Matera/Nelle terre dove gli alberi viaggiano…(dodici foto all’Osteria Malatesta)

Alberi e uomini

 

Ecco le dodici foto della piccola mostra all’Osteria Malatesta a Matera, nei giorni di Materadio:

Il venerdì delle zeppole

Impazienza dei giorni del Maggio. Il paese cerca di mostrare la sua calma. Non ci riesce. Adrenalina nell’aria. Il conto alla rovescia ste per terminare. Venerdì prima della Festa. Tutto deve ancora accadere. I paesani aspettano l’arrivo dei parenti e dei forestieri. Ecco gli inglesi di Nottingham, i toscani di Monsummano. Arrivano dalla Germania, dalla Svizzera. La Festa è anche un’attesa. E un fare continuo: alla Casa di San Giuliano, quartier generale dei vivandieri, le donne friggono migliaia di zeppole e un quintale di baccalà su fornelli a gas. Le stendono su un lungo tavolo. Compongono un capolavoro di arte contemporanea. I ragazzi, nella cantina, infiascano il vino. La Festa ha fretta: cerca di anticipare se stessa.

Il sabato dell’esbosco

Al sabato di Pentecoste si va a Montepiano per trascinare il Maggio fuori dal bosco. La Festa ha il ritmo della lentezza. Ci si incammina al mattino presto. C’è il cibo, il vino. Andiamo. Il bosco è bellissimo. Verde smeraldo, verde primavera. Arrivano i buoi, i gioghi, la birra, le corde. Suoni di campanacci. Gli uomini si salutano con una stretta di mano: Tuttoaposto? Dalle loro tasche spuntano mazzi di fave. La lentezza è corale: c’è da convincere il cerro a smuoversi. Non sarà facile: l’albero non vuole lasciare il bosco. A volte, il maggio è disteso su un pendio scosceso. Tocca a Pantolin’ dare il via. Si parte al suo fischio, al movimento delle sue braccia. Gli uomini ruotano in aria i bastoni, i buoni chinano la testa, puntano gli zoccoli, stirano il collo. Sono animali possenti. C’è la bassa musica. Tensione e sapienza. Scenario di forza. Uno strattone, due strattoni. Il bovaro è in equilibrio sul tronco. Un scatto violento, un balzo di venti metri. Il viaggio del Maggio è cominciato.

Don Pinuccio e zi’ Rocchino

Sono complici, il prete e il capo della Cima. Don Pinuccio ha il dono dell’onnipresenza, il senso del tempo e della Festa. Appare e scompare alle ore giuste. Niente comincia senza la sua presenza. Dice messa ai cimaioli. Prima che salgano fino ai boschi degli agrifogli. L’altare è abbellito dalle ginestre e dalle rose. Il prete è sfolgorante con la sua veste rossa. A fine messa, tutti aspettano il discorso di zi’ Rocchino. Si fa gruppo per sentire da vicino. ‘Fate i servizi a dovere’, ammonisce i ragazzi. ‘Non rovinate la Cima. Com’è entrata, deve uscire’. Applausi da rock-star. Don Pinuccio sorride come un bambino, abbraccia zi’ Rocchino. Ecco, siamo pronti. Ripartiamo, ripartiamo. Fino al Parco di Gallipoli-Cognato.

Il viaggio della Cima

Ecco la Cima, l’agrifoglio della foresta di Gallipoli-Cognato. E’ l’allegria della Festa. La sua frenesia. E’ il tumulto. The times they are a-changin’. Un tempo, nemmeno venti anni fa, era i contadini senza animali ad andare a prendere la Cima. Gente silenziosa, taciturna, con vesti di velluto. Non potevi avvicinarti all’agrifoglio. Il viaggio era una storia seria, severa. Oggi è un rave-party in corsa. No, i primi colpi di scure all’albero sono degli ‘esperti’, il primo è di zi’ Rocchino. Ma poi sono le mani dei ragazzi ad afferrare il tronco, a contendersi i primi posti, a caricarsi in spalla l’agrifoglio, a pungersi con le sue foglie, a strapparsi le magliette. Si va a precipizio per il bosco, per i tornanti della discesa verso il ponte sulla Salandrella: è una processione di adrenalina destinata a durare fino alle ore del buio. Si beve vino dalle botticelle, si beve ‘a cannetta’ sporcandosi la maglia. I ragazzi hanno già esperienza: la Cima deve arrivare in paese intatta, come se fosse uscita dalle mani di un giardiniere, guai a farla cadere. C’è il tempo del pic-nic. C’è la risalita di forza verso il paese. La Cima deve infilarsi nei vicoli del quartiere Scarrone. Ogni legge della fisica è scardinata, l’agrifoglio graffia gli intonaci, scrosta le persiane delle finestre, corre a catapulta. Ci si litiga per il primo posto, per salire in groppa all’albero, si fa pace. Si irrompe nel corso del paese. Il corteo è un torrente in piena. La Cima ha voglia, desiderio, di incontrare il Maggio. Ecco, lo vede, lo sfiora, si scambiano promesse.

