Il gioco del mondo.15/Julio en Solentiname

Rayuela come benaugurio a Los Chiles

 

Quante regole infrango. Sentirsi una divinità, quasi orgogliosa della sua incurabile frivolezza: posso infrangere regole a comodo. In fondo le parole sono come noi, nascono con una faccia e non c’è rimedio. Nessun rimedio. Anche se gli orari del bus sono inesistenti. Ho il presagio, un cane in mezzo alla strada, vi sono quasi sempre cani in mezzo alla strada. Nella solitudine. E i segni rosa del Gioco del Mondo sull’ingresso in cemento di una casa. Julio deve essere passato di qui. Altro non devo fare che seguirlo, alla stessa maniera di come si sta dietro, balzelloni, ai saltelli di un airone. In fondo ‘per arrivare al cielo servono solo un sassolino e la punta della scarpa’. Nella foto, appare il cartello di una ‘funeraria’. Vorrei che non ci fosse.

Alla fine questa è una cronaca. Aspetto, il tempo di un gallo pinto. Di huevos revueltos. Sono io a chiedere? Davvero ho questo coraggio? Ascolto le mie parole. Non c’è traccia del bus e il pirata gira attorno a me e al pentecostale. Un brav’uomo, il solo argomento di conversazione è Cristo. ‘Per fortuna hai una religione. C’è gente che non ce l’ha’. Il pirata si siede sul bagagliaio della macchina, sa che cederemo. La sua offerta è conveniente. Il pentecostale, con le tasche di spiccioli, contratta, io lascio perdere. Che sia tranquillo ‘el gato’, il pirata che toglie la federa di fango per fare sedere le mie natiche sul pulito. Mi chiede, credo che mi chieda: non ti hanno mai colpito i saliscendi delle porte? In fila, alla frontiera, ci sono un project manager che è stato a San Marino, il pentecostale e le donne dei commerci fra una frontiera e l’altra. Si passa di doganiere in doganiere. Dovrei vedere Julio, è così alto. Mi viene un pensiero fosco: Da quando ci conosciamo non facciamo che farci del male. Tiro via lo zaino, zigzago fra le pozzanghere, assumo un’aria da duro, ma se ne accorgono subito, gioco con uno scambista, un solo dollaro, mi serve solo un dollaro. Mi fa un cambio migliore, perché ho gli spiccioli. Sobbalzo di fronte al viso sottile dell’uomo della frontiera. Non hai la ‘febbre gialla’? Tolta dal passaporto appena un’ora prima di andar via. Di nuovo quel pensiero: pensa che da quando ci conosciamo non facciamo che farci del male. Non so cosa cambi, dopo un po’, in labbra sottili e naso a punta. ‘Non sei stato a Panama, verdad?’. Alza il pollice, quasi strizza un sorriso, non deve esserci abituato. Le lancette hanno camminato, figliolo. Sono di là, ho foglietti in mano, agli estremi della frontiera hanno messo donne dall’aria tenera che cercano di essere torve, spingo lo zaino oltre la sbarra e ruoto sopra la pozza dell’acqua. Adesso il microbus, un altro scambista: ragazzi, niente vincita alla lotteria oggi. Al solito, con banalità, ci pigiamo in ventidue nel combi che corrompe, con un sacco di pesce, il ragazzo del pedaggio.

Non trovo il coraggio (non dimentico, la paura, questa è una paura diversa, ha a che fare con la timidezza, con il non-coraggio, con le parole, con le occasioni perdute, con il tempo che passa, con le perdite, con l’incanto che non si afferra. L’altra, la paura-compagna, se ne sta buona, dormicchia nella mia tasca come un piccolo canguro)..non trovo il coraggio, dicevo tre righe fa, di chiedere alle donne che mi sono di fronte di farsi fotografare. Donna magra, denti in fuori, maglietta nera, viso ad angoli, rossetto sfolgorante che macchia i denti. Donna dai grandi occhi e grandi labbra rosso-hollywood. Occhi chiari, certamente abuelos di altre terre, viso che cadrà nelle rughe, lava i panni a 60 dollari a settimana in Costa Rica. Ma le danno alloggio e cibo. Risparmia almeno 40 dollari a settimana. Ha paura, so che ha paura. La ragazzina si fa spettinare i capelli dal vento e la donna saggia le chiude il finestrino: ‘Vuoi finire all’ospedale, mi amor?’.

Chi segue chi? Siamo tutti dietro a Julio. Paula fa un passo di lato per lasciarmi andare e seguirmi. Ne leggo il cognome italiano, ci sono altri due italiani: Malizia, Tagarelli, Achinelli. Sicilia, Mola, L’Aquila. I bisnonni che si persero nelle onde. Che s’inventarono le loro vite. Loro sì, che viaggiavano. Julio se la gode la nostra attenta disattenzione. Paula scrive la ‘i’ così: ‘:’.

Il ciclo del mate si chiuse senza essere consumato, eh no, una volta tanto, consumiamo tutta l’acqua del mate, non è un cerchio, ma un semicerchio, avverto l’amaro sulla lingua. Mi piace. Ecco, sono a casa. Passiamo el mate di mano in mano. Davanti al lago.

Come concilio questi sogni? Ora terribile di chiave nelle porte e corse all’autobus, a quest’ora quasi nessuno fa l’amore. Qui non è, puoi dire che ti prende la noia e l’isolamento, puoi dire che ti stai perdendo, puoi dire che non ci sono strade, puoi dire che dietro la cortina non è così bello. Certo, le porte hanno le chiavi, ma non ci sono ‘ore terribili’. E, a naso, qui fanno l’amore appena possono e anche quando non possono. Don Francisco ha avuto venticinque figli. Con sei donne. Guardo le barche andare e venire, con la loro perfezione, la stessa rotta, gli stessi gesti, la sorpresa, gli zaini protetti, alzarsi, incuriosirsi, guardarsi attorno, annoiarsi, andare via, un momento. Siate come il passeggero di una nave che comincia ad allontanarsi dal molo. Ci sarà il tempo, il modo, accadrà, maledizione. Ci saranno navi per le quali le nostre promesse, le mie, quelle di Malizia, Tagarelli e Achinelli non saranno che foglie nel vento. Ma sono foglie rosse, gialle, porpora, lillà, foglie belle a vederle volare come ‘cometas’.

Lei si guardava la mano e faceva vibrare l’arcobaleno fra le dita.

Qui ci vuole una citazione, incisa sulla pelle di un rospo che saltella a notte sul cammino di cemento: Oh cuore mio, non alzarti/a testimoniare contro di me

 

(Letto seduto al tavolino del Buen Amigo, isola di Macarrón, Julio passò di qui nel 1976. Scritto da un luogo non troppo lontano da dove Julio dormì, guardando il lago che lui vide calmarsi quando a sera si sedette su una pietra. Il bloguero esperto mi dice: mai più di 400 parole. E questo sono 979)

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