Nostalgie/1869 giorni

Una settimana dopo. Ho disinteresse per Napoli-Milan. Cosa è cambiato?

Ha ragione Gian Luca Favetto: ‘Sentiamo di perdere con questa sconfitta un pezzo della nostra giovinezza’.

Poi magari penso che ci saranno ragazzini che, per un tempo lungo, non proveranno i brividi quando le squadre scendono in campo e lo stadio appare nella sua meraviglia. Ci sarà un’assenza nella loro estate. Non sapranno mai cosa si ‘sente’.

 

Troppi anni. 1970. Casa del Chiriatti, in venti in una stanzetta grande come una vasca da bagno. Già storditi dal 4 a 3 delle semifinali, senza sonno, affascinati dall’elevazione di Pelè, in una estasi strana all’assurdo gol di Boninsegna. Il Barsotti se la prese male, litigò con qualcuno al telefono, ma noi facemmo carosello lo stesso, a piedi – non avevamo l’età – nella piazza vicina a casa. E abbracciammo dei ragazzi con la bandiera del Brasile.

 

Salto anni. Sfondai il divano di velluto blu durante i mondiali insanguinati dell’Argentina. Ho ancora quel divano e si avverte il cedimento.

 

E poi, dell’82, un amore nascosto e bello, in mille in uno stanzone della Casa del Popolo di Rifredi. Maxischemo. Sudore dovunque. Zoff para all’ultimo minuto. Ma Antognoni ha segnato? mi grida dietro Sandro. Già, il nostro santino (poi avrei scritto la sua autobiografia che cominciava così: ‘Dio inventò il calcio e disse a Giancarlo: vai e insegnalo’) che, ricordo, non tirò indietro il piede, si fece male e saltò la finale. Bagno nella fontana e una bandiera italiana che poi se ne è andata nelle valige che portarono via quell’amore.

 

1990, notti magiche. Totò Schillaci. Semifinali in redazione del giornale. Non so come fece a uscire il giorno dopo. Non ci perdemmo un solo minuto. Arianna sembrava ballare la lap-dance attorcigliata a una tenda. C’era un altro amore. Clandestino e grande come un sole. Se ne andò anche lei. E mi gridarono nelle orecchie: ‘Zenga non ha mai parato un rigore’. E, Cristo, questa certezza potevi risparmiartela, ma era Walter che non doveva fare quell’uscita sciancata. Che tristezza dovunque (in metropolitana, al bar, per strada) il giorno dopo: nessuno prestava attenzione al sindacalista che cercava di fare una conferenza stampa.

 

Facemmo un dono al nonno nel 1994. La finale assieme a lui, un piccolo televisore, dai colori sbiaditi, finale negli Stati Uniti. Che c’entrano gli Usa con il calcio? La dolcezza di Baggio, il suo labiale: ‘E’ pazzo’. Sapevamo (facile dirlo dopo) che avrebbe sbagliato quel rigore. Ma un errore fatale non ci ha fatto dimenticare la meraviglia del suo andare. E’ vero: non ci andava di gridare ‘Forza Italia’, ci avevano scippato un urlo.

 

Poi ci sono strane estati vagabonde. Prive di ricordi, di momenti scalfiti in quale angolo della tua testa. Non si sono trasformati in una memoria capace di riaffiorare. 1998, in un saletta mogia mogia di un albergo di montagna. Niente di che. Casa del Popolo per assistere alla vergogna di un mondiale asiatico. Come cavolo si chiamava quell’arbitro? Moreno? Sì, può darsi.

 

Ma si avvertiva il riscatto vicino, era nelle pelle, si avvicinava la maturità, gli anni sulla schiena, i numeri scaramantici. I compagni di panchina spiegano, ridendo, a Zaccardo dove è la porta avversaria dopo il suo clownesco autogol contro gli Stati Uniti, capiamo tutti che siamo una bella squadra. Semifinale assieme a un amico tedesco. Allegro e grosso. Non se la prende, ha moglie italiana. Finale sotto i tendoni di una festa dell’unità. Una meraviglia. Non guardo i rigori. Risvegliatemi fra quattro anni…

Poi…

Mi ero già prenotata una sedia dietro l’edicola di via Ridola a Matera per passare il giugno-luglio del prossimo anno. Dovrò disdire l’abbonamento, non mi va nemmeno di vedere l’Islanda e Panama.

Ho letto che mancano 1896 giorni alla prossima partita mondiale dell’Italia. Non voglio saperlo. Avevo anche promesso che i mondiali nel Qatar non li avrei visti. Il Qatar?

(a proposito: ci andranno i Sauditi a Doha? E gli Emirati Arabi di Zaccheroni? Ecco, non c’era Zaccheroni a commentare le partite, ha preferito gli arabi wahabiti, qualcuno glielo dica…)

Da una settimana ho con me Eduardo Galeano, ogni tanto ci parlo e lui ha le parole giuste: ”Quando il buon calcio si manifesta, rendo grazie per il miracolo e non mi importa un fico secco di quale sia il club o il paese che me lo offre’.

Forse dovrei andare a trovare quella ragazza del 1982 e farmi restituire la bandiera. Come portafortuna. E rivedere anche lei.

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