Il Gioco del Mondo.16/Le stelle sono più buone delle carote

Domenica domenica alla laguna

 

Dovrei guardarmi attorno. Non è facile in una città che è un inganno di lustrini. Questa notte Julio avrebbe visto alberi dai rami di metallo accendersi di colori: verdi, gialli, rossi, porpora. Alberi della secessione viennese, nei viali di Managua, i taxisti ridono a denti stretti, Julio ha difficoltà a riconoscere la sua città. Non ha avuto il coraggio di fermare la macchina e allora si mette a scambiare parole assennate con l’uomo al volante. Era un presente nel quale si sentiva all’improvviso immerso e costretto, che altro potevi fare? Bisognava proseguire, farsene una ragione, il mondo era cambiato e ora il ragazzo gli diceva: ‘Nada, nada’. Non contava nulla il passato, forse nemmeno il presente e il futuro era un passaggio di frontiera. Il taxista rallentò alla rotonda del pugile. Julio gliene fu grato, stava cercando di sentirsi ancora una volta al di fuori del tempo degli altri.

‘Guarda, gli disse la cameriera a cui aveva chiesto un succo che sapeva essere dolcissimo, gli dispiace che tu sia tornato e gli dispiace che lei abbia atteso, lui sperava che fosse rimasta per un’altra ragione, per un altro uomo’. E’ un penepolismo esacerbato, insomma. Sì, questa era una notte strana. Fece per andare a dormire, si mise invece a seguire la voce della ragazze o l’abbaio del cane. Si mise a ricordare, la giovane donna dai jeans stetti aveva le dita sporche di rimasugli di carota e a lui non piacevano le carote; cercò di regolare l’acqua calda, non gli riuscì andò a cercare un uomo di fiducia e proprio perché era onesto l’uomo dovette ammettere: ‘I problemi sono come gli scaldabagni Primus, tutto va bene finché non scoppiano’. E non si mosse, indicò un cestino e disse ancora: ‘Le stelle cadono in quel cestino, potresti pelarle e mangiartele’. Le stelle sono senz’altro più buone della carote.

La macchina lo lasciò all’esquina. Non si vedeva niente, avevano spento gli alberi, cercò di guardarlo da buio a buio, e vide una piccola fonte luminosa. Una lucciola, forse? Un oggetto fluorescente uscì da quel punto oscuro. A quell’ora di notte era ammettere la paura. E perché non doveva ammetterla? Era lì, lo aspettava, né minacciosa, né invadente, stava solo lì e un po’ si strusciava alla sua pancia come a chiedere perdono. Entrò la padrona dell’hostal, il tempo diventa presente e lei strappa la ragnatela delle ore fonde della notte a manate di giornale radio. Julio appallottolò il foglio, non serviva più, capì che l’arte era lui e non se ne stupì, si sedette sul pancale di una barca ancorata al legno di un pilone. Pensò, mentre mi avvicinavo, ‘Non mi sono gettato giù’. E subito dopo: ‘Non può durare sempre’. E invece sì, disse Julio fra i suoi denti e il suo cuore. E si alzò.

 

(43-45. Letto sul bus da San Carlos a Managua, con il ragazzino che vende enchilladas che sguscia fra gambe e culi. Scritto nella veranda della casa di Sonia y Eduardo, mentre un ragazzo con baffi ottocenteschi, tutto sudato, appare cercando uno scialle che abbiamo lasciato qui un anno fa. Talismani?)

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