Voglio giocare? Sì

Tutto dura sempre un po’ di più di quello che dovrebbe durare

Ne approfitto. Mi piacciono troppo le parole che leggete qua sopra e allora le uso per il ‘titolo’. Come sapete, non sono mie, ma di Julio. Che non incontro da anni. Le ha lasciate sul tavolo ed è uscito. Da allora non l’ho più rivisto.

C’è un gruppo che si riunisce nel retro del bar. Sono incuriosito: immagino incontri di vecchi massoni, complotti per abbattere i semafori, intrighi per cancellare le strisce degli stop agli incroci. Oppure si ritrovano per scrivere copioni di film porno. Non ho il coraggio di entrare nella stanza segreta. Non ho più storie da raccontare. Al mattino, mi sento coraggioso; a sera, non appena il buio comincia ad accennarsi, sale la paura. E la mia paura non parla. E’ silenziosa. Questo l’ho capito molti anni fa: quando davvero hai paura, non gridi. Sai che morirai, sai che è possibile che morirai e allora il silenzio si fa largo nella tua voce. Le parole scompaiono. Si vendicano, ne ho scritte troppe, pile e pile di libri, e non aspettavano altro per prendersi una rivincita feroce. Proprio quando mi sentivo pronto. Un’illusione.

Entra un altro uomo. Il barista si commuove: ‘Sono artisti’. Mente. Mi rimprovera: non mescolare mai vodka e vino rosso. E convince una donna ad accontentarsi di una birra rossa in bottiglia. Lei insiste: è più grande di una spina? Siamo lì, dice l’uomo magro e senza capelli.

Non ci crederete, entra un poeta: Sabiendo que te quería/que vos eras mi alegría. Questo è un atto estremo. Citazione di citazione. Deve essere il buio dell’inverno, hanno tolto un’ora. La depressione si incoraggia. Ne scrivo e lei si incoraggia. ‘Ti ordino di telefonare in Africa’. Entra un altro uomo, piccolo e minaccioso: ‘Mi vien voglia di spaccarti la faccia’. Ci guardiamo spaesati. Non esce nessuno dalla stanza nascosta, ma si sente uno scrocchio di sedie. Esiste la parola ‘scrocchio’? Il poeta si ricorda un altro verso disperato: La guitarra en el ropero/para siempre está colgada.

 

A quest’ora si comincia a sentire la notte. I ragazzi giocano a carte indifferenti. Il poeta piange e poi ride. Gli piaceva che i malintesi conservassero un certo ordine. Adesso c’è uno che cammina in su e in giù con un telefonino all’orecchio. Racconta di una motocicletta. E si muove secondo linee rette, fa dietrofront rapidi, il bar è piccolo. Un bambino arriva di corsa e ci grida: Venite fuori, ho fatto dei disegni nell’acqua. Usciamo tutti. E’ buio e fa caldo per essere la fine di ottobre. E andiamo dietro al ragazzino che sembrava uno specialista di cause perse. Lo guardi meglio e ti accorgi che deve avere i suoi anni. E’ solo uno basso, non è un nano, ma sarà alto un metro e mezzo. Ha i lineamenti di un angioletto. Per questo siamo usciti tutti, gli abbiamo creduto. Per vedere una flotta di navigli di carta salpare. Le perdiamo di vista nel buio e uno, con i gomiti appoggiati sulla spalletta del ponte e gli occhi a guardare l’acqua che scorre, dice: prima perderle e poi precipitarsi dietro a esse come un pazzo.

 

Io ho lasciato il mio vino bianco su un tavolinetto di marmo screziato. Non si avvertono più rumori dalla stanza invisibile. Non c’è nemmeno una porta. Nascondi in tasca quel che cerchi, torniamo indietro, felici di aver almeno visto le navi di carta andarsene. Solo l’uomo che non è cresciuto è andato dietro alla loro scia. Quasi volesse nuotare, il fragorio di una patatina che va in pezzi sotto i denti. Ripenso alle barchette, alle occasioni perdute. Non ne faccio più il conto. Faccio l’impossibile perché le cose rinuncino a me. Questa volta è un bambino vero che mi guarda e, agitando dei fili e una farfalla, sussurra: non si può vivere con un burattinaio d’ombre. Il barista non dovrebbe ingozzarsi di patatine. Da settimane non piove, devo uscire se voglio arrivare prima che diano le ultime notizie. Io che scrivo con il fumo avrei potuto competere, o convivere, almeno, con l’uomo che disegna nell’acqua. C’è anche il cielo, lo vedo anche se è tutto scuro, c’è la grazia delle nuvole sopra le montagne lasciate alle mie spalle. Sono serrature d’aria con chiavi di nuvole.

