Il gioco del mondo.13 (credo)/Non andremo mai in Costa Rica

E poi, su un foglio, incontri Rayuela

Julio si incastra fra i sedili. Le ginocchia sfiorano il mento, avrebbe fatto a meno di questo viaggio, ma alla fine non poteva non venire, si va nel suo paese. Forse. E allora si cambia capitolo, si cambia geografia. Da questa parte. Per un po’, per sempre, per un andare e venire, senza senso, cercando un senso. In fondo Julio si interessa, fra un mate e l’altro, di culture transumanti. E lo fa con sfoggio di saggezza.

Si siede, aspetta che l’aereo decolli, deve camminare un po’, è inquieto, si siede di nuovo, si addormenta, si risveglia, legge. Non dava la colpa né alla vita, né al destino se non aveva viaggiato quanto gli sarebbe piaciuto. Ma, lo riconosceva, era una pietra nera sull’anima. Ora mi rendevo conto di non aver mai viaggiato. Nemmeno questa volta è un viaggio. E’ barare. Devo farmi dire che così non è: ‘Così non è’, devo dirlo io: ‘Così non è’. Hai paura? E di cosa? Hai varcato frontiere. Eppure quando ti ho conosciuto ho pensato: quest’uomo ha la pace dentro. Ti guardo come se stessi di fronte a un mistero. O a un dubbio. C’era sempre qualcuno ad aspettarmi. Leggo: non andremo mai in Costa Rica. Ma proprio lì stiamo andando, dove Julio ha incontrato Ernesto e Sergio, forse proprio lì è cominciato. Per me e per te. Che strano, il paese meno latinoamericano che puoi immaginare. Dove, nei mercati, i venditori di frutta indossano tutti la stessa maglietta.

Gli aerei sono brusio di fondo, un luogo di ovatta dove i fruscii scivolano sulla plastica. ‘White wine?’. Mi alzo, per sentire i miei passi su una moquette. Vorrei poterti dire: il suo amore è fatto di pentole sporche, di lunghe veglie, di un dolce accettazione delle sue fantasie fatte di rimpianto. Julio ha dalla sua la simpatia, si mette a parlare con una hostess. Che non lo ha riconosciuto. Leggono in pochi. Un cronopio sorride felice: hai ritrovato la voglia di corteggiare? Julio lo guarda con un’occhiataccia. Un fama non perdere l’occasione: non valeva la pena che attraversassi la pozzanghera se ti metti a parlare di caffè. Torna a sedere e mi dice: ‘Tutto il passato non era avvenuto’. Io rispondo: ‘La maturità in fin dei conti è un’ipocrisia’. Bene, e ora? Si rese conto che il ritorno era in realtà l’andata. Bene, e ora? Julio sbuffa: ‘Quello che ti succede è perché non sei un poeta’. Uno che parla chiaro, sento uno strappo al cuore nel dargli tutte le ragioni del mondo. Avevo vanità da poeta, ora qualcuno mi metteva di fronte alla storia della poesia. Comincia daccapo. Conto le sillabe, è un buon esercizio per un aereo, invece di guardarmi un filmaccio. Ho avuto del metodo nella pigrizia, nel sonno, nel lasciare andare. Ecco, questa tua fiacca metodica non poteva far nascere nulla di buono. L’aereo atterra, io sono lento, sono basso e non riesco a scastrarmi. Julio, che è due metri, è già lontano, lo vedo in cima alla coda, mi saluta senza nemmeno voltarsi. Fuori lo aspettano. Io cerco di evitare il raffronto con il ragazzo della dogana, che nemmeno mi guarda, mentre sbircio il nome dell’hotel nel quale non andrò. Il che risultava piuttosto un controsenso. Ecco, i cinque cani, un Buda, due gatti, il riso e i fagioli. Siamo in Costa Rica, Julio se ne va con i suoi amici.

Da questa parte del mondo. Fino a qui, sono arrivato. Da 37 a 40, le storie sono più veloci da questo lato del charco. Letto in un aereo, Julio seduto vicino a me, che mi impediva di passeggiare nel corridoio. Scritto, sempre violando le regole, in una sera della Garita, ascoltando un jazzista tico. 

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