Papaturro, Pietrapertosa, Tricarico

Rio Papaturro (foto di Emiliano Malizia)

 

E poi fai qualcosa che non è ‘lavoro’. Non devo scrivere di Papaturro, non ci sono poeti a Papaturro. Oppure tutti sono poeti, perfino quei falsi indifferenti dei caimani. Che nome: Papaturro è un personaggio di Topolino…Papaturro è nome che non si arrotola, si distende nella lingua. Sì, vado a Papaturro per un giorno senza impegni, perché, con un giorno más all’isola, potrò andar via (andar via? Sei matto?) con la barca di chi va al mercato di San Carlos. Alle cinque del mattino. E poi vado a Papaturro perché ci sono i chicos dell’Argentina che si meravigliano di ogni filo d’erba. E hanno il coraggio inconsapevole e saggio.

 

Andiamo, all’alba

E Jorge fa un buon prezzo. E’ tranquillo, Jorge. E c’è il cielo grigio, il lago quasi tranquillo e le sei del mattino, l’ora in cui gli animali ancora non si sono spaventati dall’andirivieni sul fiume. E lustrano le penne al primo sole. Attraversiamo il lago e, sull’altra sponda, le erbe d’acqua si aprono per lasciarci passare. Garzette come sentinelle. Il gioco è scorgere le iguane immobili, aggrappate come strani addobbi ai rami, se ne intuisce il respiro, gli uccelli tuffatori che spariscono sotto il velo dell’acqua scura, il volo un po’ infastidito delle garzette disturbate nella loro vanità, il serpente nemmeno apre gli occhi con gli intrusi a un metro di distanza (alza una palpebra, potrei giurarlo, come a dire: ‘Scocciatori’), le scimmie non vogliono saperne di svegliarsi (e ruggiscono come sbadiglio), il bradipo invece sorride con la sua aria felicemente addormentata. La foresta ha il dono dell’immobilità e della lentezza. Foreste per gente lenta. Non hanno fretta gli animali di Papaturro.

Sentinella, da quanto è cominciato il giorno?

 

Loro

Scambio di carte con un soldato. Che le scorre come se avesse un senso leggere i nostri nomi di ricercati, ma dobbiamo fingere. Mi addita per le macchine fotografiche: non ci provare. Io?

Rio Papaturro
Guatuzos y Sonia truccata truccata

Stivali di gomma, il gioco dei turisti, i ragazzi, l’antropologa di New York, più antropologi che indigeni, i caimani intristiti, le tartarughe che saranno vendute o liberate. Ci beffano un po’ al rifugio silvestre de los Guatuzos, ma Sonia ha un bel sorriso, è apparsa truccata truccata, con rossetto smerigliato, in mezzo alla foresta, impeccabile in jeans elastici. Poi un passaggio aereo, e allora, sì, sfido le mie vertigini mano per mano con Lucio, per fortuna l’uragano ha dimezzato il viaggio sopra gli alberi. Chiudo gli occhi, stringo la mano.

Michele De Fina

Ma ora è il tempo di dare un senso a questa bellezza. Che è stata arredo e scenografia di un incontro. Con Michele. Che non sembra nica. Lo diresti messicano. Tozzo, squadrato, barba folta. O, forse, lucano? Non, non è possibile. Antropologo e qualche parole di italiano. Allora chiedo. E lui: mio padre è nato a Pietrapertosa. Ecco, pelle d’oca. Il padre, Pietro, se ne venne via dal paese negli anni ’50. Era un bambino, migrò assieme al padre Mario e al fratello, zio di Michele. Non mi dice niente delle mogli, delle donne dei due vecchi allora giovani. Rimasero al paese, le donne? I due uomini e il bambino andarono in Venezuela. Passarono gli anni. Pietro era un rivoluzionario. Nel 1980 non riuscì a resistere al richiamo della Rivoluzione, alla grande storia del sandinismo. Venne in Nicaragua, allora aveva poco più di trent’anni. Internazionalista. Ci è rimasto, si è sposato, alla fine, dopo molti anni, è nato Michele. Pietro è morto, non è mai tornato al paese, ma mai ha dimenticato Pietrapertosa. Deve averne parlato a lungo al figlio: che sa e mi dice della Rabatana, degli arabi, perfino dei francesi e che descrive le case che diventano roccia come se le avesse viste. Ecco, lo invito io al paese. Scrivo al sindaco, a Pasquale. E lui mi manda i documenti elettorali di Pietro e Mario De Fina. Pelle d’oca. Come se io fossi di Pietrapertosa, come se io fossi del Nicaragua. Ma incontrare Michele in un fiume di caimani, nella foresta tropicale e ritrovarsi al paese dell’altra mia terra, è un brivido nella pancia, ho le lacrime vicino alla ciglia. Gli racconto della festa degli alberi, del Maggio: ‘Fai l’antropologo, no? E’ la tua storia, questa’.

