On the road/La modernità di Alessandria Del Carretto

 

Lo zampognaro ha una postura un po’ obliqua. Come se seguisse la musica in fuga

 

Per qualche anno sono salito al paese, ad Alessandria Del Carretto (andrà maiuscolo il ‘del’?) per inseguire il suo abete bianco lungo i pendi del Pollino.

Quest’anno non sono venuto alla Festa dell’albero. Rallento. Mi faccio di lato. Aspetto che il cuore si calmi. Metto lontananze. Per difendermi. Anche se so che bisognerebbe essere senza difese. Non ne ho più il coraggio. Non l’ho mai avuto.

Il mistero di Alessandria

 

In questo on the road, settimana di agosto, estate estrema, ma capo di inverno, dicono su queste montagne, volevo passare da Alessandria. Ogni volta che dico il suo nome, gli amici seduti al mio tavolo mi guardano stupiti. La prima volta venni qua proprio per il mistero del nome. Per la meraviglia del nome. E perché questo è il confine fra Calabria e Lucania, una Terra di Mezzo e, ben si sa, accade sempre qualcosa sulle frontiere. Accade Radicazioni. Da dodici anni. Per la prima volta salgo a questa Festa del paese. Hanno talento per i nomi da queste parti.

L’organo di Barberia

 

Paolo mi rimprovera: dovevi fermarti, assistere alle discussioni. Ha ragione. Ma questa volta sono un passeggero distratto. Ho deciso di esserlo. Prendo solo appunti dai confini. Passo, scatto una foto, me ne vado. Mi siedo solo per dormire, ho sempre sonno. Sto sui margini, con incertezza, stanchezza, timori. E poi quello che scrive la gente del paese e di Radicazioni è ‘perfetto’, lo ricopio ancora una volta, prendetevi tempo, è lungo:

Alessandria del Carretto è un paese che frana, che scivola verso il mare, quasi a voler seguire la comunità che negli anni emigra verso la costa. Come se il paese non volesse staccarsi dagli uomini che un tempo lo abitavano. La strada si sfalda e in più punti viene giù; ironia amara di una sorte che trattiene su i pochi rimasti. La gente che decide di restare non lo fa per pigrizia o per noia. Resiste, a costo di sacrifici immani, soprattutto fisici, alla spersonalizzazione imposta dal modello-città.

Vito Teti, antropologo calabrese, nel suo saggio “Pietre di Pane” dice che l’avventura del restare – la fatica, l’asprezza, la bellezza, l’etica della “restanza” – non è meno decisiva e fondante dell’avventura del viaggiare. Restare è la forma estrema del viaggiare. Restare è un’arte, un’invenzione, un esercizio che mette in crisi le retoriche delle identità locali. Restare è una diversa pratica dei luoghi e una diversa esperienza del tempo, una riconsiderazione dei ritmi. L’essere rimasto – né atto di debolezza né atto di coraggio – è un dato di fatto, una condizione.

Alessandria del Carretto è un paese di confine geografico, un paese al limite. Noi abbiamo sempre considerato questo limite come linea di partenza, come linea da valicare.

Avete letto? ‘Restare è una forma estrema del viaggiare’. A volte sono certo di non aver né viaggiato, né essere rimasto. Ricordate Caproni? ‘Se non dovessi tornare/sappiate che non sono mai partito’. Citazione a memoria. Alessandria Del Carretto (ho deciso per il Del maiuscolo) è uno specchio per me.

Le festa, il festival

 

Prima volta a Radicazioni. Già secondo giorno della festa. I vicoli sono una piccola folla. Una famiglia occitana ha fatto mille e ottocento chilometri pur di essere qui a muovere con la forza delle braccia una giostra a ‘motrice genitoriale’ e suonare un organo di Barberia.

Spaesamento: per un momento è flash-back, mi ritrovo a Parco Lambro nel 1976, l’ultima festa di Re Nudo (chissà quanti di voi sanno cosa è stato), Alessandria mi appare un ritrovo hippy, è l’isola di Wight, minuscola Woodstock del Pollino. Dove sono le gonne di Janis Joplin? E dov’è Allen Ginsberg? Quello non è Vito, è Ferlinghetti che passeggia vedendo cose che non ci sono. Ci sono, ci sono, Noam rassicura Joan. I ragazzi hanno abiti larghi, multicolorati, borsette di pezze, fanno treccioline, vendono abiti e collanine, ma anche pane e salsiccia, prosecco biologico, hanno capelli rasta e ballano tarantelle con maestria. In giro non vedo tablet, smartphone collegati, non ci sono i riflessi cimiteriali dei video dei cellulari. E’ un tempo altro. Tranne che per illuminare i disegni di Federico. E’ andata via la luce al vecchio palazzo.