I santi della pioggia

Alle sei del mattino del lunedì alcuni uomini e donne sono nello slargo di San Vito. Bisogna andare in campagna, in Valdienne. A prendere i santi. Giovanni e Paolo, santi della pioggia. A loro è affidato il compito di aiutare nei raccolti, di proteggere contro la siccità, di dare coraggio ai contadini. Hanno passato i mesi della fine dell’inverno in una cappella al limite di un bosco. Là vi è una piccola masseria. Si apre la porta della chiesetta, si sussurra una preghiera, si tocca il quadro. Una donna anziana lo fissa con occhi umidi. Con cautela, si stacca l’immagine da sopra l’altare.

Fuori, nei prati, ci sono i buoi, il toro. E poi i polli e le galline, i cani, le capre, i piccoli campi coltivati a mais, i maiali, le cantine del vino, una casa per rifugiarsi, per ospitare i pasti nel giorno della festa. Un tempo qui conobbi zi’ Peppe, ne ho una foto assieme a sua moglie davanti al quadro dei Santi. Oggi ci sono i loro figli a mandare avanti la campagna. Attorno rose e ginestre. Gli uomini abbelliscono il quadro, sistemano i bastoni per portarlo a spalla. Hanno cura dell’immagine. Ma c’è il tempo, alle sette del mattino, per un ballo, per la musica degli organetti. Si mette un tavolo sull’aia: c’è il formaggio, la coppa, il vino. Che bella festa. Poi il corteo delle pandine quattro per quattro torna al paese. Si raccolgono fiori, un uomo ci dona le sue rose più belle. L’ultima salita sarà una storia di un cammino. Un bue fortissimo ci aspetta per tirare la slitta dove il quadro è stato montato. Il mandriano aggiusta la coreografia dei fiori. Il prete è in alto, accanto a un tabernacolo. Dovrà benedire i santi, accompagnarli fino alla chiesa. La banda, nella divisa delle grandi occasioni, è impaziente di accogliere Giovanni e Paolo al loro ingresso in paese.

La danza delle cente

E poi, dalla chiesa madre, là in alto, i gradini da scendere, esce la processione delle cénte. Macchine votive, complesse strutture costruite con decine e decine (cento?) candele attorno a una macegna, uno scheletro di legno. Tre piani di candele. Con fiocchi rossi, denaro offerto al santo, fiori. Un tempo, raccontano, erano le ragazze in cerca di marito o promesse spose che portavano sulla testa il peso delle cénte. Era l’auspicio di una vita serena e bella. Un legame simbolico fra il battesimo originale e la vita adulta. La madre e lo sposo sostenevano due cordicelle ai lati della macchina votiva. Era una intimità raccontata nella processione fra i vicoli del paese. Costruire una cénta è orgoglio, fatica, costo, abilità.

Oggi sono donne giovani, donne più anziane, uomini forti a sorreggere le cénte. La scultura di candele (assomiglia un torrione a tre piani) può arrivare a pesare fino a venticinque chili. Una pezza arrotolata protegge la testa e consente un equilibrio. Storia contadina. Le donne appaiono come incoronate dal candore delle cénte. Negli slarghi del paese, in piazza, a volte qualcuno incoraggia la danza e allora le donne ballano in cerchio, un ritmo di piedi e corpi con la macchina votiva che oscilla. Prova di devozione e fede.

Dicono che la parola cénte derivi da inceptus, incedere, camminare avanti. E’ un andare per una grazia ricevuta, per una fatica offerta al Santo.

L’orizzonte delle cènte, le mani delle donne che lo sorreggono, la serietà dei loro volti, il sorriso improvviso, i familiari più stretti accanto, i piedi a volte nudi. Il Santo cammina a fianco di questa piccola e immensa processione.