Antonio

E dalla Lucania arriva la notizia. Lo saprò in ritardo, nessuno connessione con il fiume. Messaggio di Daniela. Poi anche Cristina. Canio mette una mia foto. Se ne è andato Antonio Infantino. Se ne è andato un pezzo di musica e una storia al vento. Se ne è andato il rullo dei tamburi e la chitarra battente e il gracchio della voce. Quel gesto con le mani sul collo, trasformare la gola in strumento. Per me, è una storia lontana: Antonio, a Firenze, suonava all’università occupata e noi, ragazzini delle medie, con nelle orecchie i Beatles e i Rolling Stones, andavamo a muovere le gambe con una musica che non sapevano. Musica ignota che non dava pace, e che, allo stesso tempo, era nostalgia. Niente sapevamo del Sud. Alla fine comprai un disco, dalla copertina blu, credo: I Tarantolati di Tricarico…mille anni per riascoltare Antonio in una piazzetta di Aliano, avvolto in una sciarpa bianca. E baruffare con i suoi ragazzi, sempre affamati, al buffet. E sentirlo litigare nella sua giacca di velluto marrone anche in estate. La bellezza di questa foresta accarezza il figlio di un uomo migrato da Pietrapertosa, arrivato fino a qui per una Rivoluzione e un cantore irrequieto e ribelle di Tricarico. Cosa faccio con la luna che splende dietro una cortina di alberi e illumina il grande lago? I ragazzi dell’Argentina si incantano per la luna buena.

Rio Papaturro

Il lago si diverte nel ritorno. Si alza il vento, le nuvole ci aspettano al varco. Jorge sistema con cura i bagagli, passa cerate, rallenta, ci fa spostare per bilanciare la barca, lui sa cosa accadrà. Andiamo? Andiamo. E il cielo si apre, mostrami tutta la tua potenza, l’acqua arriva dal basso, dall’alto, da poppa, da prua, sale dal lago, cade dal cielo, Jorge è una statua di lacrime, ma è impassibile. Noi chiudiamo gli occhi e sentiamo i fiumi che varcano il confine delle magliette, dei pantaloni, scendono per le gambe, risalgono. Beviamo. E ci viene da ridere, chiniamo la testa, come a fendere la pioggia e le onde.

Paula y la tempesta

In mezzo minuto siamo asciutti. Ecco, è andata così. Lucania, Pietrapertosa, Tricarico, Papaturro, Solentiname.

 

Come fanno i viaggiatori che si separano?

E’ questo l’incontro?

Ci incrociamo per un caso.

Chi segue chi?

Los chicos piensan: se perdiò y me miran.

La chica piensa: el sabe y lo seguì.

E poi si separarono

facendo promesse.

 

Il lago, alla sera

Ognuno sale sul suo bus, sulla sua barca

E’ ‘normale’ l’addio senza addio

Il gesto dell’abbraccio

La mano che va in aria, il braccio che compie un semicerchio

Le guance che mimano un bacio.

Pelle d’oca.

Un passo dopo l’altro.

Per allontanarsi.

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2 pensieri riguardo “Papaturro, Pietrapertosa, Tricarico

  • 6 febbraio 2018 in 8:12
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    Come fai a “pescare” sempre storie così affascinanti, a tessere fili tenui e fortissimi di qua e di là dell’oceano, a costruire ponti in un mondo di muri?
    È il dono di avere le antenne sempre vigili

    Risposta
    • 6 febbraio 2018 in 12:21
      Permalink

      Non mi accorgo di molte storie, Donatella. Ho il vantaggio (e lo svantaggio) della lentezza: se vai piano, vi è qualche possibilità in più della casualità. Un po’ come andare a piedi, invece che in macchina. Ma sono anche distratto. Forse più attento al dettaglio, che all’insieme. Mi sfuggono storie grandi e ho attenzione per quelle piccole, per le non-storie. A volte è un guaio, a volte un privilegio.E, andando a piedi, ti accorgi anche che le persone sono migliori di quanto si legge sui giornali. O per le meno incontri più persone disposte ad aiutarti o a parlare con te di quanto immagini. E, pensa, io ho sempre come compagna una paura forte, che se ne sta fra lo stomaco e la mia spalla. Un abbraccio. Ti devo ancora una ‘cosa’.

      Risposta

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