Il gioco del mondo/Ho raggiunto, con molto ritardo, il luogo dove la parole ricominciano

 

Questo è un capitolo difficile. Sono le parole che agganciano un luogo dove la storia era finita. E io sento che sto perdendo il lume della ragione. Sento la mia voce come quella di Hal 2001. Mi dicono che Blade Runner era ambientato nel 2019. In quell’anno, accadranno molte cose, ma il 2001 è ben indietro e la mia voce è scomparsa dal gioco del mondo. Non so parlare della felicità, credo che prosegua dicendo che l’aveva conosciuta. Solo che non sapeva parlarne. Se penso alla felicità. Penso ad alcuni letti, ad alcune lenzuole. All’enorme confusione di carte e recipienti e dischi che riempiva la stanza, ma questo non era importante. Vieni. Ven.

Avevo promesso di non mangiare più noccioline e patatine, ma questa regola che impone di scrivere nei caffè manda ogni promessa a rotoli. Inverto: andrà da qualche parte cercando chissà cosa e invece non fa che sbattere contro i muri. Mi piacciono i perdenti e poi guardo chi ne parla: in genere è un vincente. Invecchio nella zizzania. Vieni. Ven. Vieni dentro di me. Gli uomini al tavolo vicino parlano una lingua a me sconosciuta. Ho la sciarpa, i calzini, le scarpe, ma non sento freddo. Solo che ricordo di aver letto queste pagine mentre un bambino distruggeva con meticolosità un castello. Invano la mamma ha cercato di impedirglierlo. Alla fine si è arresa e ha lasciato fare e di quella grande costruzione non è rimasta nemmeno una traccia. Sto al freddo che, per me, stranamente non è freddo. Mi tolgo perfino la giacca. E batto sui tasti. Non ci sono gatti e nessuno mette del tempo per accarezzare i gatti più rognosi. Quella storia del venire? Allora fare all’amore era quello, un pesce nero che andava in su e in giù ostinatamente. Non lo so, ho dimenticato. Ricordo un film in cui un vecchio diceva: ‘Ora ricordo!’. Tutti retrocediamo per la paura di andare a sbattere con il naso contro qualcosa di spiacevole: ecco la parola guida: paura.
Ora i pensionati felici si sono messi a parlare di pensione. Ricordo la cameriera del Terrazzino degli Dei, aveva tatuato il nome di Sandro sul braccio con il quale mi porgeva un buon fritto misto. Non ero distratto, la guardavo e pensavo alla ripetizione all’infinito di un’ansia.

Io e lei rimanemmo in silenzio ascoltando i passi di qualcuno che saliva. Sì, era lui. E la Maga lo seguì, avevo le chiavi in mano, non sono mai tornato in quell’appartamento al terzo piano in riva al fiume.

Quanti personaggi: c’è un uomo arabo che passa con un carretto colmo di sonagli, c’è un uomo con una grande barba che passa ora in bicicletta, c’è un ragazzo senza braccia e senza gambe che beve una birra. Provate voi ad afferrare un bottiglia con i denti e con un gesto del collo fare un movimento brusco e bere. E’ andato non so dov’è con questa pioggia. Non ha trovato riparo, si è bagnato, è scomparso. Il ragazzo parte con Flixbus e teme per la sua valigia. Dicono che rubano le valige dal portabagagli. Sì, questa notte non finisce mai. Metterò una foto con qualcuno che sorride.

La parola tradimento, la parola inganno bastano a mandarlo su tutte le furie.

Adesso devo ricominciare. E davvero Hal ha finito le sue parole. Io per chi sto? Per l’astronauta o per l’occhio della macchina. Sarò buono.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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