Duecento metri

 

 

Sera, calda, cielo di nuvole, duemila metri di altitudine. Città del Messico.

 

Mancano dieci giorni alle Olimpiadi. Per la prima volta i giochi olimpici si svolgono in una terra latinoamericana.

2 ottobre del 1968. L’esercito messicano uccide centinaia di studenti a Plaza de las Tres Culturas. Solo trent’anni dopo il congresso messicano ammise che quei ragazzi erano disarmati e che l’attacco militare a quella manifestazione fu pianificato per distruggere, nel sangue, il movimento studentesco.

La stessa città, Ciudad de Mexico, due settimane dopo, 16 di ottobre, ancora un giorno caldo e nuvoloso. I duemila metri di altitudine sono un vantaggio per chi deve andare veloce. Quanto è distante quella piazza cosparsa di corpi dallo stadio olimpico? Otto atleti, in silenzio, si preparano a correre la finale dei duecento metri. Fa davvero molto caldo. Ma c’è l’aria della grande giornata.

La foto apparsa in un libro

 

In un libro ho ritrovato quella foto. La foto alla quale ci siamo aggrappati per anni e anni. Un’icona. Un incoraggiamento. Non l’avevo dimenticata. Ho la stessa foto appesa a uno scaffale in cucina. Ma in questa, ritaglio di giornale, qualcuno ha scritto a penna i nomi: Tommie Smith, l’uomo che volò sulla pista e demolì il muro dei venti secondi. Una volta tanto venti va scritto in numeri: 20”. Corse in 19” e 83 centesimi. Poi c’è John Carlos. Arrivò terzo. Non se lo sarebbe mai aspettato, sapeva di essere più lento di Tommie, ma doveva essere lui alle sue spalle, forse ha anche sperato di batterlo, ma non l’avrebbe mai ammesso, anzi. E, infine, sul podio di sinistra, c’è l’uomo bianco. E’ arrivato secondo. Si chiama Peter. Peter Norman. Per anni non ci ho fatto caso. Non era importante. I due atleti neri sono magnifici, immensi, altissimi. Più di un metro e novanta. Quel ragazzo bianco appare esile, ha le mani lungo i fianchi, quasi non sapesse cosa farsene. Ha il busto un po’ all’indietro. Sembra fragile. Eppure aveva impiegato appena 23 centesimi di secondo in più di Smith. Era australiano, Peter. Aveva appena battuto il record del suo paese. 20” e 06 centesimi. Quarantotto anni dopo, ancora nessuno, in Australia, è riuscito ad andare più veloce di Peter. Quanto sono lunghi ventitré centesimi di secondo?

I due neri, Tommie e John, sapevano cosa fare delle mani. Tommie alzò il pugno destro verso il cielo. John, il sinistro. Indossavano ciascuno un solo guanto nero. Erano senza scarpe. Avevano calze nere. Il capo reclinato verso il basso. Non so cosa tenga, nella mano sinistra, Tommie. Una targa, immagino. Hanno le medaglie appese al collo. ‘Non so cosa accadeva dietro di me’, raccontò poi Peter. Si accorse del silenzio improvviso, l’inno statunitense si era inceppato, come se anche l’altoparlante fosse indeciso di fronte a quanto stava succedendo. I due ragazzi neri avevano deciso da tempo cosa fare, fingevano tranquillità. Peter aveva deciso d’impulso solo pochi minuti prima. Appariva sereno anche lui. Ma io so che il loro cuore era in tumulto. Avevano perfino dimenticato qualcosa di importante. Poco prima si erano guardati con apprensione, John aveva inutilmente cercato nella sua borsa.

Peter non ne sapeva nulla. Dove decisero cosa fare assieme? Negli spogliatoi? Sulla pista del grande stadio di Città de Messico? Da qualche parte ho letto che Peter guardò con curiosità i preparativi prima della premiazione dei due ragazzi neri: l’intesa avvenne nel sottopasso che portava agli spogliatoi? Alla fine ho trovato il ricordo di Tommie: si parlarono nel dungeon, una sorta di sala di attesa per gli atleti. Loro la chiamavano con quella parola inglese che sta per ‘cella sotterranea’.

 

Mi siedo, cerco un video su Youtube, ce ne sono decine e decine. Click, ancora una volta le immagini di quella premiazione: Peter ha un sorriso cortese, appare gentile verso chi gli porge la sua straordinaria medaglia d’argento. Anche Tommie e John, a piedi scalzi, con una mano guantata, sono cordiali. In imbarazzo sembra solo l’uomo che deve premiarli. Peter alza, per un frammento di secondo, gli occhi verso il cielo. Non credo che veda la folla dello stadio. In questi momenti è difficile vedere qualchecosa. E’ tranquillo. Si è pettinato.

 

Il 16 marzo di quell’anno, la Compagnia Charlie, l’undicesima brigata di fanteria leggera dell’esercito statunitense, al comando del tenente William Calley, irrompe nel villaggio vietnamita di Mý Lai. I soldati uccidono 347 uomini e donne, vecchi e bambini. A fine gennaio l’esercito nordvietnamita e i vietcong avevano lanciato l’offensiva del Têt.

Il 4 aprile, a Memphis, viene assassinato Martin Luther King. Due mesi dopo, a Los Angeles, lo stesso destino è di Robert Kennedy. In Biafra si muore di guerra, di fame, di orrori. Ad agosto i carri armati sovietici calpestano la Primavera di Praga. A novembre Richard Nixon diventa presidente degli Stati Uniti. A me viene in mente che il 2 di dicembre, ad Avola, in Sicilia, due braccianti, Angelo Sigona e Giuseppe Scibilia, vengono uccisi dalla polizia. Speravano in salari migliori. Dove sono sepolti Angelo e Giuseppe?

 Non accadde nel 1968, ma l’anno prima. Non è un dettaglio in questa storia: Cassius Clay divenne Muhammad Alì e gli venne tolto il titolo mondiale dei massimi perché si rifiutò di andare in Viet-Nam. Gli atleti neri che si preparavano a partire per le Olimpiadi chiedevano che quel titolo gli fosse restituito.

 

Peter Norman non è più uno sconosciuto. Lo è stato per anni e anni. Che per lui devono essere stati lunghissimi e ingiusti. Ha bel viso, Peter. Un bel viso nei suoi sessanta anni. Sono davvero sicuro che la sua storia sia così nota? Mi gira per la testa da molti anni. E in molti ne hanno già scritto. Il nipote, Matt, ha fatto un bel film su suo nonno. Ho visto ancora una volta il video di quella corsa, di quella notte di ottobre. Ho visto Peter: ai cinquanta metri non avrei mai scommesso che quel velocista bianco (mi appare pallido più che bianco), quasi senza muscoli, piccolo, gracile nel bianco e nero del filmato, potesse farcela. Non so nemmeno come potesse essere arrivato fino a lì. Tommie e John sono alti più di un metro e novanta. Peter è un metro e settantotto. A metà corsa, Peter è solo sesto. Può arrendersi, è arrivato in finale. Che si accontenti.

