Il gioco del mondo/Cerco un sassolino

 

Cerco un sassolino. Improvvisamente hanno pulito il selciato della piazza come se fosse un salotto a Versailles. Il cameriere vuole allontanarmi. Non me lo dice, ma si avvicina spolverando. Dovrei capire. E’ triste giungere a un momento della vita in cui è più facile aprire un libro a pagina 96…non vado avanti, il cameriere retrocede, ho ancora otto minuti prima dell’orario di chiusura. C’è aria di pasticceria, zucchero che svolazza. Vedo un movimento sotto al tavolo, lenta grazia di un gatto o di una pianta. Tutto rallenta, ma il tempo non è mai né veloce, né immobile. Scorre, nonostante quello che io pensi, nonostante affretti la mia lentezza. Il gatto si avvicina, la pianta si allontana. Mi godo il vento, dà vita, anche se, allo stesso tempo, annuncia l’inverno. Dovrei capire com’è possibile restare nel fiume del vento. Julio, nel suo nascondiglio di Parigi, sapeva come fare. Io, quasi ai suoi anni, no, ai suoi anni: fu allora che incontrò Carol, non ho ancora destrezza. Io ieri sera sono riuscito a non telefonarle, a non trovare rifugio, a rimanere solo. Ho guardato l’oasi e ho girato la schiena, me ne sono andato. Nessuno mi ha fermato. Ero disperato. Cercavo qualcuno, qualcosa per andarci a letto. Il mio corpo reclamava.

 

E’ davvero un bel po’ che non vado a letto con le parole. Sto pensando che sto raccontando balle: non ci sono mai andato. Qualche noir ogni tanto, una pagina, poi il sonno. Però inganno i ricordi, m’impossesso dei ricordi di altri e ci sono migliaia di pagine scritte, di saltelli dietro ai sassolini. Ecco, ricordo che spazzolavo moltissimo le parole prima di mettermele. Mancano tre minuti, il 12% di batteria e devo scavalcare pagina cento. Pagine bellissime. Ricopio senza sensi di colpa: Ai poeti era facile ricordare tutti quelli che avevano denunciato la solitudine dell’uomo accanto all’uomo. E capisco bene cosa vuol dire la sera guardare la programmazione dei cinema, non per vedere un film, ma perché là ci sono fiati umani e corpi e uomini e donne, magari incontri qualcuno: che faccio ora?, una domanda che si sveglia accanto a me ogni mattina, quando si è infilata nel letto, non l’ho sentita, sonno profondo.

 

Essere obbligato a entrare in un cinematografo, in un postribolo o nella casa di amici, in una professione assorbente o nel matrimonio per trovarsi almeno solo fra gli altri. Mangio un panino al cinema, di nascosto, non si può, l’odore mi rivela, ho complici. Riscrivo ancora una volta: ai poeti era facile ricordare tutti quelli che avevano denunciato la solitudine dell’uomo accanto all’uomo. Il gioco del mondo può essere fatto anche da solo, ma ci vuole una forza che adesso non trovo. Tempo scaduto, 11% di batteria, la cameriera è andata sul retro del bar, sono solo, nessuno entra più qui. Cosa faccio? Vado al cinema: così il colmo della solitudine portava al colmo del gregarismo. E al cinema non sei obbligato a fare vita sociale, non ti vedono. Stai in silenzio e magari è anche un buon film. Ma poi ci sono i titoli di coda, rimani fino alla fine, fingendo di essere un cinefilo. Poi irrimediabilmente sono andati via tutti. E c’è quella domanda: e ora che faccio? La ragazza della cassa ti guarda. All’uomo solo nella sala degli specchi e delle eco non rimane che uscire. Fuori ci sono tre operai stanchissimi e con un panino in mano. Hanno cancellato un murale, un gesto fesso, imbecille e cattivo. I ragazzi promettono che lo ridipingeranno, lo stanno facendo. Non esploro i dintorni. L’uomo che conosco da qualche giorno prepara con cura il suo letto sulla panchina: stende una coperta per ammorbidire il ferro, ha un coltrone pesante e un cuscino. Un cappello di lana in testa. Dorme con tranquillità. Esce solo il naso. Sento il rumore dei miei passi sulla piazza senza sassolini. Spero di non svegliarlo.

 

 

 

 

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