Molti anni fa. A Tripoli. ‘Quanto durerà questa lontananza’

 

‘Il mio cuore brucia come il fuoco di un amore’. La voce è calda, sorridente. Gli occhi sono di felicità. Il ragazzo, guappo come sanno esserlo solo nei vicoli della città vecchia, muove le braccia come un’onda del Mediterraneo. I suoi movimenti seguono il suo canto: ‘I tuoi capelli mi sfiorano il petto, ma quanto durerà questa lontananza….’. Le parole volano nel vento che viene dal mare. I giovani di Tripoli si stringono a braccetto, si tengono per mano. Il loro cammino è una danza, le tuniche lunghe scivolano fino ai piedi: il piccolo corteo festoso occupa tutta la strada, nessun vicolo riesce a contenerli. Sono strisce di gioventù. Davanti si muove il drappo della confraternita. Qualcuno sparge incenso: gli uomini immergono il viso nel fumo che si disperde nell’aria. Le donne, dai tetti, fanno volare acqua di rose sulla processione. Un cerchio di tamburelli circonda con vibrazioni da virtuosi il rimbombo del noba, il tamburo grande che un uomo sorregge con passi lenti.

 

Questa è uno dei giorni più sacri dell’Islam. E’ la notte della nascita, è il Natale musulmano. E’ Maoled, festa del Profeta, giubileo di Maometto. E’ il dodicesimo giorno del mese lunare di rabi’ al-awwal, ‘il primo autunno’, data variabile di anno in anno. Queste sono le ore in cui le porte delle zawya, degli ‘angoli’, delle piccole moschee dei Sufi musulmani, si aprono: a Tripoli, unico luogo del Nordafrica arabo, ragazzi e sceicchi, maestri e allievi, in questo giorno di festa, escono per le strade in cortei fitti e felici. In testa gli uomini della zawya seguono lo stendardo, grande come un lenzuolo, della propria confraternita. I ragazzini ne tengono le corde per farlo ammirare in tutto il suo sfolgorio. Sembra un immenso uccello con le ali spiegate. Gli uomini avanzano in file che si specchiano l’una contro l’altra. I primi camminano spalle alla strada, un regista invisibile guida i loro passi. Gli altri avanzano guardandoli in faccia, un suonatore di piatti saltella fra i due gruppi. I fedeli si inebriano del nome di Dio, di Allah, è la ilaha ill’Allah. Vi sono miscugli curiosi nel Natale di Tripoli: mercanti intraprendenti vendono alberi di natale dalle foglie di plastica. Sfavillano nella notte e riflettono finti fiocchi di neve. Maoled islamico e Natale pagano si fondono in un’unica luce dai mille colori.

 

Sorprendono i Sufi di Tripoli. Mistici islamici, romantici musulmani, fratelli di antiche confraternite sopravvivono in uno stato come la Libia. In un paese laico, materialista, beduino, arricchito dai fiumi di petrolio sepolto sotto i suoi deserti e il suo mare. A Tripoli le zawye sono piccole stanze rettangolari, spartane, sempre imbiancate di calce fresca, dimesse, ma sfolgoranti di luci. Gli uomini vi entrano veloci, con passi decisi, fin troppo svelti. Nessuna alterigia da custodi di verità. Eppure i Sufi rivendicano radici fra gli ahl us-Suffa, i compagni della Veranda, fra i discepoli, cioè, più vicini al Profeta. Erano gli allievi che avevano lasciato ogni bene pur di vivere a fianco di Maometto. Avevano trovato ospitalità sotto la pergola della casa di sua figlia, Aisha. Erano i Sufi i primi a incontrare, al mattino, il Profeta.

 

Gli uomini, seduti sui tappeti della zawya Sarira, ‘l’angolo piccolo’, si alzano in piedi. Qui si ritrova la gente della confraternita isauiya, originaria del lontano Marocco. Questa zawya è ai confini della città vecchia. Là dove si sfiora il mare. Questo è il quartiere dei pescatori. Reti, zavorre, canne da pesca, perfino fucili subacquei decorano, nei giorni di Natale, le pareti delle case. Gli uomini affondano le mani in un sacco di tela bianca che un vecchio fa sfilare davanti a loro. Ne estraggono piccoli baz, i timpani dal suono secco e pieno. Qualcuno dà un segnale impercettibile, muove il corpo come se lo lasciasse andare, oscilla le braccia come fosse un mulino afferrato da un vento leggero e caldo. E’ una danza immobile. Le mani colpiscono la pelle del baz. La bocca lascia andare nell’aria della zawya il nome di Dio, Allah appare e scompare dalle labbra, segue il suono dei timpani e i movimenti sempre più veloci degli uomini in cerchio. Braccia, tuniche bianche, spalle che si flettono e si rincorrono, teste che si piegano, le voci che si inseguono come rintocchi: il nome di Allah diventa un unico suono ondeggiante come una marea. Cresce fino a riempire la sala, fino ad afferrare l’anima di ciascuno. Questo è lo dhikr, la preghiera cantata, la trance nella ripetizione di una parola sacra. Coreografia da notte di Natale: pance immense diventano leggiadre, anziani smagriti e ossuti sembrano volare, i più alti sono chini sopra le teste dei loro compagni. Lo sheik guida il ritmo con occhiate improvvise e cambi di voce

   

