Il gioco del mondo. 14/Non c’era alcuna ragione di questo viaggio (ne bastava una sola)

Ho aspettato un po’. Ho aspettato che nessuno passasse

 Alla fine, Julio ha deciso per me. Per lui, ci vuole un certo coraggio. Le gambe di un fenicottero quasi si spezzano nel sedersi in bus centroamericano. Il ragazzo dei bagagli ha avuto pietà di lui e non gli ha fatto pagare il sovraprezzo. Julio non se è accorto. ‘Va bene, andiamo’, aveva detto. Con quel caldo gli riusciva difficile raddrizzare i chiodi e allora era venuto a cercarmi. Non disse nulla, fece un cenno con la testa. Tutti sanno quanto sia pericoloso non dare retta a un tipo altissimo che ha in mano una manciata di chiodi. Non potevo far altro che seguirlo. E ora sono un bus. Era buio quando sono partito, il ragazzo gordo ha gridato il nome della città e noi, come topolini dietro al pifferaio, ci siamo alzati, con il nostro carico di valige, in un fragore silenzioso. Julio sonnecchiava, poi è arriva una luce bianchissima, poi una pioggia improvvisa, gocce a forma di spillo entravano dal finestrino.

La donna accanto a me indossava scarpe rosse e allattava una bambina che sfiorava il mio braccio. Io ho cercato di rispondere ai suoi sorrisi. Ogni tanto appariva un ragazzo, il marito, immagino: si prendeva la bambina e la coccolava un po’. Arrivò con un po’ di pollo ben fritto e mangiarono assieme. Mi sono alzato per lasciargli il posto, ma stare vicino a Julio era impossibile. Ho aspettato che finissero, mi era venuto un principio di fiacca e così mi sono addormentato. Ho sognato un choque. Mi sono svegliato ed avevamo investito un chapulin. Non so cosa sia un chapulin. Julio era sceso a vedere. Risalì sul bus e disse una delle sue solite frasi. Suonava come: il tonfo di una camicia bagnata sulle piastrelle è indimenticabile. Voleva dire che era stato un bel tramestio, nessuno si era fatto male e io lo avevo previsto. Lo avevo sognato prima che accadesse.

Ecco, la paura. Se ne accorge Julio, se ne accorge perfino la donna dalle scarpe rosse. La bambina prova a graffiarmi le dita, a distrarmi, mi ripugnano i granchi eremiti. Io cerco di distrarmi così. Ma non ci riesco. Julio svanisce, c’è il sole, la pioggia e la paura. Non è una buona partenza, porcamiseria poteva essere un buon punto di partenza. Ma sono le tre del pomeriggio, ho girato in lungo e in largo il villaggio. Ho ascoltato storie, sono andato al cimitero. Non ho niente da fare. In camera, c’è la paura. Ha un colore azzurro. Arrivi all’osso. Questa è un’illusione. Julio? Eppure stamattina avevo visto (e fotografato) un gioco del mondo e Oscar mi aveva offerto il caffè. Quanto tempo? Fedeltà e complicità. Alzi la mano chi conosce la definizione di fedeltà: voglio uscire, tutto inutile, comincia a rigirarle, a leggere le etichette. Non muoverti, non respirare neppure. Devo uscire, andare al fiume, aspettare, i ragazzi si mettono occhiali a specchio, come calassero una visiera. Devo uscire. Julio! La bambina succhia il latte con calma, la donna scende grattandosi un capezzolo. Ho letto qualcosa che non avrei dovuto leggere. Cadendo emise un miserevole miserere.

 

(Capitolo 41, letto stretto in un bus verso la frontiera, scritto una stanza di tre metri per due, con le pareti verdoline, il ventilatore – abanico – e lenzuola color marescuro, una luce a risparmio energetico – le detesto. Fuori i muratori buttano giù muri. Non so uscire da qui, alla fine sono uscito, sono andato a sedermi in una panchina in mezzo alla foresta. In attesa che non passasse nessuno)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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