L’uomo alto come un soldo di cacio riappare, è bagnato, chiede, implorando, un bicchiere di vino e il barista glielo offre. Lui dice: sta meglio in fondo al fiume che nel tuo letto. Il barista, ossuto e con il naso grosso, lo osserva e non dice niente, risciacqua una tazzina con gesti d’abitudine: capisci che io non ti posso dire niente. Il barista prende sotto braccio il piccolo uomo e, assieme, escono. Sono solo, solo nel bar. C’è una radio. Mi alzo, vado nella stanza, ci sono sedie rovesciate per terra e un solo libro. La Maga s’era portata via tutto, restava un odore di prima.

Il mate è un punto e a capo

E’ un capitolo lungo, difficile, incomprensibile. Smarrisco il filo della conversazione. I ragazzi parlano per un’intera notte. So che deve esserci un senso, qualche significato, ma non lo trovo. Seguo il ritmo, però. Guardo gli armeggi di Caterina che accarezza i pantaloni di Alfredo. Penso che è un nome antico. Rinuncio a capire di cosa stanno parlando, c’è anche la radio accesa. Dico anche io delle cose, ma senza sapere se abbiano un senso. Fuori è già notte, il sole annuncia l’inverno. Piango perché ne ho voglia e soprattutto perché nessuno mi consoli. Qualcosa si è perduto, qualcuno se n’è andato. E ha proiettato ombre gigantesche nel vuoto delle scale. In realtà stavo salendo quelle scale, gli amici non mi avevano avvertito. Erano entrati, lei aveva aperto la porta. Passavano la serata di pioggia in una casa dal pavimento di legno, seduti per terra, bicchierini di vodka. Spengi la radio, per favore. Mi guardo attorno, ascolto un odore. Devono aver già fatto l’amore come due gatti. Qualcuno, per fortuna, ha cambiato canale e ora vi è una musica classica. Mentirei se vi dicessi che conosco questa sinfonia. Ma muovo una mano come incantato e non ascolto più niente. Solo la musica. Ma come?, obietta uno dei ragazzi seduti per terra e oramai da un’altra parte: ‘Basta mettere la testa sott’acqua ed ascoltare.’ Lo guardo, non voglio sentire. Ogni notte bianca, a perdere il senso delle parole, ha bisogno del mate. Ma questo è un indizio troppo evidente. Il mate è come un punto e a capo. Fa capire chi è in questa casa.

 