Con un gesto del maestro cessa l’ipnosi del nome di Allah. Nuove musiche escono, ora, dal cuore della stanza dei Sufi. Il suono del ghita, un flauto dalle noti struggenti, cerca compagnia. Il musicista gonfia le guance e soffia. Trova il canto di un uomo massiccio: ne esce una voce quasi inudibile. La gente si affolla per ascoltare, qualcuno registra con una piccola telecamera. Un liuto va alla ricerca di accordi. Come contrappunto decine di ragazzi cantano in un coro che ha le note del miracolo. E’ il maluf, antico canto andaluso. I musulmani cacciati dalla Spagna dalla furia dei soldati di Isabella di Castiglia nel 1492 si dispersero per le coste del Nord Africa. I fedeli delle confraternite Sufi attraversarono il Marocco, l’Algeria, la Tunisia, la Libia. Erano accompagnati dalla loro musica. Le canzoni del maluf sono mistiche, appassionate, percorse da un erotismo nascosto. Nei cortei di Maoled i ragazzi le cantano a voce alta, ridendo, oscillando, chiudendo gli occhi per l’intensità. Grande la storia del maluf: a Tripoli quelle parole che arrivavano dall’Andalusia furono musicate, vennero costruiti spartiti, affinati i versi dei poemi. I ragazzi fanno a gara per cantare: le parole d’amore devono essere profonde e volare oltre le grate delle finestre e i muretti delle terrazze aeree. Devono raggiungere il cuore di quella ragazza. Lei deve capire che quel canto gridato per i vicoli della città vecchia è tutto per lei.

   

 

Tripoli ha un’aria frastornata nei giorni del Maoled. I negozi aprono con lentezza. Si sa che qualcosa sta per accadere. Si vedono piccoli preparativi. Gli uomini sono più eleganti. Le jallabia sono pulitissime, bianche, perfettamente stirate. I gilet sono degni di sfilate di moda. I ragazzini sono agghindati con minicostumi tradizionali. Gruppetti di ragazze (le più coraggiose, le più sfrontate) sfiorano la processione degli uomini. Per molte di loro, il Maoled è l’unico momento di vera libertà in un anno: uscire di casa senza essere accompagnati dalla scorta di madri e nonne. Nelle case si sono preparati dolcetti al miele e piccole pizze. Gli uomini hanno scaldato il thè. I più pigri e i più ricchi sono andati in pasticceria e sono tornati con vassoi di cremini. Tavolini sono sistemati fuori dalle porta di casa: dolci e leccornie sono offerti alla gente della processione. Nel quartiere di Gurgi, periferia diventata quasi centro di Tripoli, il Maoled è festa paesana: il corteo dei cantori e dei musicisti ruota per le sue strade e la gente scende dalle case. Lampadine colorate illuminano piccoli banchetti mentre la musica vibra senza alcun riposo. I vecchi hanno messo le sedie ai bordi delle strade: si godono il corteo del Natale.

 

 

Bashir el-Zorgani, sheik della zawya di Gurgi, indossa occhiali scuri e un turbante bianco nasconde i capelli. E’ il figlio dello sheik che riaprì, anni fa, le porte di questo ‘angolo Sufi’. Dice: ‘Maometto ha vissuto all’aperto. Era l’ordine di Allah: uscire fuori, farsi vedere, parlare con la gente. Per questo noi non ci rinchiudiamo e usciamo con le nostre processioni’. Nel vecchio suk dell’oro usato, uno dei cuori della città vecchia, riappare el-Zorgani. E’ dietro il bancone del suo bar. Prepara thè e panini con il kebab. Spiega: ‘Un buon musulmano lavora, è dentro la società, sta in mezzo alla gente’. Non esiste, nel sufismo, la casta dei sacerdoti, degli imam, degli ulama. El-Zorgani divenne sheik di Gurgi per la sua cultura, per la sua maestria, per la conoscenza delle ‘cose proprie’. Hameda el-Wehesci, sheik della zawya Sarira, è un uomo grande e grosso. Lui ha studiato il maluf: ‘E’ nato dal cuore. Vi era la musica, inseguiva l’amore, era capace di farlo percepire’. I Sufi hanno trovato le parole per cantare ‘i complimenti’ a Maometto’. La famiglia di El-Wehesci da sempre vende stoffe. Sono i gesti invisibili di Hameda, è il suo sospiro che arriva dal cuore a guidare lo dhikr nella zawya Sarira.

Il vecchio sbuffa con un broncio rassegnato di rughe: ‘Colpa vostra. Un tempo non c’erano tutti questi scoppi’. Attorno a lui è davvero battaglia. I ragazzi dei vicoli si sfidano a colpi di petardi e bengala. Si nascondono dietro un angolo, sfregano la punta di un piccolo cilindro contro la scatola dei fiammiferi e lanciano la loro arma. Finisce in mezzo a un gruppo di altri ragazzi. Che si spariglia con la velocità di un lampo. Le ragazze, come a Fuorigrotta nei giorni di San Gennaro, come a Barcellona nei giorni di festa, come durante i carnevali del mondo, sono vittime predilette dei guappi tripolini. Le bande dei vicoli hanno accumulato petardi per giorni e giorni: in questo Maoled profano, è l’ora della battaglia. ‘Siete stati voi italiani ad insegnarli a usare queste cose’, brontola il vecchio. Se è vero, i ragazzi di Tripoli hanno imparato in fretta dai loro fratelli napoletani a far scoppiare mortaretti: a Natale la capitale della Libia è come il capoluogo campano nelle ore della fine dell’anno. Ma, nel caos della festa, un vecchio venditore di ceci e fave spinge ancora il suo carretto per i vicoli: le braci scaldano di continuo la sua zuppa. I ragazzi, in un attimo di tregua, ne comprano un bicchiere dopo l’altro. E’ un grande giorno per il vecchio. Il Maoled è, come ovunque il Natale, festa pagana. Festa felice, notte fantastica di Tripoli.

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