Storie di librerie, Polla/’Fare il libraio è da pazzi’

 

Michele Gentile e il Libro Sospeso

Cosa devo fare con Michele Gentile? Con il libraio Michele Gentile.

Polla ha poco meno di seimila abitanti, cittadina del nord del Vallo di Diano, ottanta chilometri a Sud di Salerno, confine fra Campania e Lucania, costone dei monti del Cilento. Arrivo a Polla per conoscere Michele e la sua libreria. Nel computer ho una rassegna stampa entusiasta: qui si lasciano libri ‘in sospeso’ come se fossero caffè dei bar di Napoli, si presentano libri sui pullman di linea verso le città del Nord, si scambiano libri con metalli. In più, forse proprio per questo, un cartello stradale mi avverte: ‘Polla, città del libro’. Titolo altisonante (sono 336 le città del libro in Italia, ho controllato): quanti libri si leggono nel nostro paese?

 

Ecco cosa accade: uscita della Salerno-Reggio Calabria (ancora non hanno il coraggio di farti pagare un pedaggio), immensa rotonda, condomini da periferia, urbanistica dall’aria strapazzata, svolta a destra, strada d’ingresso verso il centro. La libreria, si chiama Ex-libris, ed è anche un caffè (nel senso che c’è una macchina per il caffè) e vende quotidiani (solo giornali), è qui. Non assomiglia a una libreria. Non ha una vera vetrina: è coperta da ogni tipo di manifestino. L’insegna è metallica: dovrebbe essere un caffè poggiato su un libro squadernato. Posso dire: a me, fiorentino, appare una ferramenta, una mesticheria. Lo trovo incoraggiante. E Michele è dietro un computer. Spunta fuori (prima i capelli, poi gli occhi) e penso che ho di fronte un libraio che assomiglia a Gene Wilder con lo sguardo rotante di Marty Feldman in Frankestein Junior. Capelli arruffati, mobilissimo, una camicia gialla, pantaloni verdolini.

La libreria

 

Non è difficile accorgersi delle assenze in queste librerie: niente libri da ‘successo’ di stagione. Niente Cognetti, per dire di uno bravo. Nemmeno Matteo Renzi, per fortuna. O, peggio, Bruno Vespa. Sul tavolinetto a fianco dell’ingresso (la porta a vetri ci batte contro) ci sono libri dalla copertina bianca: tutti sul Cilento. Accanto al computer di Michele, ci sono Cent’anni di solitudine, un Benedetto XVI, la biografia (bella) di Marco Tardelli scritta da sua figlia, un’altra biografia di Claudio Gentile (non oso chiedergli se è juventino, ma questi sono due buoni libri di calcio). A fianco c’è Machiavelli. Occhieggio una preziosa Alexandra David-Néel dalla copertina rosa. E poi non conosco quasi nessun altro: sono autori locali, uno scaffale dedicato ai poeti di questa terra (innumerevoli: ‘La poesia dà conforto’, dice Michele), editori minuscoli, di paese, c’è un angolo dedicato ai bambini immigrati. C’è un cartello scritto a pennarello: ricostruiamo la libreria di Mosul…si può lasciare denaro per comprare un libro destinato alla città irachena.

Il libraio

 

E allora? La geografia della libreria sono tre/quattro tavoli, invasi dai libri. Un disordine quasi assoluto, voluto e cercato, inestricabile. Sediamo su due poltroncine di velluto rosso, stiamo assieme per un paio d’ore. Non entra nessuno, è un tardo pomeriggio di estate. Io vorrei parlare di Polla e della sua storia. E lui invece comincia così: ‘Mi sono convinto che c’è un complotto contro i libri. In mezzo secolo i lettori non sono aumentati. In Campania il 71% degli abitanti non legge nemmeno un libro all’anno. Gli editori non fanno niente per incoraggiare la lettura. E trattano noi librai solitari cose fossimo in Galleria a Milano. Sono arrabbiato, arrabbiatissimo. Voi giornalisti venite qui, mi telefonate, fate domande, mi date un buffetto sulla guancia e poi ve ne andate. Dite: guarda che bravo, questo libraio, e poi mi lasciate nel deserto della solitudine. Ma io qui sto scostando una pena all’ergastolo’.

Devo crederci? Il poeta irpino Franco Arminio direbbe che ho di fronte uno scoraggiatore militante. Uno che vede sempre tutto nero. Eppure a leggere la storia di Michele Gentile non appare così. Ha cinquantacinque anni, fa il libraio da trentadue. Sempre qui, in questo stradone di paese. Era il 1985, voleva sposarsi, aveva lasciato l’università, doveva inventarsi un mestiere. I libri gli piacevano. Con mezzo milione di lire aprì una cartolibreria. Si stancò: a lui interessavano solo i libri. Lavorò con le scuole. Si trovo con milioni di crediti inesigibili. Ripartì. Voleva chiudere. Non ce l’ha fatta a smettere. Appariva sempre qualcuno che gli diceva: ‘Non lo fare’. In realtà Michele ci teneva a fare il libraio. Se oggi Polla sta in questo strano elenco di ‘città del libro’ lo deve a lui e a chi lo ha aiutato.

 

Clienti fedeli? ‘Una decina, forse venti’. Non di più. Uno studente di legge che ordina i libri di Gramsci e Pasolini, qualche impiegato, un paio di professori, alcuni pensionati. E Cognetti, niente? ‘Me hanno ordinato una copia e sono stato felice di averla, ma non ha senso che ne tenga cinque copie. Rischio di non venderle’. Spiega: ‘Fai i conti? Ci prendi il 28%, devi pagare le spese, le tasse e sono sempre discussioni con i distributori’. Ancora: ‘Gli editori trattano i libro come oggetti. E invece sono soggetti. Non vogliono diffondere la lettura. Anche Cognetti viene utilizzato in questo meccanismo’.

