I poeti non sanno costruire città/El cafè la India

Managua, cafè de poetas

Ecco: nessuno sa perché quel piccolo caffè della Quinta calle nordest (nelle Americhe hanno difficoltà a dare nomi alle strade) di Managua si chiamasse La India. L’hotel Santa Cruz era collegato direttamente con il caffè attraverso una piccola porta interna. Albergo e caffè appartenevano a Carlos Alberto e a Maria Angelica, una coppia arrivata nella capitale da Jinotega. La gente del Nord-est quando veniva a Managua sceglieva quasi sempre questa pensione economica. Vi erano studenti che vi passavano i primi mesi dei loro anni scolastici, prima di trovare una camera indipendente. Le ragazze dormivano al piano terra. I ragazzi al primo piano.

Il caffè e i poeti a Leon

 

Horacio, Rolando, Edwin, Roberto, Ivan erano giovani, tumultuosi, intellettuali. E pigri: La India era a mezza cuadra dal giornale La Prensa, una delle poche voci che cercava di opporsi alla tirannia di Somoza e dalla scuola di Bellas Artes. Al sabato La Prensa pubblicava una pagina letteraria: se volevi fregiarti del titolo di poeta dovevi apparire lì (si è poeti se si pubblicano poesie?) e i ragazzi pensavano che passare il tempo a poca distanza dal giornale potesse aiutare a prendere coraggio prima di affrontare il responsabile del supplemento. Che era Pablo Antonio, altissimo, magro, un pajaro allampanato che sembrava guardarti da sotto in su anche se era mezzo metro più alto di te. Sì, assomigliava a un uccello in equilibrio sul ramo di un grande albero, Pablo Antonio Cuadra. Più conosciuto come PAC. La sua figura è come uno spettro che si agita, invisibile, fra le righe di questo libro. A volte, appare. E nessuno capisce se sta sorridendo o meno.

I pittori, da parte loro, pretendevano di aver scoperto per primi La India: la scuola di Bellas Artes era davvero vicina e loro preferivano starsene sotto i ventilatori di questo caffè invece che nei loculi roventi dell’Accademia. Pittori e poeti, in poco tempo, presero possesso de La India.

Caffè Pilon, Managua

 

Il caffè era buono, la birra c’era. Un bicchier d’acqua non lo negavano. Il rum non era di grande qualità. Agli artisti poteva bastare. Nessuno ricorda con precisione come è che sia accaduto, ma, alla fine, si resero conto, di aver scelto La India come luogo prediletto di incontro, di serate, di lunghi pomeriggi di chiacchiere e litigi. Alcuni dicono che sia stato merito anche della Coquita, una cameriera arrivata dalle montagne del Nord-est del paese. Carlos diceva che camminava senza far alcun rumore, ‘come se i suoi passi si muovessero in un prato’.

I poeti erano bizzarri e litigiosi. Rolando era il più geniale, Edwin faceva inviperire con le sue battute acide, Roberto non risparmiava nessuno con i suoi scherzi velenosi. Edwin e Illescas annunciarono con settimane di anticipo che avrebbero bruciato i libri dei ‘cattivi poeti’. Avevano scelto la data, il 15 luglio del 1961, e il luogo. La piazza della Repubblica. I giornalisti vennero a saperlo e, fin dal mattino, erano lì ad aspettare il falò. I poeti de La India avevano fatto una lista di 87 nomi, autori dei libri da incenerire. Non ho mai saputo se i poeti hanno tenuto fede a questa loro insana minaccia.

