Storie di libri e librai/Io e libri siamo qui

Giorgio Boninsegna

Non ho avuto bisogno di trovare un titolo a questo articolo. Ho chiesto: ‘Ma non ha nome questa libreria?’. E lui, il libraio, Giorgio Boninsegna, mi ha indicato un cartello scritto a pennarello sulla porta a vetri: ‘I libri ed io siamo qui’. Confesso: ho storto un po’ il naso di fronte a quell’ed, quella eufonica (sono andato a consultare la Treccani prima di arrischiare a scriverlo), davanti a una i, ma poi ho sorriso con la pancia. Questo è un luogo perfetto. E ho subito pensato: qui voglio passare ore e ore, giorni, settimane, per vivere un’avventura. Una vera avventura. In questo viaggio per librerie, sto collezionando librai matti.

Rovereto, Nord dell’Italia, il Trentino che va a letto presto, dove sembra di stare in Austria (ma anche un po’ al Sud se guardi con attenzione), e ha statuti speciali. Bella città, Rovereto. Un grande museo. Bei palazzi, molti migranti che la rendono multietnica. Quarantamila abitanti. Centro storico, strada pedonale in leggera salita, un negozio di cappelli. Che, un passo dopo, un angolo dopo, diventa libreria. Stesso palazzo: cariatidi (torno sulla Treccani per essere certo di quanto scrivo) a sostenere architravi, si vede la mano giovanile di quel genio liberty che è stato Fortunato Depero. Le donne-colonne t’invitano a rallentare il passo e così prima guardi i cappelli e poi la libreria (che sta nel vecchio laboratorio di chi quei cappelli faceva). Ti accorgi di quel cartello: ‘Io ed i libri siamo qui’. E dentro c’è Michelangelo, e i suoi quattordici anni, che legge Bill Bryson. Una passeggiata nei boschi. Lettore abituale, Michelangelo: quando deve andare, lascia un segnalibro per ripassare il giorno dopo. E poi entra Fiorenza che dà un bacio al libraio e dice: ‘E’ un’istituzione, un libraio del ‘900’. Poi passa al volo un tipo magro e sorridente che grida: ‘Ciao, galantuomo’. E poi arriva e si ferma Enrico che, quasi ogni pomeriggio, passa di qui. ‘Viene a controllare se ho venduto un suo libro’, mi avverte il libraio con un sorriso da elfo.

Via di Rialto

Devo dirvi che sulla vetrata grande, quasi illeggibili, scritte con vernice che assomiglia a un rossetto, ci sono le parole di Ada Merini: come rose di una promessa/tradita e sconosciuta. Sulla porta c’è un semplice suggerimento di cura: andate in libreria. Dietro l’ingresso c’è un testo che sembra un’altra poesia: i libri sono ali che aiutano a volare/entrate in libreria e vi piacerà. Guardo su internet, sorpresa: è una canzone dello Zecchino D’Oro, da mandare a memoria, è ‘Il topo con gli occhiali’. Ci sono fogli appesi ovunque, scritte, consigli, citazioni. C’è un social street, un cartone dove si appuntano avvisi che riguardano storie del centro storico di Rovereto, qualche informazione, qualche richiesta. Sono sorpreso da quel social: il libraio, ne sono certo, non ha mai visto un computer in vita sua, ha un indirizzo mail, ma solo perché qualcuno legge per lui i messaggi che arrivano. Nel web non vi è traccia di Giorgio, né della sua libreria, nemmeno il più piccolo indizio virtuale. Una volta è passato di qui un blogger e ha scritto, ma il suo post è scomparso nell’oceano della rete. La libreria è piccola, ben più che arruffata (all’apparenza, Giorgio ci tiene a dire: ‘Io so quanti e quali libro ho’), scaffali in metallo, da mesticheria, nessun trucco, nessuna compiacenza. E libri dovunque. Sugli scaffali, libri divisi per case editrici (indicati da un foglietto attaccato con lo scotch), quelle di cui si fida: Neri Pozza, Guanda, l’amatissima Adelphi, Bompiani, Tea. Ed Einaudi, Feltrinelli. Poi altri foglietti: argomenti gaymisto non so, poesia…nei due metri quadrati di spazio, ci sono cinque sedie. Ma è impossibile sedersi: i libri sono poggiati sopra. A pile traballanti. C’è anche un tavolo sommerso da libri a faccia in su, bisogna sollevarli uno a uno per vedere cosa c’è sotto. Sono le novità. ‘La gente vuole vedere le copertine, non va agli scaffali’. Adocchio Simona Vinci e questa volta non me la faccio sfuggire: prima del Campiello dello scorso anno, l’avevo cercata in una Feltrinelli, e nemmeno una copia avevano.

La libreria di Giorgio invita alla distrazione e il mio racconto è disordinato. Giorgio lavora sette giorni su sette. Libraio solitario, apre anche alla domenica. La libreria è chiusa il lunedì, ma solo perché lui se ne va a Padova. In treno. Va dal distributore (non ha computer, ricordate? Non ordina libri con un click). I libri lui deve vederli e poi ha la lista degli ordini. Che vale solo per quel che a lui interessa: ‘Quando mi dicevano di comprare le sfumature di grigio, io non lo facevo’. Se ce la fa, a Padova, ne mette una ventina in borsa, altrimenti se li fa spedire, dopo averli toccati. E, credo, annusati.

