‘Togliere gravità’

La colazione dei giapponesi

 

Al mattino, cielo anche color notte, vago con due giapponesi (si riconoscono dagli inchini) alla ricerca della sala-colazione dell’hotel da mille stanze. Fatemi conoscere l’arredatore dell’albergo. Saliamo tre piani, ne scendiamo uno. Sbuchiamo in un cortile da penitenziario.

Il cortile dell’hotel

Altri centoventi giapponesi e una pattuglia di nigeriani assaltano, con code ordinate e silenziose, i vassoi delle frittate, del prosciutto arrostito e dei formaggi. Mi ritiro con fare distratto, mi accontento del caffè. Temo per l’equilibrio dei piatti. Costruzioni da monumento. Dove l’hamburger sta in posizione quasi verticale infilato sulle melanzane grigliate e il prosciutto spenzola come una stoffa sullo stendino.

Dream? Smile?

Che ore sono?

Gli aerei si impigliano nei rami

C’è neve sulle montagne di Madrid. Adios. Mi piace l’aeroporto di Madrid, terminal Iberia, ha un tetto di onde. Siedo davanti a Bulgari e Ferragamo e scruto i movimenti dei commessi. Guardo con ammirazione una donna che seduta su un panchetto spolvera gli scaffali delle cioccolate. Lo fa con metodo.

Bulgari

 

La ragazza davanti a me ha tre orecchini, un sorriso da adolescente e un sonno infinito. Appoggia il braccio sul telefono e si addormenta.

La ragazza dei tre orecchini

In Costa Rica va un uomo che, fino all’ultimo minuto, parla di serramenti e finestre. Commessa da 80mila euro. Veste come un ragazzo, senza calzini e tuta da viaggio. Ha già fissato tre riunioni per quando sarà di nuovo in Italia. Parla a voce alta.

Le onde del tetto

Sottolineo: ‘Togliere gravità’. Già, togliere gravità.

Nessuno mi siede accanto. Non vi è un racconto di questo balzo oltre il charco. Il sole non se ne va mai. Ne rimani sempre stupito. Credo di aver detto soltanto: ‘Vino blanco’. O forse ho detto ‘white wine’ e ringraziato ogni volta. Gli aerei sono spazi di sicurezza. Dove sei grato per un bicchier d’acqua e per un panino. Potrei dire di Gerda, di un film triste, di Julio che non entra nei sedili della classe economica. Ma, per un momento, si siede accanto a me e mi aiuta con le parole. Ma poi se le porta via. Gerda non lo segue, lei, che ‘non rinuncerebbe a qualsiasi morso di felicità si possa rubare al presente’, rimane.

Anche se il suo sorriso è lo stesso del Messico di quaranta anni fa: ‘No para siempre en la tierra, solo un poco aquì’.

L’hotel

 

8795 chilometri. Dieci ore e mezza. Ci tengono a essere precisi al millimetro.

Non ho pianto.

‘La tua presenza qui è un regalo’.

Il cielo è umido di pioggia.

La mia seconda camera, questa sì è già colorata e da ricordare                                                                                                                  Gallo Pinto, Buda che gioca con un pezzo di legno, sempre il solito, la tende che vola, le chiacchiere nelle notte. Sul racconto. Sul miracolo.

 

 

 

 

 

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