Palagianello, Puglia/Seminare parole

La semina degli occhi

Capita che sto leggendo un libro che ‘fa i conti’ con la vita di Pier Luigi Cappello. Un poeta che se ne è andato. E’ di una terra ai confini dell’Italia. Il Friuli è lontano mille e mille chilometri dalla Puglia, Chiusaforte è all’altro capo del mondo se penso alle gravine di Palagianello. E, fine mattina in una piazza che non riesce a esserlo, trovo una complicità fra il poeta friulano e i ragazzi pugliesi di tredici anni che seminano parole. Trovo sorellanza fra un Nord e un Sud. Scrive Pier Luigi: ‘Le parole sono belle di per sé e (che) una composizione in armonia ne esalta ancora più la bellezza’. E allora seguo le mani della ragazza che semina ‘occhi’ nella terra umida e pianta bandierine colorate. Che colore hanno le parole?

La gravina

Dovrei dirvi di Palagianello. Trenta chilometri da Taranto. Quaranta da Matera. Avverte il cartello: ‘Città di gravine e artisti’. Scopro – mi raccontano – che gli artisti sono cantanti (il paroliere di una canzone di Scanu, questo è meglio che non lo faccia sapere a Franco Arminio) e sarti (hanno disegnato abiti per Madonna).

Dovrei dirvi della piazza. Che è la vecchia ferrovia. La piazza è figlia di una metamorfosi. Passava il treno da Palagianello. Treni per Bari, per Taranto. Qui si lavora all’Ilva, nella Fabbrica. I binari erano in mezzo al paese. C’è chi ne stava di sotto e chi di sopra. Hanno deciso, non molti anni fa, di spostare i binari (più semplice che fare sottopassi, si vede). E così i treni svicolano il paese e imboccano una tangenziale ferrata, una trincea aerea di cemento che vorrebbe somigliare alla metropolitana di Seattle e invece sbarra, vista dalla piana, l’orizzonte del paese, alto su una collina. Ed è paesaggio-barriera per chi si affaccia verso il mare.

L’olivo e la locomotiva

Strana nostalgia dei binari: al passaggio a livello, perennemente chiuso, nascevano saluti, chiacchiere, perfino amori. Vi era il tempo. Per amoreggiare con serietà di adolescenti o, semplicemente, per farsi i fatti propri, scambiarsi parole clandestine, si andava ‘dietro la stazione’. Lontani dalle luci dei lampioni. E oggi dove si va a coltivare desideri e attese?

La massicciata dei treni, le banchine della stazione sono diventate piazza. Immensa, strana, lunga come una prateria, priva di una forma, gradini ingannevoli e scivolosi, le palme a cercare di rimediare, una locomotiva a vapore parcheggiata di lato ai margini di un vero prato, un olivo massiccio come un ricordo. E, al centro, una pista per camminare, correre, passeggiare, lunga quattro chilometri. Mutazione degli abitanti di Palagianello: sono diventati tutti runner. Corrono, in su e in giù. Da Castellaneta a Mottola. Ci vorrebbe Calvino per raccontare la città invisibile degli sportivi nata da una ferrovia dismessa.

E chi potrebbe scrivere delle biciclette della bike station? Cinquanta biciclette azzurre che sfidano la ruggine e sono l’inevitabile un progetto europeo. Se c’è la pista, devono esserci anche le biciclette, devono essersi detti. L’erba sta raggiungendo i manubri. Forse potrebbe scriverne Bolano, qui il tempo ha somiglianze latinoamericane. O, forse, Ermanno Rea.

La stazione diventata casa

Ma la piazza non riesce a essere piazza. Mi vengono a cercare, hanno visto il taccuino: ‘Scriva’, (qui tutti vogliono farmi scrivere e io vorrei fuggire, dormire, non mettere giù più nemmeno una lettera. Per provarne l’assenza). ‘Scriva: i vecchi sono abbandonati’. Cosa è una piazza per un vecchio (la mia età, insomma)? ‘Non c’è un monumento (c’è la locomotiva, ma non è un monumento, c’è una Madonna, santa patrona del paese, ma è come defilata, se ne sta perplessa là dove c’era il passaggio a livello), non c’è un fontanino (per prendere le pastiglie, per bere un’acqua), non c’è un bagno pubblico’. Mai che gli urbanisti chiedano a qualcuno di cosa hanno bisogno. A proposito: la non-piazza è dedicata a Giovanni Paolo II.