John è spavaldo. Non è sbruffone. Ha 23 anni. Pettorale 259. Sa di essere meno veloce di Tommie. Si gioca le sue carte alla disperata. Credo che volesse davvero provare a sorprendere l’amico. Scatta velocissimo. All’uscita della curva è nettamente primo. Solo una manciata di metri alla vittoria. Ma sono una distanza infinita per un velocista. A trenta metri dal traguardo, Tommie lo supera in scioltezza. Per un attimo corrono uno a fianco dell’altro. John si volta a guardarlo. Non so se è stupito, arrabbiato oppure rassegnato. Sorpreso, direi, a fermare i suoi occhi. Forse quel movimento della testa gli fa perdere anche il secondo posto. Si è distratto e non si è accorto del bianco che corre alla sua destra, due corsie lontano. C’è anche un’altra versione di questo sorpasso, la racconta lo stesso Carlos. Ve la dirò più avanti.

Tommie appare sicuro di sé. Ha 24 anni. La partenza di questa finale quasi sfugge alla telecamera. Così a occhio ce n’è una sola ed è lontanissima dai primi metri della corsa. Di fatto, non vediamo lo scatto iniziale.

Tommie va piano. Ha il numero 307. John sembra lasciarlo in dietro. Fermiamo i fotogrammi: John è in testa, il traguardo è lì, a un passo. Tommie non si scuote, non fa niente di speciale. Semplicemente accelera. Con naturalezza, non fa alcun movimento brusco, cambia velocità senza ingranare nessuna altra marcia. Ed è come se decollasse un razzo. Anzi un jet, questo era il suo soprannome. John va velocissimo, ma Tommie se lo sfila di dosso. Corre gli ultimi metri a braccia alzate.

Non riesco a capire dove sia Peter. Ha 26 anni. Guardo e riguardo il video su you tube, ma ogni volta i due neri mi afferrano gli occhi. Non è solo colpa mia. La telecamera ignora tutti gli altri atleti, si concentra su Tommie e John che corrono affiancati. Peter è due corsie più in là, alla loro destra. E’ indietro. Come se si battesse per non arrivare ultimo. Non è interessante. Nemmeno il telecronista si accorge che quel bianco sta rimontando metri su metri. Forse John rallenta d’istinto, non riuscirà a battere Tommie e allora i suoi muscoli hanno una distrazione, perdono forza. Peter non si ferma, corre come spinto da un’improvvisa ventata, ma corre con regolarità. Anche lui non sembra cambiare davvero passo, ma deve farlo. La telecamera non mostra. Spinge il petto in avanti, Peter, le braccia a uccello sono tese all’indietro, la testa è alla ricerca dell’invisibile linea del traguardo. Quattro centesimi di secondo sono il ciuffo di capelli di Peter. Il suo naso. Eppure John è quasi venti centimetri più alto. Non credo che si renda conto che sta perdendo anche il secondo posto. Non credo che lo abbia capito se non dopo la fine della corsa. La telecamera rimane sui due atleti neri. Si abbracciano. Non vediamo Peter che esce fuori dal campo dell’obiettivo.

 

Per la verità devo dirvi anche di un’altra storia. Questa storia, è bene saperlo, ha anche lati oscuri. Carlos, molti anni dopo, dirà di aver lasciato vincere Smith: ‘Non ero interessato alla medaglia, ma a quello che avremmo fatto dopo’. Come se avesse il timore che se Tommie non avesse vinto, non avrebbe mai alzato quel pugno. Se è vero, John non si accorse comunque di quel bianco che lo sorpassava alla sua destra. Posso dire? Non ci credo, non credo che Carlos abbia rallentato. Nessuno, quella sera, avrebbe potuto fermare Tommie. La velocità, per lui, era un andare normale: volò verso il traguardo. ‘Nemmeno in motocicletta era possibile raggiungerlo’, dirà Peter. Credo che, per anni, i rapporti fra John e Tommie siano stati difficili, crepati, sempre sull’orlo di spezzarsi, le amicizie s’incrinano in mille cattivi pensieri che nessuno sa arrestare. A un certo punto, quarant’anni dopo il Messico, a un anno di distanza uno dall’altro, hanno scritto le loro due autobiografie. Alla fine credo che, ancora una volta, sia merito di Peter se sono riusciti a ritrovarsi.

 

Tommie Smith è un texano. Di Clarksville. Figlio di un bracciante delle piantagioni di cotone. Settimo di undici figli (altri scrivono che erano in dodici fra fratelli e sorelle). Lui racconta che da bambino aiutava il padre con le ceste del cotone. Sa bene cosa è il razzismo e la schiavitù. I biografi raccontano che per frequentare l’università vendeva macchine. Si accorge di essere veloce. Velocissimo. Demolisce tredici record universitari. Vince i campionati universitari nel 1967. Fa fermare i cronometri a venti secondi sui duecento metri. Sa che può fare di meglio. E’ più calmo di John, non si arrabbia mai. E’ attento alla rivoluzione pacifica di Martin Luther King. Riuscirà a conseguire due lauree.

John Carlos è di New York. Allora Harlem era davvero un ghetto per neri. E’ figlio di un calzolaio. Sua madre fa l’infermiera notturna. Una famiglia di origini cubane. John fa il buttafuori (o il buttadentro) davanti alle porte dei locali del jazz. Sfiora Duke Ellington e Fred Astaire. Si fa di canne, vede droghe pesanti girare per le sue strade. Ha conosciuto Malcom X, deve scorrere il sangue della ribellione nelle sue vene. Ha dalla sua un fisico imponente. E grazie alla sua velocità, vince una borsa di studio. Per la California. E’ all’università di San Josè che conosce Tommie. A volte è perfino più veloce di lui. Leggo che nelle gare preparatorie ha corso sotto i venti secondi, ma il suo record non sarà omologato. Per una questione di scarpe, se ho ben capito.

 

A San Josè ci sono anche Lee Evans e Roony Ray Smith, atleti fortissimi. I soli neri che entrano in quel campus sono dei campioni. Nessuno che non lo sia, in quell’anno, è accettato all’università.