Ricomincio, lo schermo si è annerito, tutto è andato perduto, al solito non ho mostrato alcuna emozione. Non guardo dentro di me. Mi sono alzato, ho pagato, ho salutato, me ne sono andato. E’ allora che ho visto la luce accesa all’ultimo piano. Ora salvo a ogni riga. Non durerà molto, ci saranno altre perdite. Ho ancora le chiavi di casa. Salgo le scale, ascolto i miei passi. So quanti gradini sono. So che nel comodino c’era un pacchetto di Gauloise e anche le pantafole invernali. Da quattro anni non affronto un inverno. Ho paura, paura del buio. Fa già freddo. Un gradino per volta, un pensiero per volta, cosa accade quando questa scala finirà? E’ bastato che mi sia allontanato per un giorno solo perché si verificassero fatti di estrema gravità. Che non hanno più importanza. Alfredo è più giovane di me. Ora è come se la scala stesse disegnandosi nell’orecchio. Così ascolto gli scricchiolii, hanno rimesso la radio su una trasmissione che parla di vulcani. Socchiudo gli occhi. Sono davanti alla porta, non è nemmeno chiusa, basta spingere. Sento uno che dice: ‘Non ti sembra che Sartre dovrebbe proprio andare a vivere a Lhasa’. Faccio un passo, mi volto, sono ancora in tempo. Ma lo schermo è diventato nero e io mi sono alzato, sono andato via, ho lasciato tutto lì, solo ora me lo ricordo. Il barista che non sorride mi conosce, sarà andato fino al tavolo di marmo per prendersi il bicchiere vuoto, non avrà scosso la testa e avrà portato le mie cose nel retrobottega. Aspetterà. Tornerò? Ho cancellato la parola ‘tornare’ dalla mia mente. Ma so che alle parole piace un mondo essere tirate fuori dal cassetto. Ma io non tornerò, non ripasserò, la lascerò in quel retrobottega. In quel cassetto. Magari ripasso fra qualche anno. Un giorno o l’altro. E’ così che vorrei che finisse il film. Faccio un altro passo, oramai sanno che sono a casa. Non accennano a volere interrompere le loro conversazioni. Gira il mate, gira l’erba, c’è la vodka. E il fernet. Troppi indizi. Ma io ho calciato il sassolino troppo lontano, non lo vedo più, deve essere andato fuori dalle caselle. Non so cosa fare e il giorno è già finito. Arriva la notte troppo presto, ogni giorno arriva prima. Niente prova che non sarebbe potuto risultare diverso. Alfredo non mostra alcun stupore, sono nella stanza. La notte passa per tutti e due, fuori piove per tutti e due. Qualcuno con un gesto dal basso verso l’alto mi passa la bombilla: ‘Scotta sta attento’. Tengo il mate in mano, so che è amaro, so che lei lo prepara amaro. Non posso più andarmene, oramai faccio parte del cerchio, non si abbandona il cerchio del mate. Vorrei potermi accoccolare fra le tue gambe. Non riesco a immaginarle. Non riesco a credere ai tuoi gesti. Vorrei allungare una mano fino alla linea del tuo culo. Cercare un passaggio. Sono incuriosito. Non te la darei la prima volta. Non hai detto così. L’ho immaginato. E’ rimasto nel retrobottega, se corro ce la faccio a recuperare le parole prima che il barista chiuda e se ne vada, sotto la pioggia, protetto da un grande ombrello verde. L’assurdo è credere che si possa afferrare la totalità di ciò che si costruisce in questo momento. Mi hanno avvertito, siamo sul crinale. Non sappiamo se quel cane che sta abbaiando giù in strada sia vero o meno. ‘Chiediglielo’, e beve la vodka in un colpo solo. Il cerchio è composto da matti, stanno dormendo, sono svegli, ci sono macchie, occhi che si chiudono, c’è odore di calzini. Lo sento perfino io. Caterina si alza, si avvicina, ha i piedi scalzi, sa che io amo stare a piedi scalzi. Soprattutto sui pavimenti di legno. Mi prende il viso fra le mani. Se ti accadesse quella cosa orribile che è non avere fede, dice Alfredo alle sue spalle e beve un’altra vodka come un brindisi. Lei sta per baciarmi, voglio credere. Appoggia le sue labbra sulle mie. Non le apre. Sono io che ho desiderio. Metto la lingua fra i suoi denti. Lei stringe leggermente. Una mano, sento una sua mano che fa qualcosa. Appena una cosa comincia a funzionare subito ti senti in prigione.

Questa volta provo a salvare. Non ha senso. Piango.

Ho raggiunto, con molto ritardo, il luogo dove la parole ricominciano

Questo è un capitolo difficile. Sono le parole che agganciano un luogo dove la storia era finita. E io sento che sto perdendo il lume della ragione. Sento la mia voce come quella di Hal 2001. Mi dicono che Blade Runner era ambientato nel 2019. In quell’anno, accadranno molte cose, ma il 2001 è ben indietro e la mia voce è scomparsa dal gioco del mondo. Non so parlare della felicità, credo che prosegua dicendo che l’aveva conosciuta. Solo che non sapeva parlarne. Se penso alla felicità. Penso ad alcuni letti, ad alcune lenzuole. All’enorme confusione di carte e recipienti e dischi che riempiva la stanza, ma questo non era importante. Vieni. Ven.

