San Francesco del Deserto

Corto bambino correva nei cortili del Ghetto Vecchio, succhiava il confetto che la signora Bora Levi gli offriva dall’alto della ‘scala matta’ e già giocava con i misteri dei simboli di Venezia. Conosceva le statue di tre fratelli turchi incastrate nei muri del campo dei Mori, disegnava farfalle illusorie sui mattoni rossastri di uno splendido palazzo di campo dell’Abbazia. Qui, al riparo del sottoportego, il Maltese, negli anni della sua adolescenza, amoreggiò con belle ragazze ‘dagli occhi color veneziano’: Corto si era assicurato la complicità e i silenzi del proprietario di quell’elegante casa nobiliare, il vecchio Italico Brass, nonno di Tinto. A Venezia si è sempre sul punto di perdersi, per poi ritrovarsi in luoghi conosciuti e tra amici fidati.

Corto intrecciava e confondeva le religioni. Lui amava lo Gnosticismo, intrico eretico capace di vagare fra le correnti magiche-astrologiche dell’Oriente e il giudaismo alessandrino, fra l’ermetismo e le filosofie ellenistiche. Un bel guazzabuglio in cui ognuno può trovare ‘quello che desidera’. Ma non è per cercare pace e serenità o ritrovare il filo più lineare di una religione che Corto, mentre infuriava la prima guerra mondiale, attraversò la laguna fino all’Isola del Deserto, frammento di terra irraggiungibile a un passo da Burano. Corto Maltese, gnostico e scettico, aveva un appuntamento con fratello Serafino, prete francescano dalla chierica tondeggiante e la barba folta, esperto in epigrafia e restauro di antichi manoscritti. E’ lui che copierà per Corto la mappa delle Sei Città d’Oro di Cibola, leggendario Eldorado amazzonico: erano state incise sulla pelle di un francescano trucidato e scuoiato dagli indios dell’Alto Maranon. Solo luoghi come questo, solitari e affascinanti, possono conservare segreti così preziosi. San Francesco sbarcò su questa isola nel 1220. San Bonaventura racconta che il santo si sedette in mezzo a stormi di uccelli che non volarono via quando videro l’uomo avvicinarsi. Anzi: Francesco li chiese di smettere di cinguettare per poter pregare in silenzio e gli uccelli ubbidirono. Il santo piantò sulla terra dell’isola un bastone di cipresso che ‘subito mise radici e rigermogliò’. Oggi l’isolotto di San Francesco del Deserto è una corona di cipressi verdi che spunta dalle acque della laguna. Corto non troverebbe più fratello Serafino ad accoglierlo, ma un giovane padre guardiano senza barba e con l’aria da studente. Fratello Alfonso ha 36 anni, è gentile e cortese. E non crede che a San Francesco del Deserto sia nascosta ancora una mappa del tesoro. Vive con altri sette frati in questo angolo solitario della laguna, luogo incantato e perfetto. La vita, qui, ha gli stessi ritmi dei tempi di Corto Maltese: lodi al mattino, meditazione, lavori nell’orto e nel grande giardino, pranzo, ufficio delle letture, vespero e compieta alla sera. Nei fine settimana si può incontrare anche fratello Carmelo: ha 74 anni e da mezzo secolo vive a San Francesco del Deserto. E’ l’ultimo dei frati ‘questuanti’: Carmelo gira per le strade del Veneto a raccogliere cibo, vestiti, granaglie, doni per i conventi e le missioni. Forse ha davvero conosciuto Serafino e intravisto, da ragazzo, le curiosità profane di Corto Maltese. Fratello Alfonso indica nella nebbia, verso l’isola di Sant’Erasmo, il profilo di un grande palazzo con un doppio camino: assomiglia maledettamente alla ‘casa dell’angelo d’Oriente’, dove Venexiana Stevenson tesseva i suoi intrighi per contendere il segreto dell’Eldorado al marinaio maltese.

 

Calle dell’Amor dei Amici

Lo so, in questo viaggio veneziano le domande non hanno avuto risposta. Dopo tanto cercare, la ‘clavicola di Salomone’, smeraldo magico, chiave degli alchimisti capace di evocare spiriti e demoni, appare, senza spiegazioni, nelle tasche dei pantaloni di Corto. Ma, adesso che possiede il gioiello, il marinaio veleggerà davvero per l’Etiopia alla ricerca delle miniere del re d’Israele? La Favola di Venezia terminò la notte fra il 24 e il 25 aprile del 1921, giorno di San Marco, patrono della città. Venezia è nel sangue. Vi si ritorna sempre. E’ impossibile staccarsi da lei. Corto lo sa e sussurra alla fine della sua Favola: ‘In questa città succedono cose incredibili’. Ma il marinaio sa anche altre verità e dice: ‘In questa città bellissima finirei per lasciarmi prendere dal suo fascino, diventerei pigro’. Sullo sfondo della sua nostalgia scivolano le cupole verdi di San Marco: ‘Venezia sarebbe la mia fine’.

