Il gioco del mondo/Quando si cade nel romanzo?

 

 

Julio non mi parla da tempo. Non lo fa apposta, non è arrabbiato, non si arrabbia mai. E’ troppo alto e il sangue non arriva fino alla punta dei capelli. Del resto non ci eravamo fatti promesse. Ha una fitta all’altezza del petto e, non lo direbbe mai, sa che Roberto sta scalpitando in attesa del suo turno. Già vede le sue parole come se fosse dentro un caleidoscopio. E allora vorrebbe che questa storia andasse avanti. Il vino rinsalda la notte e, vivadio, Julio non è tipo da impegni. Se non per rivoluzioni. Rivoluzioni che, per un momento, non sono apparse chimera. E’ piovuto, alle nove comincia il freddo, arriva dal fango, da sotto. Se ci fosse un camino, dice Julio, e si alza. Si versa un poco di cognac, non mi chiede se ne voglio un bicchiere, si rimette a sedere, sembra un trampoliere con quelle sue gambe che arrivano fino alle spalle. Allunga una mano e pensa a Carol: ricordava sempre meglio, un cartoccio di mandorle. Avverto il tocco delle mandorle sui miei denti. Mi alzo anche io e mi affaccio all’alba, il salice era come sospeso in un’aria umida. Era bello là fuori, ma non ci andava di uscire. Andai nello sgabuzzino, esplorai gli scaffali con fiammiferi diffidenti. Cercavo anche io un ricordo, un oblio a poco prezzo, mi ritrovai a fare l’inventario delle sardine. Mi era già accaduto anni fa, e da tempo mi dico che dovrei fare l’inventario dei frammenti. Tempo per la vecchiaia. E mettere via via un segno contrario quale possibile forma della sopravvivenza. Julio si alzò, andò in camera da letto, ne tornò fuori con un sorriso e un’aria disperata. Si smarrì. Cominciò a riscrivere, si macchiò la lingua con l’inchiostro e rivide l’amico intento a leccargli l’uccello, umilmente, sostenendo il suo comprensibile abbandono con le dita e mormorando il linguaggio suscitato dai gatti e dai bambini alla mammella.

Ora mi sono distratto, il sesso mi distrae sempre, mi accoglie, mi tiene con sé, come un volo fra gli alberi. devo andare, non so quando comincia l’andare, tutto questo doveva essere finito con il primo autunno, prima che le foglie cadessero, e ora è pieno inverno e nemmeno a metà sono. Devo andare, quando comincia l’andare? Quando chiudi la porta con la manata e lasci le chiavi sotto il vaso dei gerani? Ci sono dei segni per terra, li riconosco ancora una volta: il gioco del mondo si fa con una pietruzza che si deve spingere con la punta del piede. Ingredienti: un marciapiedi, una pietruzza, una scarpa, e un bel disegno con il gesso, preferibilmente colorato. Julio adesso sorride e fa per spingermi ad andare: dai, non importa, faremo, tranquillo, un mondo a chiocciola, un mondo rettangolare o un mondo fantasia. Ora dice: ‘Un bel giorno s’impara a uscire dalla Terra e a far risalire la pietruzza fino al Cielo, fino a entrare nel Cielo’. E’ così che termina d’un tratto l’infanzia e si cade nei romanzi, nell’angoscia per il razzo divino. Oramai è solo lui a occupare le pagine: una pietruzza e la punta di una scarpa. Guardo le mie scarpe, ho un sassolino in tasca, lo tocco. Je ne oublierai pas le temps des cérises. Oh, il sapore delle ciliegie. Su una montagna in Iran, in un albero nella terra del Sud. Il sapore delle ciliegie. E’ la ragione per vivere, questo l’ho scritto mille anni fa, copiando da una frase afferrata al volo.

Quando comincia l’andare? Julio oscilla dalla sua altezza, rassicura Carol (arrivo!) e mi accompagna verso la porta. Mi dice, a voce alta e sussurrata, cose senza senso: come la molla rotta di un orologio che faccia saltare in mille pezzi il tempo degli impiegati.

(letto da pagina 199 a pagina 212, nella grande sala della casa del popolo di san casciano. Scritto, infrangendo le regole, in una cucina con il sole della domenica che incendia la chiesa del Carmine. Polo, mille anni fa, scattò una bella foto della chiesa-sorpresa)

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