La panchina

Pessimo giornalista, vado per distrazioni, compro focaccia alla cipolla e pomodori, resisto alla tentazione di comprare puntarelle (ma non sono verdura della primavera?) da un taciturno ortolano-contadino di strada, cammino sul ponte sulla gravina. Canyon bellissimo e pietroso, olivi e mandorli, la vecchia foresta di pini di Aleppo devastata dall’incendio della scorsa estate, le case dai toni umidi dell’avorio, gli orti recintati da muretti a secco, sette piani di abitazioni rupestri, un grattacielo di pietra. A volte, la gravina, come un uadi, si riempie di acqua e allora gli uomini e le donne di Palagianello vanno a vedere lo scorrere del fiume del Sud. In alto, c’è il Castello, che i ragazzi del paese hanno trasformato in quartier generale del desiderio di rimanere al paese. E’ la Restanza di chi non se ne è andato, di chi è tornato, di chi vive qui, che diventa ‘fare’, sapere, curiosità, cultura, esserci, disponibilità. Parole che ci provano a essere ‘carne’, direbbe Pier Luigi.

Semenzaio

Sì, Palagianello mi ha distratto, mi capita sempre più spesso. Guendalina e i ragazzi mi riconducono al mestiere dei seminatori, contadini di parole. Sono qui per questo, Guendalina è un’artista capace di fragilità e i semi dei suoi disegni sono di grani antichi e piccoli prati di ‘miscuglio danese’ (Danese?). Guendalina tesse, con terra e semi, tappeti kirghisi dai ghirigori che sono simboli, messaggi, voli.

La parole sono…

La domanda è nell’aria: ‘La parole sono…’. Erika sa come chiedere, sa costruire cerchi. Devono essere i suoi occhi a essere richiamo. Le risposte, a volte, sorprendono: ‘La parole sono persone’. I ragazzini arrivano lungo la pista-piazza, una sorta di scolaresca-corteo. Ci sono sottovasi bianchissimi, terra scura e semi che il vento cerca di afferrare.

A naso, non sono figli di contadini. La terra spaventa alcuni ragazzi. ‘E’ sporca’. Non vogliono infilarci le dita. Le ragazze hanno più dedizione e spavalderia. Si inginocchiano e seminano con attenzione e cura. Ma è un ragazzino che comincia con il dirmi: ‘Treno’. Lo guardo. E lui: ‘Il treno è libero’. Chissà se mai è stato seduto al bar dal quale si vedevano passano i treni. No, troppo giovane. A cosa serve la terra? Lui risponde: ‘Inquinamento, la terra è inquinata’.

Treni e noi e niente
Parole da scrivere
Sentimenti

Nascerà erba e grano da questa semina. I germogli diventeranno alfabeto. I ragazzi hanno apparecchi per i denti e cellulari. Selfie d’odinanza, con boccacce e baci a labbra di cuore. Musica nel telefono (altra parola scelta). ‘Scrivi…- deve essere un’abitudine a Palagianello far scrivere chi viene da fuori – Ghali e Sfera Ebbasta’. E ci sono parole gridate con velocità. Rapper. Ehi, stai a vedere che, almeno fra i tredicenni, scanso De Andrè e Ligabue. Rapper milanesi (con origini tunisine) a Palagianello. Parole come scioglilingua. Parole che rotolano. Parole che si ripetono ‘fino a consumarsi come caramelle’.

Selfie
Seminatrice solitaria
Sentieri

Bella parola: sentieri. Non viene a mente per un caso. C’è una storia dietro. Una storia senza consapevolezza. Per incamminarsi su un sentiero è bene avere una ‘guida’. O forse si possono seguire le ‘stelle’. E c’è la parola: ‘Niente’. Che è come dire: ‘Tutto’. Ci sono le parole che raccontano ciò che si vede, ciò che è rimasto nella memoria: ‘Palloncini’. Le parole sono un dono. Le parole, con i semi, vanno sottoterra per rinascere trasformate. Le parole cambiano. Pier Luigi cerchiava le ‘parole che non vanno’: sono quelle che ‘non gettano nessuno sguardo sulla realtà’.

Amore
Raccogliere i semi dispersi
Trasportare il campo seminato

Amore. Parola facile. Eppure… Devo metterla al bando? La ragazza dice: ‘E’ la parola più bella’. Viene ben disegnata, ben seminata, meglio delle altre. Hanno desiderio di amore. Un piccolo brivido. Mi tengo la parola ‘amore’.

Adesso bisogna trasportare le piccole aiuole, dovranno nascere le parole. Accadrà?

Ci sono parole come ‘bellezza’, come ‘specchi’. Le parole possono essere ‘il luogo dell’inatteso’. Sono ‘una materia strana’, come i semi. Sono costruite con ‘suono e silenzio’. Nello stesso campicello rotondo di un sottovaso bianco, trovo seminate ‘armi’ e ‘arte’. Assieme.