Ma Venezia è generosa con Corto Maltese e gli apre le porte di tre luoghi magici e introvabili: calle dell’Amor dei Amici è larga non più di mezzo metro. Maschere inquietanti spuntano da dietro una finestra. La calle non conduce da nessuna parte: finisce in una riva. E nemmeno i più meticolosi manuali degli eruditi veneziani sanno spiegarsi l’origine del suo nome straordinario. Il ponte delle Maravegie è un luogo sospeso: là, oltre l’Accademia, bisogna andarvi di notte quando la solitudine è assoluta e il silenzio è immobile. E calle dei Marrani a San Geremia in Ghetto è davvero un’illusione. Nessuno sa se esista per davvero oppure no. ‘Quando i veneziani sono stanchi si recano in questi tre luoghi segreti e, aprendo le porte che stanno nel fondo di quelle corti, se ne vanno per sempre in posti bellissimi e altre storie’: qualche volta queste porte si aprono anche per chi non è di Venezia. A Corto Maltese, quel giorno di primavera del 1921, qualcuno aprì e lui scomparve. Qui è possibile, davvero, ‘entrare in un’altra storia, in un altro luogo’. Ricordate: calle dell’Amor dei Amici, ponte della Maravegie e calle dei Marrani. A voi trovarle.

 

Corto Maltese

Si racconta che il padre fosse un marinaio di Tintagel, il villaggio della Cornovaglia celebre per le avventure di re Artù. La madre era una splendida gitana di Siviglia, bellissima ballerina di flamenco. Corto Maltese (Corto sta per ‘svelto di mano’ e di coltello) nacque a Malta, il 10 luglio del 1887. A dieci anni scoprì che la sua mano era priva della linea della fortuna: il ragazzino tornò, allora, a casa e con un colpo di rasoio si incise, con una linea dritta e profonda, il palmo della mano sinistra. Il giovane Corto, a La Valletta, si immerse negli studi della cabala ebraica e si perse nei sogni celtici del padre. Ma Malta era troppo piccola per le sue inquietudini. Non aveva compiuto 17 anni, quando si imbarcò sulla Vanità Dorada, una goletta diretta oltre la rocca di Gibilterra, luogo dell’incontro fra suo padre e sua madre.

Da allora, in un incastro di giochi del destino, Corto Maltese diventò un nomade del mare e dell’avventura. Vita straordinaria, la sua: incrocia la nave Mongolia a bordo della quale dovrebbe trovarsi Phileas Fogg impegnato nel suo giro del mondo in ottanta giorni, conosce Jack London, si perde fra la Siberia e la Dancalia, fra la Mongolia e le più remote coste africane. Cerca le miniere di re Salomone e si ritrova a cavalcare al fianco di Butch Cassidy. Diventa pirata nei mari orientali, naviga per le solitudini del Pacifico. Nella Guyana olandese fa amicizia con Jeremiah Steiner, professor di Franz Kafka e amico di Sigmund Freud. La prima guerra mondiale lo sorprende a Venezia mentre cerca la mappa della città perduta di El Dorado.

Non riesco a seguire, dalle coste africane alla Manciuria, tutte le avventure di Corto: so che cercò anche il tesoro di Alessandro Magno e degli zar russi, che si ritrovò nel bel mezzo della guerra civile irlandese e provo invidia per i suoi balli di tango nei bordelli di Buenos Aires.

Dove morì Corto Maltese? Non lo so. I suoi biografi annebbiano la storia. In un’osteria veneziana ho sentito dire che cadde in Spagna nella disperata resistenza della Repubblica contro i franchisti. So, invece, che Hugo Pratt è morto a Losanna nel 1995. Corto Maltese apparve per la prima volta sul mensile Sgt. Kirk nel 1967: era la prima puntata della saga de La ballata del mare salato. Pratt non ha mai fatto mistero di essersi ispirato, per ricostruire la vita di quell’avventuriero romantico, alle ombre di un film scombiccherato: La strega rossa, fantastica storia di pirati e navi-fantasma, girato da John Wayne nel 1948.

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