Bene, un po’ spiazzato, cerco di tornare a Polla. Aveva bisogno di sfogarsi, Michele. Bisogna raccontare le storie che, assieme a un amico giornalista (Salvatore Medici, che lavora in Svizzera), la libreria Ex-libris ha costruito in questi anni.

 

Il lettore che compra un libro può essere generoso. Al Sud si lasciano spesso i caffè sospesi. Si offre un caffè a chi verrà dopo. Perché non donare un libro a chi entrerà in libreria dopo che ne siamo usciti? A Polla può accadere. Accade. Non chiedo quanto abbia funzionato. A leggere gli articoli attorno al libro sospeso, direi molto. Ma non mi fido dei miei colleghi giornalisti. Solo che l’idea mi appare bella e romantica. Quindi: viva!

Per acquistare un libro da dieci euro, sono necessari diciotto chili di alluminio, meno se un ragazzo vuole comprarsi un vocabolario di media grandezza. Insomma, i libri a peso di metalli. Porti in libreria un sacco di lattine e puoi averne libri. Alla scuola media di Sala Consilina hanno raccolto settanta euro di metalli e la biblioteca si è arricchita. Così si vuole contribuire anche alla ricostruzione della biblioteca di Mosul. Sono i libri del riciclo.

 

Ai passeggeri delle autolinee Curcio, compagnia di Polla, nei viaggi verso Roma o Firenze, prima è capitato di trovare sulla corriera uno scomparto con libri da leggere (i classici, soprattutto. Da Verga a Camilleri) nelle ore di autostrada. Poi, un giorno, si sono trovati a bordo un tizio che ha preso il microfono e ha cominciato a parlare di un libro. Presentazioni di libri sul bus. Bookbus. Quasi a sorpresa, generalmente il viaggiatore non ne sa niente. La prima a salire sul pullman fu una giovane scrittrice sarda, Giovanna Mulas. Poi, in due anni, hanno fatto il viaggio sulle corriere Curcio, trenta scrittori, da Diego De Silva a Isaia Sales, da Antonello Caporale a Pino Aprile. Millesettecento copie vendute. Il trucco? Sono le autolinee Curcio a comprare i libri e a donarle ai passeggeri. Ricordate il cruccio di Michele Gentile? La diffusione dei libro? ‘Io provo, in tutte le maniere, a far nascere la passione per il libro’.

E il caffè? Perché non hai aperto un bar invece di una libreria? A Polla, mi dicono ci sono almeno venti bar. E tutti sembrano funzionare. Non l’avessi mai chiesto: ‘Sono figlio di un barista, odio i bar’. Punto. Ma alla fine il caffè lo hai messo su, Michele. ‘Volevo che la gente entrasse, si fermasse, si regalasse tempo: prendi un caffè e ti guardi attorno e vedi i libri’. Ci ha provato una prima volta nel 1990. Niente da fare, le leggi allora non lo consentivano. Ha riprovato dieci anni dopo. E ora la macchina per il caffè c’è. Niente birre. ‘Io volevo la Chimay o la Menabrea, ma qui si beve solo Peroni a un euro. Qualche aperitivo, sì, niente di più’. Un bar dimezzato, un’edicola dimezzata. Sì, mi convinco che lo stralunato Michele mi sta simpatico: un Don Chisciotte matto (lo dice lui: ‘E’ da pazzi fare il libraio’) che ci prova a mettere granelli nei meccanismi implacabili del Mercato.

Perché non chiudi, Michele? Non so come mi stia guardando. Male, credo. Immagino che ci pensi ogni mattina quando si sveglia. Il figlio non tornerà al paese per fare il libraio. Ma non si arrabbia alla mia domanda, argomenta: ‘Dovrei chiudere, i conti sono lì a dirmelo. Ma non posso e non voglio farlo. Sarebbe la sconfitta finale. E se devo morire, voglio farlo combattendo. Voglio una morte eroica’. Ma poi vi sono altre piccole ragioni, le intravedo e non sono piccole: mi mostra un libro che io, fiorentino, mai comprerei. La storia di Polla, anzi ‘Le linee di storia di Polla’. Devono essere almeno cinquecento pagine. Le ha scritte un preside, Vittorio Bracco. Pochi giorni prima di morire passò dalla libreria e, andandosene, disse a Michele: ‘Resisti’. ‘Non l’ho mai dimenticato’, ricorda il libraio. I ragazzi della scuola di quel preside gli hanno dato, di recente, una targa-premio. E poi: ‘Guarda gli occhi di un bambino quando gli metti in mano un libro di favole. Sono felici’, si incanta Michele. Sì, è un romantico scombinato (forse non troppo, se sta qui da trentadue anni).

Non riesco a sapere che libri vende. Mi suggerisce di leggere un libro su Cristo di Mario De Martino. Chi? Un ragazzo di venti anni che vive da queste parti. Meglio di Carrère, mi direbbe se osassi ribattergli. Credo che potrebbe convincermi, talmente è la passione che ci mette. Gli chiedo: ma tu cosa leggi? ‘L’arte di amare di Herman Hesse. Per la terza volta. Un libro ha tante porte e ogni volta ne scopro una diversa’.

 

 

 

 

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