L’uomo delle pietre

Ho sempre visto Vincenzo aggirarsi per i boschi della Festa. Arriva da solo, curvo, vestito di velluto, il cappello in testa. Lo ritrovo sempre nelle mie foto, fin dai primi anni nei quali salivo al paese. Allora non ci facevo caso. Poi, lentamente, mi sono accorto della sua presenza leggera, importante, bella. Non ha più l’ardore e la forza dei ragazzi. Ma il Maggio sono i suoi giorni, il suo tempo, la sua solidità. La Festa è la sua storia. Memoria e tenacia. Ricordo sempre Andrea, il più vecchio dei maggiaioli, sfiorava i cento anni quando lo conobbi. Mi disse: ‘Finché c’è la Festa, ci sarà il paese’.

Al lunedì, il giorno dei lavori, vedo Vincenzo attorno alla fossa dove l’albero sarà innalzato. Osserva ogni movimento degli uomini, ogni loro gesto. Ma non può solo guardare, deve partecipare. Ci sono i sassi da togliere dalla fossa. Uno per uno. Da afferrare, da sollevare, da ammucchiare. Questo Vincenzo lo può fare. Gli anni, la schiena, non sono un problema. Prende le pietre, una dopo l’altra, e le lancia. Ecco, la Festa è davvero sua.

San Giuliano

Una volta, dal ceppo del Maggio tagliato, apparve un disegno sul cuore dell’albero. Erano le tre piume che il Santo ha sull’elmo. Vidi Pasquale commuoversi di fronte al segno della presenza di Giuliano. Tutti, i maggiaioli più duri, i ragazzi della Cima, hanno la devozione al Santo. La Festa è sotto la sua protezione, il paese è sotto la sua protezione. A Lui ci si rivolge per una preghiera, nei momenti del dolore, della preoccupazione e nei giorni della gioia. Martire cristiano, soldato della Dalmazia, fu ucciso su ordine dell’imperatore Flaviano. Le sue ossa furono ritrovate nel 1614. I francescani, nel loro peregrinare per l’Italia, portarono una reliquia nelle montagne della Lucania, al convento di Sant’Antonio ad Accettura. Il paese si innamorò di Giuliano e lo volle come suo protettore.

Al lunedì, al finire del giorno, esce dalla chiesa madre una piccola statua: è san Giulianicchio. E’ la giorno dopo, al martedì, San Giuliano guida la processione per i vicoli del paese. Drappi rossi lo aspettano ai balconi, i paesani mettono tavoli davanti alle porte per accogliere la statua, si esce di casa, il Santo deve passare, si tocca la statua, si lasciano offerte, si prende l’immagine di Giuliano.

I maggiaioli interrompono i lavori, lasciano il Maggio a mezz’aria, trattenuto dalle funi. Il Santo li sta aspettando sulla salita del quartiere Torre. Loro camminano, in gruppo, con le lacrime agli occhi, con la fatica addosso, con la devozione nei volti. Saranno i maggiaioli a caricarsi sulle spalle la statua di Giuliano, a condurla fino all’anfiteatro dove l’albero attende di essere innalzato. C’è un altare nello slargo di san Vito, i maggiaioli hanno cura nel sistemarvi la statua. E aspettano il segnale: il Santo deve dare il suo consenso, non si alza l’albero se Lui non è d’accordo. E Giuliano ha benevolenza per gli uomini, ama la Festa, anche Lui vuole vedere alzarsi il Maggio. Il Santo è in prima fila: osserva con un sorriso la fatica dei maggiaioli, le corde in tirare, lo sforzo di chi manovra l’argano.

A las cinco de la tarde

Il tempo degli scalatori è al pomeriggio. Vi sono segni evidenti che qualcosa sta per accadere: i paesani si affollano sugli spalti dell’anfiteatro. Vi è una tensione palpabile. Appaiono gli uomini che saliranno: li riconosci dal maglione ruvido, dai pantaloni di velluto, dalla corda attorno alla vita. Dall’aria concentrata. Ci si arrampica senza protezione. Le mani e le gambe diventano uncini piantati nel legno liscio e verticale. Le braccia hanno una forza immane, abbracciano il tronco. La corda diventa punto di appoggio e di presa. Bisogna salire oltre il tetto delle case. Si va su a piccoli scatti, centimetro dopo centimetro. E’ una lentezza attenta, coraggiosa. Nell’arrampicata bisogna avere pazienza, prendersi il tempo, lasciare la frenesia. C’è il momento del riposo, di una sosta. C’è il momento dell’esibizione, dell’acrobazia. Del corpo che spenzola nel vuoto a testa in giù con le braccia che oscillano. C’è il colpo di reni che raddrizza il corpo. Ballano nell’aria, gli scalatori. Raggiungono la cima, si aprono una strada fra i rami dell’agrifoglio. Raccolgono i doni appesi, lanciano fiori sulla folla. La loro bellezza è sfrontata, piena di ardore. Gli applausi vanno verso il cielo, avvolgono i ragazzi in piedi sulla Cima. Dall’alto guardano la piazza come autentici Re del Maggio.