Non era facile entrar a far parte del gruppo dei poeti de La India. Pretendevano che tu avessi letto Sartre, Camus e Noam Chomsky. Era un club esclusivo e superbo. Prima di sedersi ai tavoli del caffè assieme a loro bisognava almeno aver pubblicato una poesia sul supplemento letterario de La Prensa e averne affrontato il magrissimo direttore. Non ho fatto in tempo a conoscere PAC, ma, dalle foto, mi è sempre parso un uomo con una frusta in mano. Ascoltare in piedi i poeti de La India che leggevano la tua poesia davanti a tutti però era ancor peggio. ‘Ho visto ragazzi scappare in preda alla disperazione e mai più riapparire. Prova fallita’, mi dice Franklin. A La India i poemi venivano letti a voce alta e fatti a pezzi. Vi era tifo da stadio, le critiche erano feroci, gli applausi appassionati, i silenzi assordanti. I camerieri non osavano avvicinarsi ai tavoli durante queste letture. Spesso uno si alzava, strappava di mano il foglio allo sventurato debuttante, lo riduceva in mille pezzetti e sbatteva i coriandoli di carta in faccia al malcapitato. I poeti sono gente feroce. Ivan mi corregge: ‘No, non era così. Ci interessava la perfezione, questo sì. Non tolleravamo la benché minima nota stonata. Non volevano pubblicare un libro, volevamo conquistare il paradiso dei poeti’. La India divenne una palestra, una scuola: vi si insegnava un karatè di parole, si giocava una roulette russa impietosa con i versi. Era una istituciònanárquica. Un’università di letteratura senza diplomi finali. Ivan diventa malinconico e insopportabile: ‘In fondo eravamo solitari, desolati, senza speranze. Vivevamo solo per le parole, non avevamo futuro. Nessuno ci avrebbe protetto dalla vita’.

Il sabato era il giorno speciale: i poeti si ritrovavano a La India per contare i pochi soldi che avevano appena ricevuto per le loro collaborazioni alla Prensa. I più generosi offrivano una birra. E facevano i loro calcoli per capire se potevano sperare di andarsene da qualche parte il giorno dopo. Alla domenica, potevate fare a meno di passare da qui. La India era un deserto.

Leon

 

June spuntava solo la notte. Santiago la guardava con affetto: ‘June cercava un’anima solitaria come la sua. Per chiacchierare’. Non ho mai saputo cosa facesse durante il giorno. Veniva dal Caribe, da Bluefields, e dipingeva quadri bellissimi di donne dagli sguardi malinconici. Indossava pantaloni quando nessuna donna di campagna lo avrebbe mai fatto. Appariva Leonel, giovanissimo, inquieto, serissimo, dallo sguardo pieno di sospetti, sembra che sedesse sempre sul bordo di un vulcano. Indossava sempre una camicia lurida. Lui stava già nella rivoluzione e cercava di convincere i poeti a impugnare le armi contro la tirannia. Vi parlerò più a lungo di Leonel. Questo ragazzino, dall’aria da seminarista (aveva le scuole secondarie indossando la tonaca da aspirante prete), si fece uccidere invece di arrendersi alla Guardia Nazionale (lo avrebbero ucciso lo stesso). Passò da La India alla leggenda. Poesia e rivoluzione.

Victor, invece, aveva una barba nerissima, vestiva sempre di nero e tutti lo temevamo perché di mestiere se ne andava in giro a riscuotere debiti mai saldati. Fu ucciso nel1972 in Guatemala: perché era nicaraguense e perché salutava tutti dicendo: ‘Hola, compañero’. Anche Pedro Pablo fu ucciso. Nel 1979, nei giorni della rivoluzione. Era diventato somozista dopo aver trascorso anni nel clima ribelle de La India. I giri imprevisti della vita. ‘Una morte inutile’, mi dice Franklin e gira la testa da un’altra parte.

Tutti si giravano quando entrava (ma questo accadeva negli ultimi anni de La India) Carlos Pérez Macías. I ragazzi si davano di gomito: era il fratello minore di Bianca, che, nel 1970, stava a Parigi con una borsa di studio. Là, non so come, conobbe Mick Jagger e se lo sposò. Carlos si spazientiva per le burle e i mormorii, ma i poeti erano già scattati a cercare fra i 45 giri Ruby Tuesday. La musica partiva e loro danzavano attorno a Carlos. Che li malediva. I sandinisti, a quel che ne so, pensarono anche a contattare Bianca: ‘Se ti sequestrassimo, pensi che Mick pagherebbe un buono riscatto?’, le chiesero, con aria da banditi, i poeti, quando una volta entrò anche lei a La India. Erano machos, i sandinisti. Bianca Jagger, in quegli anni, era la nicaraguense ‘più conosciuta al mondo’. Scartarono l’idea solo perché uno dei capi disse: ‘Qui non si rapiscono le donne, la gente non ci capirebbe’.