 

Cosa so di Peter? Il padre fa il macellaio. Vivono a Coburg, un sobborgo operaio di Melbourne. Tutti scrivono che il ragazzo è cristiano, osservante, devoto, milita nell’Esercito della Salvezza. Non riesco a sapere molto di più di lui. Voleva giocare a football americano. Non gli riuscì. Non gli andava di uccidere vacche e vitelli. Fa il maestro. Nel frattempo corre. Ha i tempi per andare alle Olimpiadi

Nelle semifinali messicane è arrivato secondo. In una delle gare eliminatorie aveva perfino battuto il record olimpico. I due ragazzi neri, in fondo, avrebbero dovuto temere qualcosa da lui. Raccontano che Carlos ebbe un momento di dubbio: ‘Chi è quel bianco?’. Se lo dimenticò in corsa.

‘Quando corri non hai pensieri. I gesti diventano automatici. Certo, quei due vanno davvero forte. Ma io sono qui. Assieme a loro. Abbiamo pochi secondi per giocarcela. Le mie ginocchia tremavano. No, non è vero, erano solide, forti, ma io avvertivo il tremore, il formicolio del mio corpo. Dalle ginocchia al mento. Sentivo il soffio della voce di chi aveva deciso di mandarmi a correre in Messico: non arrivare ultimo. Mai. Non arrivare dietro a un inglese. Mai. E devi ripetere quei tempi per i quali ti abbiamo fatto venire qui, queste sono le Olimpiadi. Stronzi, pensai, mentre mi accucciavo per scattare. Poi, basta. Colpo di pistola, fiato, quante volte, fiato, fiato, dove sono le tue gambe, dov’è il tuo corpo, dove sono gli altri, perché vado piano, sono indietro, indietro. No, all’ultimo posto no. Quelli non li prendo. Non li guardo nemmeno. Detesto la curva, non so andare in curva. E’ il mio fiato? O il respiro degli altri? Affanno. Vai, vai. Il vuoto, corro nel vuoto. Tutto dritto. Non vedo, non vedo nulla. Il mondo trema. Sto lì, non sono certo, butto il corpo avanti, come se la testa, il petto si staccasse, butto le spalle, quelle contano, cazzo. No, non uso queste parole. Tu non le scrivere. Rende bene l’idea. Sono arrivato? I due neri si abbracciano. Quello non lo avrei preso nemmeno con una motocicletta. Ma l’altro, sì. Ho il viso verso terra, il fiato non ritorna, porto le mani ai fianchi, stringo la pelle. E’ accaduto, non so chi me lo dice. Non ricordo nulla. Ma quello l’ho ripreso, non sono ultimo, sono secondo. Porto le mani alla testa, voglio sedermi, non so come accade, mi trovo negli spogliatoi. E ora?’.

 

Per la prima volta, le Olimpiadi vennero trasmesse a colori. Ma io ricordo quella corsa in bianco e nero. Ancora oggi la riguardo in bianco e nero.

 

Non so quanto tempo trascorse. Non moltissimo. Le premiazioni dei vincitori seguono di poco la fine della gara. Non ho idea di dove si ritrovarono Tommie, John e Peter. Solo poi saprò che sedevano uno accanto all’altro nella ‘cella’ sotterranea. I due neri si toccavano di continuo. Erano felici, ma non sorridevano. Come in corsa, i loro gesti divennero automatici. Sapevano da tempo cosa avrebbero fatto. Prima di partire per il Messico avevano avuto la tentazione di non salire sull’aereo: era circolata l’idea di boicottare le Olimpiadi. L’anno prima Harry Edwards, un ex-discobolo diventato sociologo e attivista dei diritti dei neri, aveva fondato l’Ophr, l’Olympic Program for Human Rights. Era un tipo carismatico, affascinante, ben determinato. A Città del Messico, rinunciato al boicottaggio, circolavano le coccarde della sua associazione. Tommie e John ne facevano parte: come poteva essere altrimenti? Edward insegnava a San Josè, la loro università. E’ sorprendente, a spulciare internet, come si scopra che la protesta dei due ragazzi non fu la sola. Fu una tempesta ad attraversare quell’Olimpiade. Un incubo per Avery Brundage, il presidente del Comitato Olimpico, sospettato di simpatie naziste. Per venti anni, dal 1952 al 1972, questo finanziere nato a Detroit, è stato il padrone assoluto delle Olimpiadi. Era un antisemita, possedeva un club a Santa Barbara dove i neri non potevano entrare. Il razzista perfetto, insomma.

 

Dopo Tommie, John e Peter, i quattrocentisti Usa, Lee Evans, Ron Freeman e Larry James salirono sul podio indossando un basco nero. Anche loro salutarono a pugno chiuso. Sembravano irridere alle formalità delle Olimpiadi, in realtà erano molto nervosi, avevano una paura fottuta e la scacciavano ridendo forte e muovendosi come se fossero rapper (allora non c’era ancora il rap). Bob Beamon sfruttò l’aria rarefatta di Città del Messico e volò, nel lungo, per otto metri e novanta. Un salto da meraviglia stellare. Andò a prendersi la medaglia con i pantaloni arrotolati al ginocchio per mostrare i calzettoni neri tirati su per protesta. Ralph Boston, un ‘vecchio’ saltatore che, qualche anno prima, aveva battuto il leggendario record di Jesse Owens e vinto l’oro alle Olimpiadi di Roma, arrivò terzo: salì sul podio scalzo. Le ragazze della 4×100 (i loro nomi: Margaret Balles, Barbara Ferrel, Mildrette Netter, Wyomia Tyu)s dedicarono la loro vittoria a Smith e Carlos.

Il giorno prima della finale dei 200 metri, Jim Hines, il primo uomo a scendere sotto i 10 secondi nei cento metri, vinse l’oro in una finale quasi tutta nera (il solo bianco era del Madagascar): si rifiutò di stringere la mano di Avery Brundage. Lo stesso fece Charlie Green, medaglia di bronzo.

Nessuno di questi uomini e donne fu punito, nessuno fu cacciato dal villaggio olimpico. La vendetta dei bianchi statunitensi scelse il bersaglio grosso dei due velocisti. Erano più che un simbolo, erano i più pericolosi. Dovevano essere abbattuti, cancellati. Gli altri avrebbero avuto paura.

 

Vera

Věra Čáslavská, straordinaria ginnasta cecoslovacca, vinse in Messico quattro medaglie d’oro e due di argento: quando risuonò l’inno della sua rivale, la russa Natalia Kuchinskaya, sul podio assieme a lei, abbassò la testa. Praga era stata invasa poche settimane prima. Il regime le impedì di gareggiare ancora, quattro anni dopo, a Monaco, la Cecoslovacchia non vinse nessuna medaglia nella ginnastica, Věra non poté uscire dal paese per anni.