Il paese

Ecco, l’albero è in piedi. Gli scalatori hanno raggiunto la Cima. Non posso rimanere a naso in su, non voglio fare foto solo da basso. Cerco un terrazzo, salgo delle scale, mi affaccio da un sottotetto. Io non posso capire, non sono del paese, ma avverto qualcosa. Da quassù vedo tutto. La Festa è una cerimonia corale. E’ il patto che unisce, da secoli e per sempre, la gente di Accettura. Ecco, in questa foto, c’è la piazza, l’anfiteatro, l’orgoglio del Maggio, il vento che sfoglia la Cima, gli scalatori che sono a un passo dal cielo. C’era brutto tempo quel giorno, ma la Festa non si frena. Da quassù gli occhi vedono il paese che si allunga nel suo corso. Ci sono le luminarie, si vedono le bancarelle. Se avete buone orecchie, potete ascoltare i rumori, la musica, il rullio dei tamburi e il ritmo degli organetti. C’è la banda. Gli uomini con le mani in tasca, le donne con gli abiti dell’eleganza. C’è la tensione di chi guarda dalla piazza le acrobazie di chi è sull’albero. E ci sono i quartieri più antichi ad abbracciare la grande architettura squadrata della chiesa madre. Questa foto, scattata nella luce peggiore, è la Festa. E’ il Paese.

Fuochi nella notte

La Festa sta per finire. L’albero è in piedi, solitario. Si passeggia lungo il corso. Ci si ferma alle bancarelle, il cantante, in piazza del Popolo, ha fatto il suo spettacolo. La Festa non vuole finire. I ragazzi vogliono ballare. Gli uomini e le donne del Maggio cercano una saggezza, ma capiscono la malinconia che sta per arrivare. E allora, a metà della notte, è bene che saettino verso il cielo i fuochi. Miccia accesa. Fischio. Botto. Coreografia di luci. Cascate di stelle. I fuochi sono sorprendenti: hanno semplicità e costringono a stare a naso in su e, senza accorgertene, a un botto ben riuscito ti sfugge un grido di ammirazione. I fuochi nell’ultima notte della festa illuminano la Cima e la fanno risplendere.

La caduta

No, non è ancora finita. La gente del paese lo sa. I turisti, questa volta, non ci saranno. L’abbattimento dell’albero, nel giorno del Corpus Domini, è una cerimonia intima, quasi riservata. Il Maggio deve tornare al suolo. Ha avuto la gloria, adesso bisogna che l’anfiteatro torni alla sua normalità. Per giorni, l’albero ha fatto compagnia al paese, adesso deve andarsene. Non ci sono i ragazzi della Cima, non c’è ebrezza. C’è da fare un lavoro. Facciamolo. Gli uomini del Maggio scendono nell’anfiteatro, accarezzano un’ultima volta l’albero, poi cominciano, nuovamente, a togliere pietre. Lavoro infinito di ogni Festa.

Antonio deve salire ancora una volta. Non vi è tensione. E’ una salita senza spettatori. Tranquilla. Ma lo scalatore va nuovamente a sfiorare la Cima, deve sistemare una corda che servirà a dare direzione alla caduta dell’albero. Devo cadere verso lo slargo di San Vito, non deve fare danni. Antonio scende per la stessa corda che ha legato. Assomiglia a una farfalla mentre ondeggia sulla fune aerea. Appare lo str’ngon, il segone, una grande sega dai denti di pescecane. Strumento di altri tempi. Ma questa sega ha intaccare il legno del Maggio. Solo dopo entreranno in scena le motoseghe. Gli uomini tirano da gradoni, l’albero si obliqua, non prova nemmeno a resistere, viene giù come un ciclope. Vibra il paese, la gente si getta sui rami dell’agrifoglio per impossessarsi di un rametto. Un talismano, una benedizione, un portafortuna. Un frammento di devozione.

 

E’ davvero finita. Bisogna ancora togliere il ceppo, far venire giù le crocce, risistemare le pietre, spazzare le segature, portare via i legni, mettere da parte le funi. Infine, bang, sbarabang, un urlo di metallo e la fossa è chiusa da lastroni di ferro. Franchino sorride, a questo punto dice sempre: ‘Non è successo niente’.

 

Comincia l’attesa di un nuovo anno, di un nuovo Maggio

 

 

 

 

 

 

 

 

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