Avevo promesso di non mangiare più noccioline e patatine, ma questa regola che impone di scrivere nei caffè manda ogni promessa a rotoli. Inverto: andrà da qualche parte cercando chissà cosa e invece non fa che sbattere contro i muri. Mi piacciono i perdenti e poi guardo chi ne parla: in genere è un vincente. Invecchio nella zizzania. Vieni. Ven. Vieni dentro di me. Gli uomini al tavolo vicino parlano una lingua a me sconosciuta. Ho la sciarpa, i calzini, le scarpe, ma non sento freddo. Solo che ricordo di aver letto queste pagine mentre un bambino distruggeva con meticolosità un castello. Invano la mamma ha cercato di impedirglierlo. Alla fine si è arresa e ha lasciato fare e di quella grande costruzione non è rimasta nemmeno una traccia. Sto al freddo che, per me, stranamente non è freddo. Mi tolgo perfino la giacca. E batto sui tasti. Non ci sono gatti e nessuno mette del tempo per accarezzare i gatti più rognosi. Quella storia del venire? Allora fare all’amore era quello, un pesce nero che andava in su e in giù ostinatamente. Non lo so, ho dimenticato. Ricordo un film in cui un vecchio diceva: ‘Ora ricordo!’. Tutti retrocediamo per la paura di andare a sbattere con il naso contro qualcosa di spiacevole: ecco la parola guida: paura.
Ora i pensionati felici si sono messi a parlare di pensione. Ricordo la cameriera del Terrazzino degli Dei, aveva tatuato il nome di Sandro sul braccio con il quale mi porgeva un buon fritto misto. Non ero distratto, la guardavo e pensavo alla ripetizione all’infinito di un’ansia.

Io e lei rimanemmo in silenzio ascoltando i passi di qualcuno che saliva. Sì, era lui. E la Maga lo seguì, avevo le chiavi in mano, non sono mai tornato in quell’appartamento al terzo piano in riva al fiume.

Quanti personaggi: c’è un uomo arabo che passa con un carretto colmo di sonagli, c’è un uomo con una grande barba che passa ora in bicicletta, c’è un ragazzo senza braccia e senza gambe che beve una birra. Provate voi ad afferrare un bottiglia con i denti e con un gesto del collo fare un movimento brusco e bere. E’ andato non so dov’è con questa pioggia. Non ha trovato riparo, si è bagnato, è scomparso. Il ragazzo parte con Flixbus e teme per la sua valigia. Dicono che rubano le valige dal portabagagli. Sì, questa notte non finisce mai. Metterò una foto con qualcuno che sorride.

La parola tradimento, la parola inganno bastano a mandarlo su tutte le furie.

Adesso devo ricominciare. E davvero Hal ha finito le sue parole. Io per chi sto? Per l’astronauta o per l’occhio della macchina. Sarò buono.

Non riuscì ad accendersi una sigaretta

Questo è un lungo capitolo. Venticinque pagine. Colme di appunti. Una volta tanto rispetto le regole: bacaro di Venezia, polpette, cynar, fuori pioviscola, qui non sanno cosa è il Punt & Mes. Ma leggo appunti illeggibili, chissà dove li ho scritti: ‘Che strano, i camerieri sanno chi sono, la cuoca esce dalla cucina per salutarti, e c’è il vino, e c’è il passato, e c’è la pasta e il futuro, e i bicchiere del mezzo dito, il cameriere ha la birra nella tasca posteriore dei calzoni grigi e i denti sanno di marcio. E c’è il fiume, ecco lo riconosco, è l’immagine perfetta di ciò che stava pensando e che quasi gli evitava tanta fatica’.

Non ha preso l’aereo, non ha fatto il viaggio verso di me. Da una scatola a un’altra, guardarsi, isolarsi, ho compiuto gli anni e ora il tempo non c’è. Piove. Ehi, però mi inzupperò tutto, devo infilarmi in qualche posto. Ma qui sto al coperto. Sto fermo, non sono mai stato così grasso, ho superato gli ottanta chili. I miei vicini parlano di una donna che è andata a vivere dove non vive più nessuno. C’è una casa murata con un grande giardino: è un interregno felice in cui si rinuncia a essere padroni di se stessi. C’è un letto? Sì, come una barca. Esco, non esco, mi dicono che il gioco del mondo qui si chiama campanon. Allora esco con i gessetti e la pioggia cancella, bagna, fa le strisce, gli sbaffi, alzo gli occhi al cielo e questo grande lenzuolo parve condensare di colpo tutti i peccati della luna.

Sono solo a pagina 107. E già qualcuno non legge più, scoppiarono colpi di tosse, qualcuno a rovescio applaudì calorosamente. Molte pagine senza alcuna sottolineatura. E’ tutto come sempre, dice uno che passa e accenna un saltello. Si avvicina un altro e mi vede chino sul computer: Deve essere un poeta, lei, vero? Vediamo cosa sperava? Ho la risposta: La bellezza, l’esaltazione, il ramo d’oro.

