Il negozio di niente

A me piacerebbe affittare (avere i soldi per affittare) il negozio dove Vanni arrostiva kebab, cibo tipico di Matera. E’ in via delle Beccherie a Matera (non temete lo avranno già affittato). Vorrei affittarlo e mettere sul vetro un cartello: ‘Qui non si vende niente’. E lasciare un locale, uno spazio vuoto, ma disponibile ad accogliere chi vuole ‘fare una cosa’ per una sola giornata. Che so: cucinare le melanzane per due persone, regalare poesie a chi passa e le chiede, piantare semini e donare i vasetti, leggere a voce alta per ventiquattro ore al giorno la Costituzione italiana (bastano i primi articoli), vedere se ce la fai a leggere  Infinite Jest di Foster Wallace in un giorno e una notte, dare lezioni di musica solo a musicisti stonati, bere rhum, fare visite mediche, imparare i rudimenti del turco, farsi raccontare una storia da un ragazzo che parla una lingua che non capisci, stare bendato là dentro per un ora, fotografare chi si affaccia…

A me piacerebbe scrivere una guida alla città che ne impippa del turismo. Il bar che non cambia arredi da un secolo, l’uomo dei coltelli, la famiglia delle bare, il ceramista che ha la stessa vetrina da anni e anni, la miglior focaccia del mondo in un bugigattolo, il barbiere resiliente al tempo dei tagli scolpiti, il tabaccaio che sta all’angolo in un crocevia strategico…e chissà quanti altri…non per cantare le odi (amo i cambiamenti e la conservazione allo stesso modo). Non per nostalgia. Credo, mi illudo e non so spiegarlo, per bisogno di futuro.

Ci terrei, per età, storia, dimissioni, fughe, amori improvvisi, vecchie speranze genovesi, sandinismo romantico, antica gioventù, concerti di Umbria Jazz e di Joe Cocker, volantini distribuiti davanti alle scuole, lo scudetto di Gigi Riva e Italia-Brasile 3 a 2, le albe di Ecce Bombo, a mettere granelli di sabbia negli ingranaggi. Per rallentarli, rallentarli. Solo un po’. Mica per sempre. Insomma a me piace andare al mercato, ma non ho mai avuto capacità contrattuali, non so discutere di soldi, ma alla fine lavoro meglio se mi pagano, ma perché devo sempre dargli ragione ‘al mercato’?

Mi consola sapere (e faccio applausi) che il bradipo c’è ancora. In un mondo di giaguari.

Non c’entra niente, ma ho appena comprato un libro e questo mi piace (e forse qualcosa c’entra): ‘E’ possibile pensare un viaggiare separatamente dall’esperienza del restare e davvero il restare va accostato all’immobilità…restare, per molti, è stata un’avventura, un atto di incoscienza, e, forse, di prodezza, una fatica e un dolore’. Non arrivo a pensare, come fa Vito Teti, che ‘restare’ sia la ‘forma estrema del viaggiare’, viaggiare, la finzione del viaggiare, ha giocato una storia importante nella mia vita, ma ci sarà un punto instabile di equilibrio fra modernità, innovazione e l’immobilità e le ancore che impediscono alla barca di andarsene al largo…

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Un pensiero riguardo “Il negozio di niente

  • 14 Settembre 2017 in 7:04
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    “Non per nostalgia. Credo, mi illudo e non so spiegarlo, per bisogno di futuro”
    Sei stato in grado di spiegarlo nel migliore dei modi. Grazie Andrea

    Risposta

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