 

Immagino John che fruga nella sua borsa. Ha un gesto di stizza. Butta fuori magliette e calzini. Niente da fare. Ha dimenticato da qualche parte i guanti neri. Come è possibile che sia accaduto? Come è stata possibile una simile distrazione? Non ci sono. Non vi è rimedio. Non c’è tempo. John e Tommie hanno un solo paio di guanti. A questo punto, a leggere tutte le ricostruzioni (con un dubbio, tutti noi copiamo da qualche ‘fonte’, non eravamo lì. Andò veramente così? Sì, John e Tommie ne sono certi, lo ripetono ogni volta che ricordano la loro storia), a questo punto, dicevamo, entra in gioco Peter. E’ la benedizione dell’inglese: i tre parlano la stessa lingua. Se Peter fosse stato italiano, la storia sarebbe stata diversa. Forse.

John è desolato. Tommie lo guarda. Forse ha già indossato i suoi guanti. Sono lucidi, belli, di pelle, un po’ lugubri. Raccontano che sia stata sua moglie a comprarli. Se non fossimo nel 1968, direi che sono i guanti di un assassino. Nei film, chi li indossa vuole incutere terrore. In quell’anno, sono i guanti del Black Power. Tommie si tocca le mani l’una con l’altra. Peter non può stare in disparte, chiede, si incuriosisce, non ci pensa su: vuole entrare i questo gioco: ‘Sono con voi’. A John passa un pensiero per la testa: ‘Che diavolo vuole questo bianco, ha preso la sua medaglia, che se la goda e non rompa’. Lo guarda negli occhi, lo soppesa dalla sua altezza. Si fida. Gira il capo leggermente. Forse mormora: ‘Ok, ok’. Nessuno dei tre s’interroga sulle conseguenze di quanto stanno per fare. O, se se lo chiedono, non hanno risposta o non gliene frega nulla. Questa cosa va fatta.

Tutti coloro che hanno raccontato la storia di quella sera messicano sono d’accordo. Peter vide l’esitazione di Tommie e John: cosa fare con un solo paio di guanti neri? Fu questo piccolo australiano bianco a suggerire: ‘Uno per uno. Alzerete ognuno una mano diversa’. E così fu. Ci pensano i giornalisti e gli scrittori a copiarsi l’un con l’altro. Tommie aveva in mente il ‘potere nero’ quando tirò su il pugno destro. John voleva invitare all’unità dei neri levando al cielo il pugno sinistro. Fu solo un caso, in realtà. Non avevano alcun pensiero quando si divisero i guanti.

Peter, invece, pensò con rapidità. I due avevano anche la coccarda dell’Ohpr, l’associazione di Edwards. Chiese: ‘Ne avete un’altra?’. Ancora una volta, John pensò che ne aveva le scatole piene di quel bianco e ancora una volta cambiò idea in un secondo. Ma aveva solo la sua coccarda e non aveva alcuna intenzione di togliersela. Non so come in mezzo a questa confabulazione, in mezzo a questo complotto apparve Paul Hoffman. Era un canottiere, il timoniere della squadra di Harvard. Ed era bianco. Ma era stato a San Josè a parlare con Harry Edwards. Non era facile per dei neri accettare la mano tesa di atleti bianchi. Ma Harry accolse bene quei canottieri ribelli. Entrarono a far parte dell’Ophr. In Messico, però, i neri non li coinvolsero nei loro incontri al villaggio olimpico: ‘Non abbiamo bisogno dei bianchi di Harvard’, disse uno. In ogni caso, quella sera, Hoffman era allo stadio. E sedeva accanto alle mogli di Smith e Carlos. La corsa finì, scesero a balzi verso il sottopasso degli spogliatoi. Videro Peter, Tommie e John parlare fra di loro, se li videro passare davanti. Si avvicinarono. Smith fece in tempo a dire del desiderio di Peter. Hoffman non ebbe alcun dubbio: ‘Se un australiano bianco mi chiede questa coccarda, per Dio l’avrà’. Se la toglie dal petto e l’appunta sulla tuta di Peter. Che la sfiora con la mano destra, l’aggiusta, cerca di guardarla. Non c’è nessuno specchio. Non c’è più tempo.

 

Flash back. John, nonostante quell’aria tranquilla e seriosa, doveva essere un fascio di nervi. Prima di uscire dalla ‘cella’, sfiorò con gli occhi Tommie, non lo guardò dritto: ‘Là fuori potrebbe esserci un tipo con un fucile’. Tommie si chiese se John fosse ammattito. Ma il ragazzo del ghetto newyorchese aveva visto morire Malcom X e King era stato ucciso solo pochi mesi prima. Dette consigli assurdi: ‘Siamo stati allenati per scattare non appena sentiamo un colpo di pistola. Quindi, se appena senti il botto di un martello sul ferro, corri. Non essere come un’anatra immobile, non essere un bersaglio per chi ti vuole sparare’. John sperava di essere più veloce di una pallottola. Uscirono in silenzio. Sono sorpreso: nei loro passi non traspare nessuna apprensione. Non vi è frenesia, ne eccitazione. Hanno varcato la linea d’ombra delle paure. In quei pochi metri sono davvero uomini liberi. Orgogliosi. Fieri. Felici, nonostante le facce serissime e la paura dentro la pancia. Sapevano di stare per fare qualcosa di importante. Non potevano immaginare quanto importante. Lo rifarebbero se solo intuissero cosa stava per abbattersi sulle loro vite? Sì, credo di sì. John era arrabbiato e indignato, Tommie aveva con sé una forza pacata, ma inflessibile, Peter era semplicemente un uomo giusto, un piccolo eroe normale.

 

I tre si incamminano sul prato dello stadio. Coreografia, le ragazze con le medaglie, gli abiti tradizionali, i fotografi, si sta facendo buio. Tommie e John camminano davanti a Peter. Hanno una curiosa andatura. Passi lunghi, quasi felpati, da cacciatori della savana, direi, se non sapessi chi sono. Visi immobili, concentrati. Non è una marachella quella che stanno per compiere: è storia. Chissà se qualcuno indovina cosa sta per accadere? Chissà cosa passa per la testa dei capi della delegazione Usa quando se li vedono passare davanti. Qualcosa non va. Sono scalzi. Indossano calzini neri. Se ne accorge qualcuno? Entrambi sorreggono le scarpe con le mani dietro la schiena. E’ una scena folgorante. Una delle loro mani è già guantata. Non so se l’uomo della telecamera veda il guanto, certamente si accorge delle scarpe dietro la schiena e allora indugia su quella stranezza. Oppure sapeva.