Federico

 

Ad Alessandria saltano, vivaddio, le generazioni. I grandi ballano con la ragazze dai turbanti fra i capelli. Maestri e allievi si confondono. Si ha cura delle vigne antiche, Alessandro mi parla di un’associazione di nuovi e vecchi vignaioli, il sindaco mi offre vino e formaggio. Economia di paese. Per una volta, nessuno mi parla de ‘I dimenticati’, il documentario girato da De Seta in questa montagna, mille anni fa. I tempi sono cambiati. Io vengo da fuori: ma vedo la modernità di Alessandria Del Carretto. Se qualcuno li ha dimenticati, loro sono qui a essere presente. A mostrarti il presente. Che ha memoria e futuro.

Nico

 

Nico racconta la storia dell’ultimo secolo europeo camminando sopra immense carte geografiche di cartone. Getta i dadi e decide la sorte, già decisa, del Sud d’Italia. Vorrei baruffare con lui su Garibaldi. Glielo ho proposto.

Federico ha passato anni a osservare la Festa del paese da lontano. Non so come la scoprì, non lo ricordo, me ne parlò in un caffè di Istanbul. Poi ha risalito il Pollino e ora i suoi disegni sono in mostra. C’è il libro. L’ultimo paese. Che poi è il primo, dipende dai punti di vista.

Incrocio di corde

 

Mi azzuffo con chi dice: la Festa della Pita (è impossibile distinguere, a volte, Radicazioni dalla Festa, il Festival dalla Festa, sono una dentro l’altra, molti di voi non capiranno, scrivetemi, telefonatemi, cerco di spiegarvelo)…dunque: c’è chi dice, guardando vecchie foto, che la Festa non è più quella di una volta. Ci sono le foto del 1997, allora poche donne salivano alla montagna, pochi gli stranieri. Ma le storie cambiano, si trasformano, metamorfosi che abbraccia passato e presente. Invenzione della tradizione, ribaltamento della tradizione.

Sono venuti i turisti ad Alessandria, questa estate. Altro che resilienza. C’è un filo solido al paese.

Yusti, prete africano, da anni e anni al paese, raccoglie soldi per il suo villaggio in Tanzania.

Non riesco ad avvicinarmi al bancone del bar, tanta è la gente. Enrico, artista di Firenze, cerca il muro per lasciare il suo affresco.

Siedo al tavolo con zi’ Gatto. Birra Peroni. E lui mi parla in calabrese. Faccio sempre di sì con la testa.

Treccine

 

Rocco, il Rumit di Satriano, è arrivato. Ci sono film che uniscono il suo paese ad Alessandria. Intrecci. Carabinieri sui trampoli, giovani giapponesi in chimono, gli occitani ripiegano la loro giostra, cantrabbassi e violini del Gargano (credo), musiche rom, mancano sempre gli ottoni, zampogne, i concerti e i suoni si incastrano uno sull’altro negli anfratti del paese.

E poi: i panini con la salsiccia, le zeppole, il vino di queste montagne che sa di mare.

Già, qua, versante orientale del Pollino, la montagna ha l’aria del mare.

I ragazzi e gli antichi

 

Ps importante. Vincenzo. Abbiamo dormito nella sua vecchia casa. Giù, prima di Albidona, per chi sale dal mare. Adesso lui non vive più qui. Il figlio affitta le ‘camere’ e dice di lavorare per Skycaccia. Metamorfosi di economie. Di bisniss, direbbe Vincenzo. Ho perso gli appunti, ma Vincenzo ha lasciato la Calabria nel 1957. Per Chicago. Storie di parenti o paesani, immagino. Per anni e anni ha costruito strade nell’America. Stendeva il cemento e poi per evitare che il gelo lo crepasse lo copriva con la paglia. Una buona paga. Trecento dollari al mese. Al punto che ha deciso di rimandare i figli al paese. Troppa confusione nella grande città. Che crescano sulla montagna di mare. Che crescano al paese. Lui per altri anni ha fatto il pendolare transoceanico. Il biglietto di aereo era una mesata di salario. Ci poteva stare in questo andirivieni di un manovale calabrese. Che ora regala, con un sorriso, fichi, uva e pere. E ricorda la sua grande macchina sulle strade di Chicago. Globalizzazione del sud.

Vincenzo
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3 pensieri riguardo “On the road/La modernità di Alessandria Del Carretto

  • 31 Agosto 2017 in 10:19
    Permalink

    Bellissime foto …
    il tizio nella penultima mi rammenta una famosissima foto del “Che”

    Risposta
  • 31 Agosto 2017 in 10:19
    Permalink

    Bellissime foto … grazie

    il tizio nella penultima mi rammenta una famosissima foto del “Che”

    Risposta
    • 1 Settembre 2017 in 8:34
      Permalink

      Grazie a te, Francesco. Beh, fra la foto di Korda a Ernesto e la mia, c’è una bella differenza. Ne ho un altra, migliore, mi piaceva, però, che si vedesse la foto dei ‘grandi’ alle spalle e il luccichio della brace della sigaretta…

      Risposta

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