Non so come andare avanti, il Cynar è finito, sento la testa che oscilla e c’è l’odore di un hamburger, arriva dalla cucina. Chiedo se posso far entrare i letti delle puttane e il famoso ordine necessario. Il cameriere mi porta una bottiglia di cognac.

Passa anche un cane con gli occhietti che guardano avidi, va bene, non importa, lascio che la pioggia bagni la mia vita. L’amico lasciò scorrere la pioggia, la stessa pioggia di sempre. Anche se, io lo so, qualche goccia è diversa.

Lei non riuscì a fumarsi la sigaretta: cominciarono a fargli cilecca i fiammiferi, uno dopo l’altro.

La virgola l’ho messa io.

Cerco un sassolino

Cerco un sassolino. Improvvisamente hanno pulito il selciato della piazza come se fosse un salotto a Versailles. Il cameriere vuole allontanarmi. Non me lo dice, ma si avvicina spolverando. Dovrei capire. E’ triste giungere a un momento della vita in cui è più facile aprire un libro a pagina 96…non vado avanti, il cameriere retrocede, ho ancora otto minuti prima dell’orario di chiusura. C’è aria di pasticceria, zucchero che svolazza. Vedo un movimento sotto al tavolo, lenta grazia di un gatto o di una pianta. Tutto rallenta, ma il tempo non è mai né veloce, né immobile. Scorre, nonostante quello che io pensi, nonostante affretti la mia lentezza. Il gatto si avvicina, la pianta si allontana. Mi godo il vento, dà vita, anche se, allo stesso tempo, annuncia l’inverno. Dovrei capire com’è possibile restare nel fiume del vento. Julio, nel suo nascondiglio di Parigi, sapeva come fare. Io, quasi ai suoi anni, no, ai suoi anni: fu allora che incontrò Carol, non ho ancora destrezza. Io ieri sera sono riuscito a non telefonarle, a non trovare rifugio, a rimanere solo. Ho guardato l’oasi e ho girato la schiena, me ne sono andato. Nessuno mi ha fermato. Ero disperato. Cercavo qualcuno, qualcosa per andarci a letto. Il mio corpo reclamava.

E’ davvero un bel po’ che non vado a letto con le parole. Sto pensando che sto raccontando balle: non ci sono mai andato. Qualche noir ogni tanto, una pagina, poi il sonno. Però inganno i ricordi, m’impossesso dei ricordi di altri e ci sono migliaia di pagine scritte, di saltelli dietro ai sassolini. Ecco, ricordo che spazzolavo moltissimo le parole prima di mettermele. Mancano tre minuti, il 12% di batteria e devo scavalcare pagina cento. Pagine bellissime. Ricopio senza sensi di colpa: Ai poeti era facile ricordare tutti quelli che avevano denunciato la solitudine dell’uomo accanto all’uomo. E capisco bene cosa vuol dire la sera guardare la programmazione dei cinema, non per vedere un film, ma perché là ci sono fiati umani e corpi e uomini e donne, magari incontri qualcuno: che faccio ora?, una domanda che si sveglia accanto a me ogni mattina, quando si è infilata nel letto, non l’ho sentita, sonno profondo.

Essere obbligato a entrare in un cinematografo, in un postribolo o nella casa di amici, in una professione assorbente o nel matrimonio per trovarsi almeno solo fra gli altri. Mangio un panino al cinema, di nascosto, non si può, l’odore mi rivela, ho complici. Riscrivo ancora una volta: ai poeti era facile ricordare tutti quelli che avevano denunciato la solitudine dell’uomo accanto all’uomo. Il gioco del mondo può essere fatto anche da solo, ma ci vuole una forza che adesso non trovo. Tempo scaduto, 11% di batteria, la cameriera è andata sul retro del bar, sono solo, nessuno entra più qui. Cosa faccio? Vado al cinema: così il colmo della solitudine portava al colmo del gregarismo. E al cinema non sei obbligato a fare vita sociale, non ti vedono. Stai in silenzio e magari è anche un buon film. Ma poi ci sono i titoli di coda, rimani fino alla fine, fingendo di essere un cinefilo. Poi irrimediabilmente sono andati via tutti. E c’è quella domanda: e ora che faccio? La ragazza della cassa ti guarda. All’uomo solo nella sala degli specchi e delle eco non rimane che uscire. Fuori ci sono tre operai stanchissimi e con un panino in mano. Hanno cancellato un murale, un gesto fesso, imbecille e cattivo. I ragazzi promettono che lo ridipingeranno, lo stanno facendo. Non esploro i dintorni. L’uomo che conosco da qualche giorno prepara con cura il suo letto sulla panchina: stende una coperta per ammorbidire il ferro, ha un coltrone pesante e un cuscino. Un cappello di lana in testa. Dorme con tranquillità. Esce solo il naso. Sento il rumore dei miei passi sulla piazza senza sassolini. Spero di non svegliarlo.