La squadra di canottaggio di Harvard

Flash-back: non dimentichiamoci di Hoffman. Non sfuggì il gesto con il quale aveva passato la coccarda dell’Ophr a Peter. La delegazione Usa improvvisò, appena il giorno prima della finale di canottaggio, un vero e proprio processo al timoniere davanti alla commissione di disciplina. Erano certi della sua complicità, lo accusarono di ‘cospirazione’, molti volevano la sua testa. I ragazzi di Harvard erano definiti hippies e sporchi. I compagni di Hoffman annunciarono: ‘Se lo cacciate, noi non scendiamo in acqua’. Un giudice gli chiese: ‘Non pensi di aver distrutto lo spirito olimpico?’. ‘Sir, noi stiamo cercando di costruire il vero spirito di fratellanza delle Olimpiadi’. Dicono che il tipo che lo stava interrogando divenne rosso di rabbia.

Paul fu assolto per ‘assenza di prove’ (i maligni raccontano che il padre, un giudice, conoscesse bene alcuni membri della commissione sportiva), ma fu costretto a promettere che non avrebbe partecipato ad alcuna manifestazione di protesta dopo le sue gare. Così fece, ma, al ritorno, all’aeroporto di Denver, tutta la squadra di canottaggio aveva all’occhiello quella coccarda. Dicono che i doganieri ebbero male parole contro di loro. Qualcuno sibilò: ‘Bianchi traditori’. Nessuno, invece, si filò le ragazze nere della corsa che la portavano con orgoglio. Carlos era lì e non rimase in silenzio: ‘Non capiscono perché qualche bianco stia con dei neri bastardi’. Se ben lo conosco, sputò per terra.

Flash-back: la squadra di Harvard arrivò sesta in quelle Olimpiadi. Cioè, furono gli ultimi della loro finale. I canottieri non se la presero. Avevano dato il massimo. Tutti loro ricordano perfettamente che Brundage dette la mano a tutti gli atleti di quella gara. Ma non andò oltre i cecoslovacchi, che erano arrivati quinti. Si dimenticò dei ragazzi di Harvard.

 

Anche Avery Brundage sapeva. Sapeva che qualcosa sarebbe accaduto. Il giorno prima Jim Hines aveva tirato indietro la mano pur di non stringergliela dopo che gli aveva infilato al collo la medaglia. Il capo del Comitato Olimpico, il 16 di ottobre, se ne andò ad Acapulco a godersi regate di barca a vela. Non voleva correre rischi. Lì era nelle sue acque: solo velisti bianchi. Brundage lasciò nelle peste un inglese bonaccione, lord David Cecil Burghley, il sesto marchese di Exeter: era il suo vicepresidente e più di trent’anni prima, quando lo sport era dei nobili, aveva vinto la medaglia d’oro nei quattrocento ostacoli. Era una delle vacche sacre delle Olimpiadi ed era stato deputato conservatore e governatore delle Bermuda. Quella sera, a osservare il suo sorriso un po’ tonto e tirato, non capì un accidente di quello che stava accadendo. Credo che dovettero spiegarglielo. Ma questa è una mia malignità. Perfino gratuita, da scrivitore di storie, da uno che inventa: Tommie era stato gentile con il lord inglese, si era inchinato dal suo metro e novanta, si era fatto mettere la medaglia al collo e aveva porto la mano. Burghley si sarà certamente accorto di stare stringendo le dita protette da un guanto nero di pelle. Anche il fumino Carlos dà la mano a quel signore inglese un po’ zoppicante. Ma la sua mano destra è nuda. Burghley si gira di scatto e il suo non è più un sorriso: è un ghigno da foto in un gruppo nel quale non vuoi essere. Si allontana. Credo che pensi: ‘Che questa storia finisca presto, voglio andare via’. Ci sono gli inni da ascoltare, le bandiere da veder salire sui pennoni. Quando gli chiesero che cosa avesse pensato quando si accorse del guanto nero di Tommie, rispose: ‘Credetti che avesse una ferita alla mano’.

 

John ha la lampo della tuta slacciata, indossa una maglietta nera a coprire la scritta USA. Vuole che si veda una lunga collana di piccole pietre: ogni sassolino per un nero linciato, annegato nelle deportazioni dall’Africa, bruciato nei roghi razzisti, morto nelle piantagioni. I calzini neri che entrambi hanno ai piedi sono la povertà dei ragazzini dei ghetti. Tutti scrivono che Tommie avesse una sciarpa nera attorno al collo. Dalle foto della premiazione non riesco a scorgerla. Sì, in questa simbologia ci credo. Sapevano quello che stavano facendo, John e Tommie. Erano preparati.

 

Adesso immaginatevi la scena. Lo stadio messicano è immenso. I tre uomini appaiono piccoli alla folla delle tribune e delle curve. Delle formiche, mentre li guardo dall’ultimo anello. Davvero la gente capisce cosa sta succedendo? Davvero l’inno statunitense si interrompe? Davvero vi fu un momento di silenzio e smarrimento? Peter ne è certo: ricorda che per un secondo, solo per un secondo, tutto divenne immobile. Dal video questo non si capisce. In internet non riesco a trovare un audio originale: tutti manipolano, o meglio sovrappongono altre musiche. La Bbc, lo fa con un dolcissimo suono, quasi new age. Mentre l’Huffington Post riprende il film di Matt, il nipote di Peter, e distorce l’inno Usa nella straordinaria esecuzione di Jimi Hendrix a Woodstock. Il bianco australiano ha lo sguardo rivolto davanti a sé. Solo per un istante sembra alzare gli occhi al cielo. Quali pensieri correvano, più veloce di lui, nella sua testa? Tommie e Carlos alzarono il loro pugno, piegarono la testa e rimasero così per un istante che non ebbe mai fine. Anni e anni dopo Smith dirà: ‘Non feci altro che alzare il pugno, mi sentii libero’. John invece non nasconde il suo timore: ‘Ho tenuto il braccio un po’ piegato, volevo essere pronto se qualcuno mi avesse aggredito’.

Alle loro spalle si intravede il cielo della notte di Messico. Gli spalti (vengono inquadrati solo quelli scoperti) sono mezzi vuoti, i pochi spettatori sono in piedi, vicino alle ringhiere dei sottopassi. Forse si sono fermati mentre stavano per andarsene. Forse non erano in programma altre gare. Non so chi abbiano di fronte i tre atleti. Il podio sarà stato sistemato davanti alle tribune coperte, ai posti dove siedono i privilegiati, i potenti, i padroni dello sport. Non so se davvero ci fu silenzio. Carlos ricorda che ci fu un momento di quiete. E poi ‘l’esplosione’. Per un giornalista di cui non trovo ne il nome, ne l’articolo, la folla passò dagli applausi ai fischi. Erano giubilanti, divennero ‘velenosi’. Ancora Carlos: ‘Non ci fu alcun hurrah per quanto stavamo facendo’. Le telecamere non si lasciarono sfuggire il pugno altissimo di Smith: lo inquadrarono a lungo. Le telecamere crearono la leggenda. Tommie, John e Peter l’avevano costruita. Di Peter si accorsero, con rabbia, solo gli uomini della delegazione australiana.

