Il gioco del mondo/Tutto dura sempre un po’ di più di quello che dovrebbe durare

 

Ne approfitto. Mi piacciono troppo le parole che leggete qua sopra e allora le uso per il ‘titolo’. Come sapete, non sono mie, ma di Julio. Che non incontro da anni. Le ha lasciate sul tavolo ed è uscito. Da allora non l’ho più rivisto.

 

C’è un gruppo che si riunisce nel retro del bar. Sono incuriosito: immagino incontri di vecchi massoni, complotti per abbattere i semafori, intrighi per cancellare le strisce degli stop agli incroci. Oppure si ritrovano per scrivere copioni di film porno. Non ho il coraggio di entrare nella stanza segreta. Non ho più storie da raccontare. Al mattino, mi sento coraggioso; a sera, non appena il buio comincia ad accennarsi, sale la paura. E la mia paura non parla. E’ silenziosa. Questo l’ho capito molti anni fa: quando davvero hai paura, non gridi. Sai che morirai, sai che è possibile che morirai e allora il silenzio si fa largo nella tua voce. Le parole scompaiono. Si vendicano, ne ho scritte troppe, pile e pile di libri, e non aspettavano altro per prendersi una rivincita feroce. Proprio quando mi sentivo pronto. Un’illusione.

 

Entra un altro uomo. Il barista si commuove: ‘Sono artisti’. Mente. Mi rimprovera: non mescolare mai vodka e vino rosso. E convince una donna ad accontentarsi di una birra rossa in bottiglia. Lei insiste: è più grande di una spina? Siamo lì, dice l’uomo magro e senza capelli.

Non ci crederete, entra un poeta: Sabiendo que te quería/que vos eras mi alegría. Questo è un atto estremo. Citazione di citazione. Deve essere il buio dell’inverno, hanno tolto un’ora. La depressione si incoraggia. Ne scrivo e lei si incoraggia. ‘Ti ordino di telefonare in Africa’. Entra un altro uomo, piccolo e minaccioso: ‘Mi vien voglia di spaccarti la faccia’. Ci guardiamo spaesati. Non esce nessuno dalla stanza nascosta, ma si sente uno scrocchio di sedie. Esiste la parola ‘scrocchio’? Il poeta si ricorda un altro verso disperato: La guitarra en el ropero/para siempre está colgada.

 

A quest’ora si comincia a sentire la notte. I ragazzi giocano a carte indifferenti. Il poeta piange e poi ride. Gli piaceva che i malintesi conservassero un certo ordine. Adesso c’è uno che cammina in su e in giù con un telefonino all’orecchio. Racconta di una motocicletta. E si muove secondo linee rette, fa dietrofront rapidi, il bar è piccolo. Un bambino arriva di corsa e ci grida: Venite fuori, ho fatto dei disegni nell’acqua. Usciamo tutti. E’ buio e fa caldo per essere la fine di ottobre. E andiamo dietro al ragazzino che sembrava uno specialista di cause perse. Lo guardi meglio e ti accorgi che deve avere i suoi anni. E’ solo uno basso, non è un nano, ma sarà alto un metro e mezzo. Ha i lineamenti di un angioletto. Per questo siamo usciti tutti, gli abbiamo creduto. Per vedere una flotta di navigli di carta salpare. Le perdiamo di vista nel buio e uno, con i gomiti appoggiati sulla spalletta del ponte e gli occhi a guardare l’acqua che scorre, dice: prima perderle e poi precipitarsi dietro a esse come un pazzo.

 

Io ho lasciato il mio vino bianco su un tavolinetto di marmo screziato. Non si avvertono più rumori dalla stanza invisibile. Non c’è nemmeno una porta. Nascondi in tasca quel che cerchi, torniamo indietro, felici di aver almeno visto le navi di carta andarsene. Solo l’uomo che non è cresciuto è andato dietro alla loro scia. Quasi volesse nuotare, il fragorio di una patatina che va in pezzi sotto i denti. Ripenso alle barchette, alle occasioni perdute. Non ne faccio più il conto. Faccio l’impossibile perché le cose rinuncino a me. Questa volta è un bambino vero che mi guarda e, agitando dei fili e una farfalla, sussurra: non si può vivere con un burattinaio d’ombre. Il barista non dovrebbe ingozzarsi di patatine. Da settimane non piove, devo uscire se voglio arrivare prima che diano le ultime notizie. Io che scrivo con il fumo avrei potuto competere, o convivere, almeno, con l’uomo che disegna nell’acqua. C’è anche il cielo, lo vedo anche se è tutto scuro, c’è la grazia delle nuvole sopra le montagne lasciate alle mie spalle. Sono serrature d’aria con chiavi di nuvole.

L’uomo alto come un soldo di cacio riappare, è bagnato, chiede, implorando, un bicchiere di vino e il barista glielo offre. Lui dice: sta meglio in fondo al fiume che nel tuo letto. Il barista, ossuto e con il naso grosso, lo osserva e non dice niente, risciacqua una tazzina con gesti d’abitudine: capisci che io non ti posso dire niente. Il barista prende sotto braccio il piccolo uomo e, assieme, escono. Sono solo, solo nel bar. C’è una radio. Mi alzo, vado nella stanza, ci sono sedie rovesciate per terra e un solo libro. La Maga s’era portata via tutto, restava un odore di prima.

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