Attraverso una piazza, per ricominciare

A memoria: ‘Se dovessi ricominciare questo viaggio, ricomincerei’. L’estate non mantiene mai le sue promesse. Dovevano essere 545 pagine, siamo a 130, poco più, e il remix sta lì, oggi fra pagina 84 e 94. E sono stanco. L’altro libro va di secca in secca, non prende il largo, non cerca un porto, ondeggia fra le onde. Forse l’autunno è più clemente e si impegna per quel che può fare. La sua luce commuove, non inganna, dice il vero. La Maga assicura: ‘non ho avuto nessun amante tranne te’. Ma questo è importante? Ho incontrato un soldato che piangeva in un parco. E come si fa a resistere? Ho visto quattro ragazzi neri chini sullo smartphone. E la gente delle panchine. Hanno sempre sguardi di attesa. Una donna che non nasconde la sua solitudine. L’uomo che ha smarrito l’indirizzo del suo l’albergo e uno spilungone non sa come passare il tempo. E non ha i soldi per un panino. I loro occhi, mi seguono e non mi vedono. O io non vedo loro? Passo, guardo avanti. I ragazzi ridisegnano un murale. Le lacrime rovinano il sapore del piatto di pasta che anime buone stanno offrendo in piazza. Mi fermai, affascinato: due ragazzi si baciavano a rovescio, lei rivolta in su e lui con i capelli che cadevano a frangia, si baciavano mordendosi un poco perché le loro bocche non si riconoscevano. Volevo non guardarli così a lungo, ma poi mi sono avvicinato e ho scattato una fotografia. Non si sono accorti di niente. C’erano uccellini che mangiano le briciole, alla fine si alzarono, sapevo dove sarebbero andati. A fare all’amore come due musicisti che si uniscono per eseguire delle sonate. Li lasciai andare: mi rifugiai in quel piccolo caffè triste, dove si sta così bene.

 

Una rosa è una rosa è una rosa

Sì, sono ancora qui. Grazie, mi avete aspettato. Le ragazzine hanno interrotto il gioco quando me ne sono andato molti giorni fa. Il tempo è passato e ho guardato senza vedere alla sera. Loro hanno atteso, come se la mia presenza fosse necessaria. Io posso solo fotografarle, anche se avrei un gran voglia di lanciare un sassolino. O una rosa. A rose is a rose is a rose, April is the cruellest month. Già, ma ora siamo ad agosto inoltrato. Michele è andato in vacanza, io ritaglio giornali e ho fatto il pieno di benzina alla macchina. Hanno chiamato gli amici. Promesse. Ma l’estate non mantiene le promesse.

Né io rispetto le regole, scrivo poesie come soli ed enormi facce di donna, ma non sono in un bar, all’aperto, in una stazione, in un parcheggio, in un’area di sosta. Sono protetto, al sicuro. Non offro il petto, davvero che sborniaE’ bene andare a letto subito, dimenticare, sotto tetto, fa caldo, molto caldo, ma è una riserva per l’inverno. Come vorrei che rimanesse nella mia pelle, se ne va, se ne va e sfuggo i tavoli e i gradini, mi sforzo a un’ora impossibile, 00.02, tutti ti dicono l’ora, non ti lasciano senza tempo. Lasciamo stare i poeti. No questo non puoi chiedermelo. Non sono nato in Argentina, ma se il mate finisce il mondo scricchiola. Sono fritto. E l’acqua questa mattina accennava a un cambiamento.

Ho spostato giornali, mi importavano le cose senza importanza per non guardarmi più attorno, ma solo il confine del mare. Poi uno sguardo all’indietro, la ragazza è sempre lì, ha la pancia piatta e un bel culo.