Franklin fa un po’ il misterioso: un giorno apparvero i capelli da medusa di Gioconda. Era assieme a un poeta, anzi ‘al poeta’ (e tutti sappiamo chi è, ma nessuno, in questo Nicaragua segreto-non segreto lo dice apertamente: sono passati mille anni, in fondo, e questo mondo rivoluzionario ha regole da buona borghesia). ‘La vita di Gioconda cambiò per sempre non appena mise piede a La India’, ricorda Franklin. Vero, aveva oltrepassata una frontiera.

 

Scorro gli scaffali de La India: la Bibbia, l’Odissea, Don Chisciotte, Le Mille e una notte, Shakespeare. Dai, sorprendetemi. Niente da fare: i poeti amavano i russi, passavano i giorni delle vacanze con Tolstói e Dostoievski. Impazzivano per i francesi. Rimbaud, su tutti. Ma poi Baudelaire, Apollinaire, Verlaine. Leggevano roba troppo seria: Proust e Thomas Mann. Tenevano a portata di mano Ernesto Cardenal, Josè Coronel Urtecho e Carlos Martinez Rivas, la triade sacra, la triade con il basco. Gente pericolosa, i poeti. Credono che i loro versi possano essere anche realtà. Credono, come il poeta tico Alfredo Ulloa, che i poeti possano davvero trasformare la realtà. Il vecchio Coronel Urtecho e il giovane prete Cardenal (mettiamola così: un facendero e un cura, altro che giovani guerriglieri, usciti da popolo) traducevano Ezra Pound, Ginsberg e Ferlinghetti. Stavano davvero covando una pattuglia di rivoluzionari falsamente duri e profondamente sentimentali. Non avevano letto un solo rigo di politica, ma andavano in fretta. Non sapevano che farsene, è bene dirlo, visto che adesso è tutto un omaggiarlo, di Rubén Dario, il principe dei poeti. ‘Nei primi tempi nemmeno i sandinisti al governo sapevano bene come comportarsi con lui – mi racconta un vecchio seduto all’ombra di una statua del poeta sommo – Mica era morto con una pistola in mano’. Alla India tutti ne parlavano, quasi nessuno lo aveva davvero letto. ‘Era come leggere le poesie di mio padre’, sibilò Lily, la più bella, quella che assomigliava a Claudia Cardinale nel Gattopardo.

Le storie finiscono. I proprietari decisero, arricchiti anche dai poeti, che non era più tempo di bohemia. Cambiarono le sedie, scelsero poltroncine di cuoio rosso, accesero l’aria condizionata e tolsero le pale dei ventilatori. Tirarono su vetrate. ‘La India aveva perso il suo incanto’, dice Franklin finendo la sua birra.

La coppia di Jinotega aveva scelto un brutto momento per trasformare il loro locale. Il terremoto del 1972 non lasciò nessuna traccia del caffè, i poeti si dispersero per il mondo. Di quegli anni è rimasta solo una leggenda. Nessuno è più certo che sia davvero esistita. Ogni tanto, con reticenza, qualcuno ne racconta la storia come se fosse un mito. Non c’è nemmeno una foto de La India, che io sappia. Nessuno avrebbe mai immaginato che quei poeti sarebbero invecchiati.

Questa pagina è stata scritta copiando da un articolo di Franklin Caldera: Cafeteria La India: Café des Artistes por generación espontánea. Tre pagine fotocopiate arrivati in una grande busta gialla imbucata a Miami. Poi ho trovato altre tre pagine di Iván Uriarte. No, non è stato Franklin a dire che il caffè La India era il luogo dove andava la gente che valeva la pena conoscere in Nicaragua: è stato il Poeta, l’amante di Gioconda, quando, per corteggiarla, la portò in questi locale. Lei loro trovò ‘senza pretese’, ma davvero cambiò la sua vita non appena vi fece ingresso. Tutti si voltarono a guardarla.

 

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