Catalogazione

C’è una sola sedia libera in negozio. La sua. Ora che Michelangelo se ne è andato, ce ne è un’altra. Mi incuriosisce cosa sta leggendo: il libro che ha vicino è di Giampaolo Simi, scrittore di bei noir illuminati dalla luce della Versilia. E pensare che mi dice: ‘Non amo molto il noir’. Ma poi parliamo di Carofiglio e di De Giovanni. E si vede che li ama. Di Carlotto e di Camilleri. Che non lo entusiasmano. Ricorda sempre il passaggio, per la sua libreria, di Giorgio Faletti. Vedo che accanto alla sedia c’è anche la Settimana Enigmistica. Non si appassiona per Cognetti, né per Carrère, e qui ho un colpo al cuore. Dimenticavo: appoggiata sui libri, su una sedia, c’è anche una pianta grassa. ‘Guardala con attenzione – si infervora Giorgio – Fa i figli e poi li lascia cadere a terra. Perché rinascano’. Sta in equilibrio precario, la pianta. Come la libreria. Ma entrambe hanno un’aria tenace.

Ora cerco di fare il cronista: Giorgio ha settant’anni. E’ alto e grosso. Sembra un grande gnomo. Socchiude gli occhi quando parla. Mi avevano detto: ‘E’ burbero. Ti caccerà via’. E, invece, è gentile, accogliente, timido, sorpreso. La sua voce è un sussurro. Devo avvicinarmi per cercare di afferrare le parole. E la gente che passa lo ama con giocosità. Ha cominciato a leggere che aveva cinque anni, racconta. Sua madre leggeva, la maestra gli diceva di leggere mentre i suoi compagni stavano lì a fare le aste. Da ragazzo spendeva venti lire per comprarsi le edizioni della Bur. Libri grigini, bruttissimi, preziosi. Ha fatto il negoziante. Ha lavorato a Milano e Verona. Vendeva vestiti, stoffe, tessuti. Ha perfino fatto un corso per promotore finanziario. E volevano assumerlo. Follia: Giorgio non ha nemmeno idea di cosa sia il denaro. Faticherò a pagare i libri che comprerò.

Giorgio dà retta alla sua vocazione solo nel 2001. A cinquantaquattro anni, decide: ‘Faccio il libraio’. Complici un amico, un bel posto a Rovereto (palazzo Cosimi), i risparmi, un contributo della Provincia trentina, Giorgio apre la libreria. A casa pensarono: finalmente si libera delle migliaia di libri che ha. No, niente da fare. ‘Quelli sono miei’, e aggiunge: ‘In libreria cercherò di avere i libri che mi piacciono’. Con il tempo, lascia la grande bottega di piazza San Marco e si trasferisce qui, in via Rialto. Ci si campa con una libreria? ‘Con qualche fatica. Per fortuna c’è il Natale, regalare un libro è una bella cosa e si fa ancora’. Quest’anno, dopo un tempo infinito, è andato in vacanza per dieci giorni: all’isola d’Elba. Quasi i primi giorni liberi della sua seconda vita. Immagino: sarà partito con dieci libri in valigia. Consiglieresti a un giovane di fare il libraio: ‘Se ha un altro lavoro’.

Povero Bruno Vespa. Nessuno dei librai che ho incontrato in questo viaggio vende i suoi libri. O, se vengono obbligati a prenderseli, li tengono nascosti. Giorgio non fa eccezione: Vespa è al bando. ‘Lo ammetto, ho Dan Brown e Ken Follet, ma non ne vendo nemmeno una copia’. Si capisce che Giorgio suggerisce davvero i libri che ama. Quindi: molto latinamerica, molto mittleuropa. Ecco perché sono entrato qui: c’è una fratellanza in comune, un’attrazione che ci rende simili nonostante la disputa su Carrère. Ecco, allora: Cortázar, Ernesto Sabato, Borges. Alla fine, quando chiedo un consiglio, mi suggerisce Robert Arlt. Compro volentieri: ho letto Il lanciafiamme mille anni fa, mi va di rileggerlo. Gli piace Maurizio Bettin, gli scrittori napoletani e quelli del Nord Europa. In bella vista una biografia di Sergio Endrigo scritta dalla figlia: ‘Era una bella persona’. Ha clienti affezionati, Giorgio. Non comprerebbero mai su Amazon. Piuttosto aspettano, quando un libro non c’è. E lui sa cosa scegliere per i suoi amici. Fiorenza mi dice: ‘Io ho voglia di baciare il mio libraio’. Enrico mi dice: ‘Con un computer mica scambio chiacchiere’. ‘Non ho mai i libri di maggior successo’, avverte Giorgio. E’ più forte di lui. ‘Avrei voluto vendere solo saggi, libri di filosofia e di scienza’, confessa. ‘E quando li prendo, non ho mai fatto rese’.

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2 pensieri riguardo “Storie di libri e librai/Io e libri siamo qui

    • 12 novembre 2017 in 8:33
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      Che sorpresa, Giampaolo. Grazie. Giro le tue parole al librario Giorgio e se ti capita di passare da Rovereto vai a trovarlo, ne sarà felice. Io, magari, nei miei passaggi fiorentini (che rimane la mia città) mi spigo fino alla luce della Versilia. Passo molto tempo a Matera e ho cominciato a leggerti da non molto tempo, perché un libraio, il libraio del Corso, mi ha consigliato di leggerti. E’ stato un buon consiglio.

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