Il gioco del mondo/Il mate è un punto e a capo

 

E’ un capitolo lungo, difficile, incomprensibile. Smarrisco il filo della conversazione. I ragazzi parlano per un’intera notte. So che deve esserci un senso, qualche significato, ma non lo trovo. Seguo il ritmo, però. Guardo gli armeggi di Caterina che accarezza i pantaloni di Alfredo. Penso che è un nome antico. Rinuncio a capire di cosa stanno parlando, c’è anche la radio accesa. Dico anche io delle cose, ma senza sapere se abbiano un senso. Fuori è già notte, il sole annuncia l’inverno. Piango perché ne ho voglia e soprattutto perché nessuno mi consoli. Qualcosa si è perduto, qualcuno se n’è andato. E ha proiettato ombre gigantesche nel vuoto delle scale. In realtà stavo salendo quelle scale, gli amici non mi avevano avvertito. Erano entrati, lei aveva aperto la porta. Passavano la serata di pioggia in una casa dal pavimento di legno, seduti per terra, bicchierini di vodka. Spengi la radio, per favore. Mi guardo attorno, ascolto un odore. Devono aver già fatto l’amore come due gatti. Qualcuno, per fortuna, ha cambiato canale e ora vi è una musica classica. Mentirei se vi dicessi che conosco questa sinfonia. Ma muovo una mano come incantato e non ascolto più niente. Solo la musica. Ma come?, obietta uno dei ragazzi seduti per terra e oramai da un’altra parte: ‘Basta mettere la testa sott’acqua ed ascoltare.’ Lo guardo, non voglio sentire. Ogni notte bianca, a perdere il senso delle parole, ha bisogno del mate. Ma questo è un indizio troppo evidente. Il mate è come un punto e a capo. Fa capire chi è in questa casa.

 

Ricomincio, lo schermo si è annerito, tutto è andato perduto, al solito non ho mostrato alcuna emozione. Non guardo dentro di me. Mi sono alzato, ho pagato, ho salutato, me ne sono andato. E’ allora che ho visto la luce accesa all’ultimo piano. Ora salvo a ogni riga. Non durerà molto, ci saranno altre perdite. Ho ancora le chiavi di casa. Salgo le scale, ascolto i miei passi. So quanti gradini sono. So che nel comodino c’era un pacchetto di Gauloise e anche le pantafole invernali. Da quattro anni non affronto un inverno. Ho paura, paura del buio. Fa già freddo. Un gradino per volta, un pensiero per volta, cosa accade quando questa scala finirà? E’ bastato che mi sia allontanato per un giorno solo perché si verificassero fatti di estrema gravità. Che non hanno più importanza. Alfredo è più giovane di me. Ora è come se la scala stesse disegnandosi nell’orecchio. Così ascolto gli scricchiolii, hanno rimesso la radio su una trasmissione che parla di vulcani. Socchiudo gli occhi. Sono davanti alla porta, non è nemmeno chiusa, basta spingere. Sento uno che dice: ‘Non ti sembra che Sartre dovrebbe proprio andare a vivere a Lhasa’. Faccio un passo, mi volto, sono ancora in tempo. Ma lo schermo è diventato nero e io mi sono alzato, sono andato via, ho lasciato tutto lì, solo ora me lo ricordo. Il barista che non sorride mi conosce, sarà andato fino al tavolo di marmo per prendersi il bicchiere vuoto, non avrà scosso la testa e avrà portato le mie cose nel retrobottega. Aspetterà. Tornerò? Ho cancellato la parola ‘tornare’ dalla mia mente. Ma so che alle parole piace un mondo essere tirate fuori dal cassetto. Ma io non tornerò, non ripasserò, la lascerò in quel retrobottega. In quel cassetto. Magari ripasso fra qualche anno. Un giorno o l’altro. E’ così che vorrei che finisse il film. Faccio un altro passo, oramai sanno che sono a casa. Non accennano a volere interrompere le loro conversazioni. Gira il mate, gira l’erba, c’è la vodka. E il fernet. Troppi indizi. Ma io ho calciato il sassolino troppo lontano, non lo vedo più, deve essere andato fuori dalle caselle. Non so cosa fare e il giorno è già finito. Arriva la notte troppo presto, ogni giorno arriva prima. Niente prova che non sarebbe potuto risultare diverso. Alfredo non mostra alcun stupore, sono nella stanza. La notte passa per tutti e due, fuori piove per tutti e due. Qualcuno con un gesto dal basso verso l’alto mi passa la bombilla: ‘Scotta sta attento’. Tengo il mate in mano, so che è amaro, so che lei lo prepara amaro. Non posso più andarmene, oramai faccio parte del cerchio, non si abbandona il cerchio del mate. Vorrei potermi accoccolare fra le tue gambe. Non riesco a immaginarle. Non riesco a credere ai tuoi gesti. Vorrei allungare una mano fino alla linea del tuo culo. Cercare un passaggio. Sono incuriosito. Non te la darei la prima volta. Non hai detto così. L’ho immaginato. E’ rimasto nel retrobottega, se corro ce la faccio a recuperare le parole prima che il barista chiuda e se ne vada, sotto la pioggia, protetto da un grande ombrello verde. L’assurdo è credere che si possa afferrare la totalità di ciò che si costruisce in questo momento. Mi hanno avvertito, siamo sul crinale. Non sappiamo se quel cane che sta abbaiando giù in strada sia vero o meno. ‘Chiediglielo’, e beve la vodka in un colpo solo. Il cerchio è composto da matti, stanno dormendo, sono svegli, ci sono macchie, occhi che si chiudono, c’è odore di calzini. Lo sento perfino io. Caterina si alza, si avvicina, ha i piedi scalzi, sa che io amo stare a piedi scalzi. Soprattutto sui pavimenti di legno. Mi prende il viso fra le mani. Se ti accadesse quella cosa orribile che è non avere fede, dice Alfredo alle sue spalle e beve un’altra vodka come un brindisi. Lei sta per baciarmi, voglio credere. Appoggia le sue labbra sulle mie. Non le apre. Sono io che ho desiderio. Metto la lingua fra i suoi denti. Lei stringe leggermente. Una mano, sento una sua mano che fa qualcosa. Appena una cosa comincia a funzionare subito ti senti in prigione.

Questa volta provo a salvare. Non ha senso. Piango.

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