Dovrò barare per riprendere un ritmo. La Maga fa giocare suo figlio con l’acqua del mare e lui, piccolo piccolo, è felice. Rimarrei ore a guardarla. La bambina lancia il suo sassolino e richiama attenzione. Da 18 a 20, dice.

Scorte di sassolini

Dopo molti giorni. Con ritardo. Dovrò farci l’abitudine. Avrei dovuto scrivere: dovrete abituarvi. Ma, in fondo, se azzardare oltre il primo rigo, già sapete.

Rileggo solo ora, sono andato in cerca di loro una notte. Mi piacevano per il modo in cui si stavano uccidendo minuziosamente senza che a loro importasse. Li avevo conosciuti su un’isola: erano felici, però, per ragioni irrilevanti, si ammazzavano l’un con l’altro. E scorreva vino. Ed erano felici. Per trenta e poco più giorni fui felice anch’io. Era ebbrezza, facile a confondere.

Questa notte, un solletico sulla pelle, una lucertola si imprigiona per avidità, non sa più come uscire da una gabbia di vetro. E’ bellissima. Come la falena che apre le ali e poi giace immobile a terra. La lepre non sa di essere osservata, alza le orecchie e si ferma in mezzo al prato. Non esistono idee generali. Ha drizzato le orecchie e diventa immobile. Sa qualcosa dei colori. O forse si incanta perché Dizzy Gillespie è senza rete, sul trapezio più alto. Anche il capriolo si gira, non scompare nel bosco e si volta. Un incanto. Ha un solo corno e occhi scuri. Sopra di lui le montagne. Dove, per pavidità, non sono mai salito, quante occasioni smarrite e questo computer che impiegherà ancora due ore per terminare un gioco di foto mai scattate.

Questa notte ha il gusto del jazz. Bisogna sapere. O fare sfoggio di sapere. But you gotta die soma day, questo faccio finta di non averlo sentito, non questa notte. Che il coro degli animali si distende, non fugge, passa veloce, ma non scappa, gira intorno. Anche la volpe che ogni sera attraversa la strada, questa volta aspetta, si accuccia, muove la coda. Senza aspettarsi nessuna ricompensa. Una paura deliziosa.

Rientro in casa, di notte rimanda il calore del giorno. Chiudo la porta, ci sono spiragli, spifferi, la musica scivola, diventa serpente, segue la lucertola, si contorce e passa attraverso il pertugio. il jazz è come un uccello che migra e emigra o immigra e trasmigra. Bella la sua libertà. Non è quella degli uomini. La luna accende un pallore sugli alberi. Che si prendono per i rami. Alzano gli occhi verso il riflesso delle montagne. Ecco, Satchmo. Ha il dono dell’ubiquità. Vuole scambiare sassolini. Conosce la mia collezione.

Riapro la porta.

Ho cercato di recuperare sono andato da 13 a 18. Scritti, per scelta, in numero.

Per le strada di quale città

Il tirassegno

Con intermittenza. Da 10 a 13. Le dieci pagine non-quotidiane del Gioco del Mondo. La trama si perde, può essere letta in retroverso. Un indizio: stranamente nel paese deserto c’era uno svogliato vento, strano non c’è mai vento in questa stagione, e una fiera. Non vale che esista il web, alle fiere ci sono i tirassegni con le lattine vuote, le autoscontro, il pallone da prendere a pugni, perfino lo zucchero filante e le ragazze con i pantaloncini jeans stretti. Le ragazze mi ricordano una strada all’imbrunire, un altissimo viadotto, nuvole.

E così io posso raccontarvi bugie. Menzogne. Camuffamenti. Tutto questo non è mai accaduto. Non sono uno scrittore: non resisto alla tentazione di svelarvi. Lo chiamano spoiler.

Un uomo, con un bicchiere di vino in mano, si avvicina. Ha capito la mia difficoltà e dà buoni consigli. Io non lo guardo, non giro la testa, sto chino sul computer e faccio finta di capire. Il mestiere di fare finta. Lui si rimette a guardare Mentana in televisione. Io vorrei chiedere ‘qualcosa’, ma non ho coraggio e spiccioli insufficienti nelle tasche. Michele mi dice: ‘Questa è la gente che viene al bar’.

Alle dieci di sera, del giorno dopo, il cielo ha ancora chiarori, sempre meno, sempre meno, nessuno è nell’estate del paese. Immagino la folla del sud che va in su e in giù, fiera della notte. Il mio passeggìo si iscrisse nel silenzio. Ed io ero sceso nuovamente al paese perché stanco di leggere in camera mia un saggio di Julián Marías che non finisce mai. Vado a vedere chi diavolo è Julían Marías, lo scopro e spero che voi facciate lo stesso.