 

Carlo Gregoretti, giornalista dell’Espresso, doveva essere lì. In una tribuna stampa. Oppure era riuscito ad arrivare in mezzo al prato dello stadio. ‘Due braccia nere, tese verso il cielo oramai scuro. Due guanti neri che pochissimi erano riusciti a distinguere e dei quali nessuno tra gli spettatori che affollavano lo stadio era un grado di comprendere il significato’. C’è uno scarto fra l’immaginario ricostruito e quanto avvenne. Di nuovo: davvero la gente degli spalti si rese conto di quanto stava accadendo? Davvero ci furono i fischi? In fondo questa scena è durata una manciata di secondi.

 

Tommie, John e Peter scendono dal podio. Non ho trovato nessun video di questo loro andare verso gli spogliatoi. Immagino il loro cuore rilassato. ‘Ecco, abbiamo fatto’, pensa Peter. Gregoretti, non posso dargli torto, non ha occhi per il corridore bianco, nessuno si è accorto della sua coccarda. Il giornalista italiano guarda solo i due neri che, uno dietro all’altro (avrebbero voluto essere abbracciati), stanno uscendo dallo stadio. Gregoretti sa di aver assistito a qualcosa di straordinario, è emozionato, anche lui è in preda a una scossa elettrica: ‘Scesi dal podio hanno attraversato in silenzio la pista e sono scomparsi ed è stato come se i pugni guantati dei due velocisti Usa si fossero abbattuti sulla coda di paglia dei sommi sacerdoti della fede olimpica’. I due atleti (anche io ora dimentico Peter) hanno alzato la bandiera di Davide contro Golia. Accade così poche volte nella storia. Sono lì, accanto a Gregoretti. Dimentico di fotografare, applaudo con le lacrime agli occhi. Ho la pelle d’oca. Peter mi passa davanti e gira appena la testa. Ha un sorriso veloce. Oggi avrebbe alzato il dito pollice. Sopra le teste dei tre ragazzi sta per scatenarsi una vendetta implacabile, un rancore astioso.

 

Ma, per quanto assurdo sembri essere, c’è perfino il tempo di una conferenza stampa. Almeno a leggere un resoconto del Guardian del 18 di ottobre. Fatemi guardare negli occhi il giornalista che pone la prima domanda a Carlos: ‘Perché ha guardato a sinistra mentre Smith lo sorpassava? Era per questo che aveva perso anche il secondo posto?’. Ottima domanda tecnica, ma era questa la notizia? John e Tommie dovettero innervosirsi e, alla fine, esplosero: ‘Siamo neri e siamo orgogliosi di esserlo in un’America bianca’. Fu qui che John disse la frase che poi è stata usata da tanti: ‘Non siamo cavalli da parata, non ci esibiamo, in modo che, se è andata bene, ci diano noccioline come ricompensa’. Al solito, dai resoconti, non filtra nemmeno mezza riga attorno a Peter. Dovrei andare a cercare i giornali australiani di quel tempo. Non lo faccio.

 

Brundage è su tutte le furie. Lo immagino: ha convocato i suoi, batte i pugni sul tavolo, non fa niente che non sia uno stereotipo. Ha potere e lo usa. Vuole la vendetta, la rappresaglia. Vuole il sangue. I suoi scriba traducono il suo rancore: Smith e Carlos ‘hanno violato i principi fondamentali dello spirito olimpico’. Payton Jordan, il capo delegazione degli atleti Usa, sibilò: ‘Quei due dovranno pentirsene per tutta la vita’. Non so cosa pensare di Payton: era un cinquantenne californiano ben allenato, abbronzato, dal fisico perfetto, assomiglia a John Wayne, l’uomo della frontiera. Doveva avere addosso qualche rimpianto: nel 1940 e nel 1944 non ci furono le Olimpiadi e lui avrebbe potuto vincerle. Non smise mai di correre. Trent’anni dopo il Messico, a oltre 80 anni, lo vedo mentre batte il record mondiale dei duecento metri per i velocisti della sua età. Li corse in meno di 31 secondi. Soppeso i tempi: dodici secondi appena più di Tommie Smith. Non male, direi. Insomma, Payton, come Brundage, è adatto alla parte: l’allenatore bianco, il caporale dei marines, un po’ sadico. E quelle parole: ‘Se ne pentiranno’ stanno perfettamente nel copione. Lo ascolto, mentre le dice in sol fiato. Solo che, in Internet, trovo anche una sua frase riportata, anni e anni dopo, nel giorno della sua morte, dall’Independent, il giornale di Santa Barbara. Il giornalista John Zant mette fra virgolette queste altre parole: ‘Ho difeso Smith e Carlos fino all’inferno, facevano parte della squadra, avevano fatto il loro lavoro, erano campioni’. E poi c’è il Mercurynews che gli fa dire: ‘Smith e Carlos fecero quanto ritennero andasse fatto in quel momento. Io li ammiro’. Ho un sospetto: che nei necrologi si sia reticenti, chi muore è (quasi) sempre beatificato. Quindi non so cosa dirvi di Payton Jordan. Sto sospeso fra queste due frasi. Non sono obiettivo, credo che abbia davvero graffiato l’aria con quel: ‘Se ne pentiranno’. Magari trent’anni dopo ci ha ripensato. Rileggo il comunicato del Comitato Olimpico Usa: si scusano ‘profondamente’ del comportamento ‘scortese’ dei due atleti. ‘The untypical exhibitionism of these athletes also violate the basic standard of sportmanship and good manners’. Insomma Smith e Carlos sono stati due maleducati. Chi ha scritto quel comunicato e chi lo ha ispirato o è o ci fa. In ogni caso è un ipocrita e non ha capito che tempo sta vivendo. Non ci crederete, ma quando, nel 2015, l’Huffpost chiede un commento a quando accadde nel 1968 al Comitato Olimpico statunitense e qualcuno non trova di meglio che spedire al giornale il comunicato scritto allora, un giorno dopo la gara. Sono senza parole.

