Giri di Sud/Il pane di Oliveto

 

Cominciamo da una ricetta. Per la pasta occorre farina, ci vogliono le uova, la sugna e poi scegliere: zucchero o sale.

Per il ripieno: tuma, un formaggio fresco, la salsiccia, le uova sode, il prezzemolo.

I paesani di Oliveto Lucano hanno perfino depositato i segreti della ficazzola in qualche tribunale. Per proteggere un’origine. Rivendicare un orgoglio.

Un tempo ho scritto (oramai mi ricopio, scrivo ‘bene’ solo la prima volta): A Oliveto Lucano bisogna voler andare. Si sale con tornanti dalla valle della Salandrella. Non ci si arriva per caso, qui. E’ lontano da tutto, questo paese. Quasi settanta chilometri da Matera, cinquanta da Potenza. La strada finisce nella grande piazza. Le case si aggrovigliano sullo sperone di una collina. Ruotano in un ovale da urbanistica di montagna. I vicoli sono salite brusche. Attorno, le montagne e i suoi boschi chiudono gli orizzonti.

La ficazzola
Bruschette, le donne del pane

Nei paesi della Lucania, le case hanno i forni fuori dalla porta. Per i vicoli, geografia di vicoli. A primavera, Atena Lucana, paese campano, in bilico su un confine, avevano riacceso i suoi forni e invitato contadini e panificatori con le loro farine. Fu una festa di Pane e Libertà. Adesso, piena estate, è Oliveto Lucano a riaccendere i suoi forni. Un paese dopo l’altro per contraddire chi ne prevede il declino. La smentita degli scoraggiatori, una resilienza tosta e (in)consapevole. Perciò più vera. Il nome, l’aggettivo lucano, al maschile e al femminile, può allacciare questi due paesi, queste due storie, Oliveto e Atena possono trovare una strada comune. Farine, pane, focacce, pizze, taralli che provano a unire, a far vivere. A riaccendere.

I forni di Oliveto hanno un’aria solida, bella. Le donne ne hanno riaccesi sette e tutti sono stati restaurati. Ad Atena avevano un’aria più abbandonata, era bello vederli nuovamente con il fuoco. Altra differenza: ad Atena i panificatori erano uomini e donne. Forse più uomini, ma magari ricordo male. Erano quasi tutti giovani. A Oliveto tutte donne. E la maggioranza di loro si chiama Maria. Fare il pane era mestiere da femmine. Ad Atena è già cambiamento. Lavora da ragazzi e ragazze.

 

E poi confonderò i nomi e le Marie. Anna cannegh, Anna la crusca, insomma. E poi Pina una volta rossa, Isabella, una donna milanese che si è sposata un olivetese, una donna moldava che ha fatto altrettanto. Domenica che ha tre figli a Padova. Poi c’è Giulia e Maria Felicia. E poi altre donne, ne dimentico i nomi, se ne avranno a male. Sono passato prima del corteo, ho assaggiato con privilegio di fotografo.

E’ un uomo a spiegarmi con orgoglio: ‘Il nostro è un forno sorrentino. Doppia volta’. La moglie inforna.

Una ragazza che vive al paese e ogni mattina va in corriera a scuola a Matera. Un’ora e mezzo di bus. Siamo in tre al paese in età da scuola superiore. E poi la ragazza che vive a Firenze, un passo da dove sono nato io. E la ragazza pugliese che dice: ‘Qua vivrei. Per pochi giorni’.

I ragazzi e le ragazze

Chiedo come è andata la Festa, come è andato il Maggio? Anche qui quest’anno non sono venuto: ‘Siamo pochi, non ce la facciamo più. Finirà’, dice uno. ‘Bene, è stata una Festa accesa. Eravamo in tanti’, dice un altro. Usa proprio questa parola: accesa. Metterli d’accordo?

Mi indicano un uomo che parla inglese: ‘E’ il fotografo di Coppola’. Lo guardo con qualche invidia. Gira con un altro uomo di Altamura che ha una camicia sfolgorante con mille facce di John Lennon. Invidio anche la camicia e non trovo il coraggio di chiedergli: posso fotografarti? Ha anche una cintura da Easy Rider. Resilienza hippy.

Un solo impasto. Farina grano Cappelli per tutte. La farina di Cinzia. Dieci chili per ogni forno. Ma ogni focaccia ha un gusto, un sapore diverso dall’altra.

Il cerchio del paese vecchio, la strada in salita aspra, verso la chiesa. La discesa per tornare alla piazza. Le donne hanno lavorato l’intera giornata. ‘Un po’ di stanchezza’. Vale la pena per la ‘notte dei forni’, la notte del pane, appena passato ferragosto.

La focaccia con le cipolle, buona da impazzirne. La focaccia dolce. Le patate, una leccornia. I taralli, la pizza. Il pane. La pagnotta benedetta. La fisarmonica, la tarantella lucana, le ragazze che in cerchio danzano davanti alla chiesa.

 

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2 pensieri riguardo “Giri di Sud/Il pane di Oliveto

  • 23 Agosto 2017 in 8:43
    Permalink

    Avete compresso con l’anima la notte dei fornì !
    Bellissimo articolo !!! -Nicoletta la ragazza rumena-olivetese .

    Risposta
    • 26 Agosto 2017 in 9:50
      Permalink

      Grazie, Nicoletta. Oh, no, io passo, cerco di fare attenzione, ma per l’anima bisogna essere del paese. E io temo di non aver paesi. Per anni ho provato ad andare nelle tue terre, accanto alla tue terre, in quel Maramures che ho così amato, ma poi sono venuto via, lasciando anche là frammenti di cuore, come a Oliveto. Alla fine mi stacco pezzi di cuore, ma non mi fermo, e questo è davvero un guaio. Era straordinaria la focaccia con le cipolle.

      Risposta

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