Qui i bambini sono creaturine ordinate. Non fanno voci, né calci, stanno lì. Statue di nanetti nel giardino. Ma i nanetti sono già emigrati altrove. Altri migranti li hanno sostituiti, per fortuna c’è il ragazzo che parla wolof con un cellulare, parla con le Afriche. Parla con voce da baritono che attraversa la piazza. L’attraverso anche io e mi sistemo schiena al lampione vicino. E ascolto.

Rimango con il dubbio mentre stringo le chiavi della macchina fra le dita di avervi raccontato una balla. Tutto questo non è mai accaduto.

Un prato in riva al lago

Ho letto da 6 a 9 in un pratino che nemmeno a Oxford. In fondo solo nove pagine. Nemmeno una gran fatica. Ma il corpo delle lettere è particolarmente piccolo. Edizione economica. A volte devo strizzare gli occhi per mettere a fuoco bene. In casa ho lampadine a basso consumo e leggere è storia di ombre e fioche illuminazioni. Allontano e avvicino di continuo il libro. Nell’incertezza, a volte, esco fuori. Per capire se ho ben letto. E, sia ben chiaro, l’oculista matto e fuori dal carcere mi ha sempre spiegato che io non ho bisogno di occhiali.

Mi chiedo perché ho scritto ‘pratino’, questo è un prato, verde bandiera italiana, con alberi e tavoli messi all’ombra che quasi ci fa freddo. Prato che disegna confine con ghiaino. Paesaggio di artifizi, costruire per ammaliare le anime semplici.

Mi grattavo un piede e cercavo di strapparmi un unghia e leggevo di saputelli infedeli al sole e all’amore. Mi guardavo attorno e vedevo il verde lucido del prato, le acque del lago sulle quali galleggiavano papere che fingevano indifferenza agli umani e piccole scorie pelose che inorridivano giovani donne. Riabbassavo gli occhi e l’improvviso lo scarto di gamma rendeva quasi impossibile leggere subito un altro rigo. Horacio ora è occupatissimo a osservare gli alberi, i cordini che trovava per terra, le gialle pellicole della cineteca. Io mi distraggo con l’odore di würstel che un uomo felice sta arrostendo alle mia spalle e poi ci mette sopra una dose di senape che fa allegria e stringere le mucose della bocca.

Alla fine, faccio un movimento e, mentre giro pagina, rovescio la birra sul prato. Faccio finta di nulla, ma non sfuggo alla sua attenzione. Guardo, e faccio nuovamente finta di guardare le pance delle ragazze, le famiglie con le borse-frigorifero e le carrozzine supermoderne. I ragazzi del service stanno montando la notte per un concerto di uno che si chiama Raphael Gualazzi. Love and Peace, dice di lui wikipedia eppur siamo lontani dagli anni dei sorrisi. Se non si vuole che l’amore finisca in una figurina o in una romanza senza parole, ma l’amore, quella parola…Non sono sicuro di aver letto bene.

Mi bagno la pancia, i polsi, la nuca e vado in acqua. Fra le papere e schifosa verdura sottomarina anche se questo è un lago. Abbraccio una boa, faccio le mie sei bracciate, tengo gli occhi aperti sott’acqua. La bocca piena di fiori e di pesci. Fuori posto invece è l’impermeabile che sapeva di minestra fredda. Certo, il contesto non favorisce la concentrazione: estate, in riva a un lago, paesaggio da famiglie, un po’ stucchevole, ma forte, ben costruito, un design, insomma, roba da architetti più che da dio naturale, incoraggiante, rassicurante. Un uomo passa orecchio appeso al cellulare. Verbo puro a-ma-re, a-ma-re. E poi sempre la copula. Ecco sono arrivato a 10. Un altro giorno, un altro giorno. Dosi leggere. E’ vero, don Pablo, è stata colpa grave non aver letto fino a qui Julio. Ho calcolato che se continuo così ci metto 58 giorni, vorrei che non passassero mai. Saranno molti di più, infiniti. Per fortuna, io sono lento. Raccolgo il libro, il telefono, i pantaloni, scivolano via le mutande e me ne vado. A friggere salvia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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