Brundage vuole davvero la pelle di quei due neri. Il Comitato Usa deve arrendersi se non vuole che la vendetta si abbatta su tutta la squadra. Smith e Carlos vengono sospesi e cacciati dal villaggio olimpico. ‘To remove themselves’ dall’area sacra della purezza sportiva, sta scritto in quel comunicato. Fantastico è il rigo che segue: Smith e Carlos sono definiti ‘immaturi’, ma il Comitato si dice sicuro che sia stato un gesto isolato. Hanno i neri della loro squadra in rivolta e fanno finta di niente. Paradosso per paradosso, gli Usa, nell’atletica, per lo più neri, in quelle olimpiadi, vinceranno ventiquattro medaglie. Dodici d’oro. Quasi mezzo secolo dopo, nei nostri occhi non luccica questo metallo, ma il nero dei pugni di due atleti.

 

In due giorni, Tommie e Smith sono fuori dal villaggio. Cacciati a pedate. Nessuno dice cosa fanno i loro amici quando li vedono uscire dai cancelli. Nessun provvedimento colpisce Evans, Beamon o Raph Boston. Sono John e Carlos il bersaglio da colpire. Gregoretti li incontra in giro per la città. Giura che li ha visti mentre erano a provarsi due giganteschi sombrero. Tornano anche allo stadio e John Carlos esultava ogni volta che un atleta nero vinceva una gara. ‘Non finisce qui’, fa in tempo a dire al giornalista italiano che li avvicina. Davvero nessuno si fila Peter, visto con il senno di poi è un uomo invisibile.

 

Aveva ragione, John. Non finì lì. Finì male. Il rancore dell’America bianca fu spietato, di lunga durata, privo di ogni compassione. Il sistema aveva intuito che i due atleti neri e quella barzelletta di bianco avevano incrinato lo specchio del potere: erano più che avversari, erano nemici e dovevano essere schiacciati come formiche. Umiliati. Offesi. Dimenticati. Il sistema armò i cannoni della vendetta: Time sparò ad alzo zero, a fare male. La premiazione di Messico venne inchiodata allo slogan: ‘Più arrabbiati, più cattivi, più disgustosi’. Smith e Carlos vennero definiti ‘petulanti’, la loro protesta fu bollata come ‘incivile’. I due atleti non trovarono solidarietà nemmeno da Jesse Owens, quel Jesse Owens nero che aveva vinto quattro medaglie d’oro di fronte a Hitler nel 1936. Fu sprezzante: ‘Il pugno nero è un simbolo insignificante. Quando lo apri restano le dita vuote. L’unico momento in cui il pugno ha un significato è quando contiene denaro’. Vedo Carlos digrignare i denti quando gli leggono queste parole: ‘Questo bianco di merda’, mormorò a voce alta e spezzò la statuetta del suo idolo. Smith si chiuse nel suo silenzio impenetrabile: adorava quel campione nero, era spossato dall’amarezza. George Foreman vinse l’oro nella categoria massimi della boxe. Fu una sorpresa. Gli misero una bandiera americana in mano e lui la sventolò. Smith abbassò la testa: ‘Ero triste, ero arrabbiato’. Carlos pensò: ‘Ecco, lui è l’eroe, noi i traditori’. Solo dalla loro università, da San Josè, arrivò un soccorso: ‘Sono uomini onorevoli, che hanno dedicato la loro vita alla causa della giustizia per il popolo nero nella nostra società’, scrisse Robert Clark, il presidente bianco dell’ateneo dno. Applausi.

 

Poche righe, secche, narrano in decine di articoli, gli anni della solitudine di queste tre uomini. Sono pagine spesso sbrigative, quasi sempre sono versioni troppo simili per non pensare a un copiare frettoloso (come questo non-racconto). Io volevo scrivere un articolo breve. Da anni. Per quella foto appesa nella mia cucina, perché quella foto è rimasta. Non entro da tempo in quella cucina. Vivo altrove. Ma, niente da fare, quella foto è riapparsa fra le pagine di un libro aperto per caso e mi sono intenerito a vedere che qualcuno aveva scritto i nomi dei tre atleti, tutti e tre, anche il bianco, accanto alla loro figura in piedi sul podio. Un segno, è chiaro. O almeno questo era un buon alibi per dirmi: non ho più scuse. Un mattino ho cominciato a scrivere. Poi mi sono lasciato trascinare, come un coniglio destinato alla trappola, dai semini che via via trovavo sfogliando pagine e pagine che spuntavano da ogni lato in Internet. Adesso dovrei dirvi di cosa accadde quando Tommie tornò in California, John a New York e Peter a Melbourne.

 

Qualcosa li unisce: i loro matrimoni vanno a rotoli. Erano giovani, si erano sposati presto. Tutti e tre, in pochi anni divorziano. Spiegano: la loro vita di coppia era diventata impossibile. Si ritrovarono senza soldi, senza lavoro, minacciati, insultati, cacciati da ogni posto in cui mettevano piede. Erano degli appestati, infetti. In più dovevano essere depressi, arrabbiati, malinconici. Punto finale era l’autocommiserazione, quel punto dell’anima in cui non sai più chi sei. Il ragionamento poteva essere questo: ho fatto qualcosa di eroico e ora sono trattato da bandito. In casa, la vita doveva essere un piccolo inferno. Immagino le cene in appartamenti desolati, piatti da lavare, bambini piccoli, letti mai rifatti, mutande sporche. Forse immagino male. Ascolto i litigi, i silenzi, le porte sbattute. Le ossessioni, le paranoie. Gli agenti dell’Fbi che non li mollano un secondo. ‘Non avevo soldi – ricorda John Carlos – dovevo mendicare, chiedere prestiti, rubare, giocare per pagare l’affitto. Una volta spaccai i mobili e accessi un fuoco in casa: era il solo modo di scaldare i miei figli. Non potevo pagare l’elettricità’. A sua moglie Kim spedivano foto di altre donne: se la fanno con tuo marito, le dicevano sogghignando. Alla fine Kim non ce la fece più: se ne andò di casa quattro anni dopo i pugni messicani. Lui ciondolò nella depressione. Lei non se la cavò: nel 1977 si uccise. John ha mille ragioni di essere ancor oggi arrabbiato: ‘Ci hanno ammazzato e ora siamo una merce da venti dollari a maglietta’.

‘Ci misero al bando, il mio agente cancellò contratti già firmati, mi cacciarono anche dal lavoro di lavamacchine, avevo fatto un corso ufficiali, ero andato bene, ma l’esercito non volle saperne di me – ricorda Smith – Perfino i neri ci scansavano: avevano paura. Erano i miei amici. Almeno fino a quella notte in Messico. Dopo eravamo diventati spazzatura’. Davanti alla porta della casa di sua madre versarono letame, le spedirono topi morti. Morì di crepacuore dopo due anni di questo inferno. Non furono lasciati in pace nemmeno i fratelli: uno fu buttato fuori dalla scuola di football della sua scuola, a un altro venne ritirata la borsa di studio. Un colpo di rasoio dopo l’altro. Piccoli tagli, a far sanguinare, botte sferrate a far male. Furono anni di merda. Anche i rapporti fra John e Carlos si incrinarono in veleni sotterranei, in storie non dette, in troppe parole che si aggrovigliavano una sull’altra. Nessuno regge bene alle persecuzioni.

