On the road/Terranova, il cammino in piazza

Il pubblico in piazza

Ho esaurito parole e fantasie. Ritrovo avvii scritti tempo fa. Mi piacciono ancora:

 Terranova, paese del Pollino orientale, non si attorciglia, non si aggroviglia su sé stesso. Si allinea al costone di una montagna, il monte Calvario, crinale della valle del Sarmento. Mille metri di quota. Le case si dispongono in doppia fila, come in una parata appenninica. Il paese vuole essere terrazzo e balcone sul taglio del canyon della Garavina. Terranova si allunga come una cintura di stoffa. Va da Sant’Antonio a San Vito. Santi a segnare un’urbanistica di montagna. Poco più di un chilometro fra una cappella e l’altra. Al centro la grande Chiesa Madre con il portone fabbricato con legno di pino loricato, l’albero capostipite, il vecchio patriarca, l’albero da quale tutto è nato in queste montagne.

Mi incuriosisce, Terranova. Nessun altro comune italiano è così lontano dal capoluogo della sua provincia. 154 chilometri da Potenza. Paese lontano. Facile che un giornalista scriva: paese solitario. Eppure qui si trovano ristoranti celebri, agriturismi da gioirne, la musica è storia quotidiana e scuola per bambini, ci sono accoglienti bed&breakfast e i ragazzi ci provano a vivere qua. C’è il banditore di ottanta a passa anni che ‘jettabann’, ‘getta il bando’: annuncia ai paesani che arriva il pescivendolo, gli ultimi ambulanti che salgono alla montagna. Grida per il vicolo della ‘vanella’: ‘Attenzione attenzione, in piazza hanno portato pesce fresco, alice salate e baccalà e cento bocconi’. Ha un’aria bella, viva, Terranova. Il confine del suo orizzonte sono i pini loricati aggrappati al costone del monte Dolcedorme. E, con un sorriso da complice e certi dell’impunità, ti diranno che vorrebbero una strada dedicata ad Antonio Franco, feroce brigante ottocentesco, Robin Hood del Pollino. Ma la piazza è riservata al generale Virgallita. C’è un InterClub di altri tempi dove si racconta dell’ultima partita di Mazzola e dell’esordio di Beppe Bergomi. C’è il bar 007. C’è un prete argentino.

 Saliamo a Terranova perché la scorsa primavera siamo passati da qui nel nostro cammino fra un mare all’altro della Lucania. Questo è il paese dal quale salire verso le cime del Pollino. A sera, dopo una giornata di cammino, una cuoca romena ci ha donato cibi lucani preziosi. La pioggia ci aveva bagnato fino alle ossa. Ma c’era il fuoco acceso e fu una bella giornata.

Ci hanno invitato a parlare in piazza. Sedie bianche di plastica, le panchine, l’ortolano alle nostre spalle. Un piccolo amplificatore. Tre sgabelli per noi. Hanno costituito un’ associazione: ‘Mai stati così accesi’. Ragazzi, giovani. A Terranova del Pollino. Che meraviglia!

Incontri di piazza. Ve lo descrivo: tre file di sedie. Dodici persone? No, qualcuna di più. Ma dietro gli ortolani, i paesani sulle panchine, gli uomini vicino ai bar fingono indifferenza, ma in realtà non si perdono una parola. Credo che pensino che siamo dei perditempo. No, passa Francesco e ci salutiamo. Passa muscolino e ci baciamo sulle guance. E’ la gente del rito arboreo. E dove altro ci si saluta così durante una parlatura?

Bello essere qui. Nella notte, non troviamo la corrente elettrica, i proiettore non funziona, il disco di ‘Basilicata coast-to-coast’ è illeggibile dai nostri computer. Niente film. I bambini si mettono a sedere comunque. E proiettiamo ombre illeggibili. Rocco Papaleo si diverte come un bambino e finalmente posso ballare con Giovanna Mezzogiorno. Cosa volete di più?

E sulla tavola: formaggi fritti, fiori fritti, salumi melanzane sott’olio, cavatelli, arrosti di agnello, patate, salsicce. Cocomero e uva.

Grande la notte di Terranova. Una sola foto. Del pubblico. Accontentatevi.

 

 

 

 

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