Semina(re) parole a Palagianello/La sciarpa di Franco

La sciarpa di Franco

La regola del cronista è inflessibile: scrivere subito, in fretta, a pelle, senza rileggere appunti d’altra parte illeggibili. Se per secoli hai fatto così, è difficile e sbadato scrivere a giorni di distanza. Viene fuori altro. Inventi. Confondi i ricordi. Soprattutto se devi dire del cerchio delle parole, raccontato da Franco Arminio. Nemmeno i nomi mi sono appuntato. Mi sono liberato del mestiere?

La realtà delle pettole

E come fai? Conosco Franco da anni. Ho ascoltato le sue letture, so cosa accade e so delle improvvisazioni. So il back stage di ognuno di noi. Non è mai saggio conoscerlo. Aspetto anche io di cantare ‘Azzurro’. Più che ‘Bella Ciao’, perdonatemi. Faccio lo snob e vorrei la canzone di Paolo Conte nella versione di Erica Mou. Non ce la facciamo mai: tutti intoniamo come Celentano.

La piazza, i ragazzi, l’arco

Variazioni: la grande piazza in discesa di Palagianello, scivola verso il centro storico, piazza immensa e chiesa piccola. Mi dicono che un tempo c’era un muretto a delimitare il sagrato della chiesa. Ci sono ragazzini nel profilo dell’arco ai vicoli. Stanno lì. Mi vedono con la macchina fotografica. Rito: foto di gruppo. ‘Da dove venite’. ‘Ah, la mia mamma è nata a Firenze’. Lo guardo e soppeso l’accento di Palagianello.

Franco si inginocchia sempre per leggere
Franco
Franco

Viaggio serale per Franco Arminio che semina le sue parole nella Semina dei ragazzi di questo paese pugliese. Ci sono (e sono necessari) un grande castello, un’erba che è riuscita a crescere ed è una meraviglia (leggetevi la puntata precedente per capire), una locomotiva con le lucine del Natale. Ci vogliono le torce che si spengono subito. Ci vogliono le donne che friggono le pettole come nessun’altra sa fare. Ci vogliono anche cucine surreali. A questo punto non capite più nulla, ma vi ho detto che gli appunti sono illeggibili. E se le parole prendono la mano…

 

I ragazzi di Palagianello
I ragazzi di Palagianello
I ragazzi di Palagianello

Già, il poeta (chi è un poeta?) avverte che ci sono troppe parole. Il poeta in inverno ha negli occhi la stanchezza di 157 presentazioni di un libro di poesia. Porta la sciarpa sopra il naso, ci sono rughe di fianco agli occhi. Su una cosa ha ragione: qui, versante ionico del Sud, c’è un’aria diversa. La sala del castello si riempie. Ragazzi, per lo più. Ragazzi nel senso di giovani. Chiedo se esistono parole che si dicono recitando e parole che si usano nella vita quotidiana. Forse non ho fatto questa domanda. Cosa c’è dietro le parole di una poeta? Ai poeti si può chiedere coerenza?

Emanuele

Si ha una consapevolezza: non si semina da soli. Non ci si salva da soli. Non si raccoglie da soli.

Proviamo a riconquistare parole anche creando un albero di natale di mandarini.

L’albero dei mandarini

Le parole che hanno smarrito significato. Mi tirano dentro. E’ un gioco con regole che conosco. Gioco con i suoi pericoli. Non recito più, non mento più, quasi strip-tease in pubblico: ‘viaggiatore, scrittore, fotografo’ e io guardo dietro il cartoncino delle definizioni e trovo un vuoto. Non ho attraversato il deserto, né il mare: la parola viaggio ha cambiato senso. Come ‘identità, radici’. Ne siamo stati scippati. Abbiamo bisogno di nuovi vocabolari.Abbiamo bisogno di sincerità.

Franco

C’è una data, 13 di agosto. Un incendio. Un prima o un dopo. La gravina spogliata della sua bellezza. Brusco mutamento di geografie. E’ passato un autunno, è cominciato un inverno. Bisogna ricominciare. Un’altra volta. Ci sarà la primavera, insh’allah. Le piante sono forti, nascono una volta di più.

Il fotografo
Daniela legge in veneto
Legge in palagianellese

Il gioco delle lingue. La poesia letta in veneto, in lingua di Taranto, in lingua di Palagianello. Le ultime due lingue vivono a trenta chilometri di distanza una dall’altra. Diversità a chilometro zero.

Leggere

 

Quali parole vengono in mente: bellezza, dignità, identità (appunto), onestà. Si va sempre un po’ troppo in alto. Rimaniamo a terra. Patria (questa è una sorpresa). Luoghi. Periferie. Franco parla di un poeta come Franco Costabile. Vado a cercarlo, eccolo: ‘Ce ne andiamo./ Ce ne andiamo via./ Dal torrente Aron/ dalla pianura di Simeri./ Ce ne andiamo/ con dieci centimetri/ di terra secca sotto le scarpe/ con mani dure con rabbia con niente…’. Costabile si uccide nel 1965. Quanti poeti si sono uccisi in Calabria. Fra gli appunti ho annotato, senza che nessuno lo avesse citato, Beppe Salvia. Il migliore. Anche lui si è ucciso. I poeti si uccidono. O muoiono in povertà. Io voglio poeti vivi e ricchi.

Franco

Annoto altre parole che non vengono dette. Deve essere stato Fitzgerald a dire: ‘Come faccio a dire ti amo, dopo aver scritto centocinquanta racconti di amore’. Penso a Diana che mi ha dato il consiglio giusto: ‘Se proprio devi lamentarti, almeno fallo in endecasillabi’. Ci ho provato e mi sono usciti tre righi sghembi e senza ritmo. Ho vissuto vendendo parole, le mie mani non sanno fare niente. Ha senso, questo?

Valentina

Valentina dice: ‘Al Sud c’è poesia perché ci vogliamo bene’. Valentina ha occhi lucenti. Credo che abbia ragione.

Lilia

Lilia replica: ‘Non è vero. Non andiamo d’accordo nei paesi’. Credo che abbia ragione.

Erika

Erica dice della ‘responsabilità’. Mi guardo attorno e so chi mi guarda. ‘Responsabilità’: comincio a pensare (era ora) di essere fuggito da questa parola. Le parole incidono nella pelle. Fai che lascino davvero dei semi. I care…

Franco

Franco rasserena gli animi: ragazzi del Sud ‘prendetevi e le albe, siate i ragazzi dei prodigi’. Proviamo ad andare a dirlo ai cancelli dell’Ilva quando si entra al lavoro e c’è l’alba nel cielo assieme allo spolverio rosso, andiamo a dirlo ai ragazzi di Serra Venerdì che mi dicono: non c’è lavoro e passano le notti con una birra in mano e mi sembrano una meraviglia, andiamo a dirlo chi si sveglia alle cinque del mattino per andare a fare pulizie. Voglio parole che riescano a mescolare bellezza e sangue. Che siano vita. Possono esserlo le parole?

Il sindaco

Il sindaco ha braccialetti di pelle ai polsi. Mi piacciono i sindaci con i braccialetti-talismano ai polsi.

Azzurro

Alla fine, sì, Azzurro. Mi piace cantare. E’ la prima volta che lo dico. Stonato, disse. E stonato rimasi. Incapace di ritmo, non avverto l’accento degli endecasillabi. Ma ora sento le mani che vanno sulle spalle di chi ti è vicino. All’improvviso, mi sento parte.

Pianoforte

E c’è un pianoforte che si mette a suonare. E non per incanto.

 

 

 

 

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