 

Peter Norman, nei giorni del Messico, se la cavò con un rimprovero ufficiale. Anche le autorità australiane volevano cacciarlo, ma a guidare la squadra c’era un tipo dall’aria simpatica, Judy Patching: guardò negli occhi il suo miglior atleta e gli disse: ‘Bene, considerati rimproverato e ora togliti dai piedi, vatti a vedere la finale dell’hockey. Di quanti biglietti hai bisogno?’. Ma, in realtà, nessuno era disposto a perdonare quest’uomo invisibile. Vero, corse ancora, Peter. Era veloce. Due anni dopo era ai Giochi del Commonwealth: non andò bene, solo quinto nei 200 metri, nella staffetta qualcuno perse il testimone e la squadra australiana venne squalificata. Peter voleva un’altra Olimpiade, la meritava. Con i suoi tempi, poteva davvero provare perfino a vincere. Non andò così: sono gli statistici a ricordarci che, nel 1972, per ben tredici volte fece fermare i cronometri sotto il tempo necessario per andare a Monaco. Per cinque volte andò sotto il tempo minimo anche nei cento metri. Nessuno crede che l’Australia decise di non mandarlo nuovamente alle Olimpiadi perché ai trials finali arrivò solo terzo. Nessun australiano corse le gare di velocità a Monaco: pur di tenere Peter fuori dalla pista olimpica, pur di punirlo, decisero di non mandare nessuno. Tutti credono che quella sia stata la vendetta fredda dei padroni dell’atletica di Melbourne. Il castigo per chi si era fatto beffe del loro potere.

Peter smise di correre, buttò le sue scarpette in un fosso. E anche per lui furono anni di merda: divorziò dalla moglie, provò a giocare a football. Si fece male a un tendine, rischiò la cancrena, l’alcool lo afferrò e non lo lasciò in pace. Non gliene perdonano una: i giornali che lo hanno ignorato dopo il Messico, sembrano felici di scriverne quando viene fermato dalla polizia e trovato positivo ai test alcolici. Ebbe un primo infarto. Si risposò. Un amico racconta che usava la sua medaglia d’argento come fermaporte. La depressione è una brutta bestia. Nel 2000, il Comitato Olimpico australiano si dimenticò di invitarlo a presenziare alle cerimonie inaugurali delle Olimpiadi di Sidney. ‘Mica potevamo invitare tutti’, si giustificarono. Un dispetto rancoroso dopo trentadue anni. Ma il vento era cambiato, almeno oltre il Pacifico, e, roba da non crederci, fu la squadra di atletica degli Stati Uniti a volerlo con loro alla cerimonia inaugurale dei Giochi. Lo ospitarono nelle loro stanze al villaggio olimpico. Ed Moses, carico della sua gloria da ex-quattrocentista a ostacoli, gli andò incontro per accoglierlo. Michael Johnson, il più grande quattrocentista di tutti i tempi, gli disse: ‘Sei il mio eroe’. Peter sorrise piegando leggermente il capo.

 

Devo fermarmi qui. Ho scritto troppo. Mi ero messo un secondo limite: 40mila battute. Le sto superando. Negli Stati Uniti il tempo ha cercato di ricucire qualche strappo. Troppo tardi, in maniera ambigua, contradditoria. Nel 1983, John Carlos fu chiamato a far parte di un comitato che si occupava di minoranze ai giochi olimpici di Los Angeles. Nel 2012, Emanuela Audisio, giornalista di Repubblica, andò a trovarlo in una high school di Palm Springs dove lavorava come allenatore: ‘Ha i capelli bianchi, la rabbia è sempre nera’. Penso banalmente: quei pugni sono stati davvero storia, Brundage e i razzisti del ’68 possono andare a quel paese, nessuno li cercherebbe ancora, invece quei ragazzi neri stringono ancora le nostre coscienze.

La statua all’università di San Josè

Smith, per un po’, fece il buttafuori in locali notturni. Si rimise a studiare, si laureò in sociologia, ha insegnato ginnastica a Santa Monica. Nel 2005, l’università di San Josè innalzò un monumento alto cinque metri dedicato ai due uomini neri. Mi imbarazza vedere che il podio del secondo posto è vuoto. Non so spiegarmelo, non ascolto le spiegazioni di chi ne descrive la simbologia. A me pare un’altra coltellata di ingiustizia. Peter è ancora invisibile. Ma l’uomo bianco fu invitato alla sua inaugurazione, tenne un discorso e ho sottomano una foto dove se ne sta in piedi in mezzo alle statue gigantesche di Carlos e Smith, ancora una volta è un piccolo uomo bianco, guarda i suoi compagni volgendo la testa verso l’alto. Sembra non esserla presa. I figli di John lo chiamavano ‘zio Pete’.

Il funerale di Peter. Con lui Tommie e John

Un anno dopo, il cuore di Peter si spezzò per l’ultima volta. Era il 3 ottobre del 2006. John e Tommie erano riconciliati e assieme attraversarono l’oceano. C’è una foto che ritrae i due uomini, con capelli e baffi bianchi, che sorreggono sulle spalle la bara di Peter.

 

Nel 2012, il parlamento australiano chiede ufficialmente scusa per la decisione di escludere Peter dalle Olimpiadi di Monaco del 1972. Ne riconosce il coraggio e il valore sportivo. Il Comitato Olimpico di Melbourne si infuriò. Stizzosi, replicarono: non c’è niente di cui scusarsi.

 

Ho preso quella foto che mi ha portato fino a qui. Ho riaperto il libro dove era conservata. L’ho rimessa al suo posto, fra le pagine di Congo (prima non mi ero reso conto di quale libro avevo in mano). Altri potranno trovarla.

Non ho letto le biografie di Smith e Carlos.

Ho chiesto a mia figlia, 28 anni, se conosceva questa storia? Sì, sapeva dei pugni neri alzati verso il cielo, aveva visto quella foto, ma niente sapeva di Peter. Ho chiesto a un amico che ha una cartoleria ed è sempre ben informato: no, non aveva mai visto quella foto. Ha 37 anni. Non ho chiesto a nessun altro.

Mi rendo conto: i ragazzi di Plaza de las Tres Culturas sono davvero dimenticati.

La statua al museo afro-americano
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