Carmela e Vito Cataldo

Distrazione, ma come farsi sfuggire Carmela e Vito Cataldo. Corrono sulla pista che era binario. Vi lascio immaginare cosa mi chiede (ordina) Vito: ‘Scrivi….’. Scrivo che lui ha corso per ventiquattro di fila, a Torino, e ha vinto, cento e sessanta chilometri (non voglio calcolare la media, io scrivo e basta). Che ha 73 anni e che non ha atteso che smantellassero la ferrovia per correre. Ci credo. Carmela, no, lei ha cominciato a correre quando davanti alla porta di casa non si è più trovata i treni, ma una pista dritta come un righello. Allora ha comprato scarpe gialle ed è uscita correndo.

Il caffè

Distrazione, il caffè. Oppure si gioca a carte alla birra. A volte, credo, dovremmo giocare alle parole con questi uomini. Per vedere cosa ne esce fuori, potrebbe essere una sorpresa.

Il tappeto kirghiso
L’uomo e il tappeto kirghiso
Guendalina e Valentina

Ho dimenticato (ricordate? Non so più fare il cronista) di dirvi che è primavera, giornata di luce, quasi estate, che mi ero vestito con maglioni temendo il freddo. E invece è l’ultimo sole, prima dell’inverno che arriverà nel pomeriggio. Guendalina ha ritagliato i suoi disegni, ha un’aiuola quadrata per il suo tessere, lascerà qui il suo mandala di erbe, il suo tappeto kirghiso. Bisogna ritagliare le curve, i segni, le spirali, il tratto di gesso che cerca di diventare chiocciola. Ci vogliono i sassi perché il vento si plachi. I sassi diventato parte del tappeto. I ragazzi hanno forbici e semi. Poi si stancano, vanno a fare cerchio con Erika. Un uomo guarda. Rimaniamo io e Guendalina. Finalmente lascio la macchina fotografica. Seminatore di un solo torciglio, ma ho fatto attenzione. Ho avuto cura. Non mi capita spesso, ho raccolto i semi e li ho messi nel solco disegnato da Guendalina. Dura poco, ma non è stato male. E una ragazza mi chiede la macchina fotografica, gliela passo con qualche apprensione, e lei scatta decisa. Devo guardare l’immagine per convincermi che ho davvero semi nelle mani e che sto lasciandoli cadere dal palmo verso terra, uso pollice e indice, chiudo a imbuto le altre dita. Sento i semi scorrere via. Forse la ragazza voleva dirmi questo: ‘Puoi seminare, lo puoi fare, te lo eri dimenticato’. Questo non c’entra con il racconto, ma ora le parole vanno per conto loro, aumentano ogni volta che passo gli occhi sulle righe. Merito del tappeto kirghiso (vorrei chiedere all’uomo che ci sta guardando solitario se sa dove è la Kirghisia, il pasticcio è che nemmeno io sono sicuro di dove sia. Ma deve esistere, se un tappeto è arrivato fino a qui). Merito delle pietre della gravina, che, a ben guardare, riprendono le linee del tappeto.

Guardo le case dietro all’uomo incuriosito dal tappeto. Case dai tetti piani. Dove siamo? Un tempo, la gente guardava i treni da dietro le finestre.

La pietra
Cura
L’andare del disegno

Il cielo si rannuvola, i ragazzi hanno saltato la lezione, questo conta, ma hanno imparato. Se ne vanno, camminano a ritroso lungo la pista che era binario. Un saluto. L’aiuola-tappeto rimane lì, in mezzo al prato che era massicciata. Forse il vento porterà via i semi e nascerà un prato danese in Puglia. Forse i ragazzi la useranno come porta di un campo di calcio. Oppure domattina ci sarà davvero il tappeto con i suoi disegni.

Mi hanno chiesto di raccontare questa mattina: ‘Scrivi…’.

La parola che Pier Luigi prediligeva è ‘silenzio’. Ma, non me ne voglia, adesso ho voglia di parole rumorose: posso farmi passare il telefono da quel ragazzino con gli occhiali e ascoltare finalmente Sfera Ebbasta? Posso provare a correre (venti metri, non di più) con Vito Cataldo? Posso giocare alla birra (mi sa tanto che qui la Raffo costa ancora un euro) con i miei coetanei al bar Miko e avere un alibi per guardare la ragazza dietro il bancone? Posso farmi regalare parole da Guendalina che lascia dietro a sé storie fragili?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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