L’amaca di Silva

Fernando Silva

Il fiume era tranquillo. Il cielo del tropico era limpido, saturo di azzurro. Nemmeno una nuvola. Penso che non sono mai stato capace di fotografare un fiume. Sono su una barca, allungo il braccio verso l’acqua, mi bagno con gli schizzi che volano in aria. La mano afferra l’onda sollevata dalla lancia, la divide, si fa spingere via. Il fiume mi passa fra le dita, l’acqua diventa coreografia di un istante. La barca non è veloce, si muove con cautela esperta, cerca un passaggio fra le pietre della rapida. Mi piace la parola spagnola per rapida: raudal.

Il pilota conosce bene il río San Juan, è attento alle increspature, alla schiuma, al sovrammettersi di colori. Un ragazzo, accovacciato, sulla prua lo guida: impugna un bastone ed è pronto a puntarlo contro le pietre che affiorano. Avanziamo lentamente. Non so cosa fare con la macchina fotografica. Da una barca, la foresta mi appare monotona. Non c’è niente da mettere in primo piano. Scimmie giocose saltano di ramo in ramo, gli aironi bianchi sono statue immobili e indifferenti. Le mie foto non sono ‘giuste’, si appiattiscono di fronte a uno degli spettacoli più belli del mondo.

Coronel è appoggiato al suo bastone. José Coronel Urtecho è il maestro dei poeti del Nicaragua. Il suo basco lascia scoperta la fronte. Lo indossa come un berretto, lo calca bene in testa e nasconde i capelli pettinati all’indietro. Da quanto tempo vive qui? Da quanto tempo il poeta-maestro ha scelto la lontananza del río San Juan, lontano dai letterati di Managua? Coronel guarda le mie incertezze. Chiede: ‘Italiano?’. E poi, in una lingua strana, appena sussurrata, dice: ‘Questo è il fiume. Non cambia mai. E’ sempre tranquillo, non farti ingannare dai mulinelli, dai momenti di rabbia. E’ inalterabile, el rio. E gioca a riflettere quanto sfiora nel suo passaggio: gli alberi, gli uccelli d’acqua, nuvole. Riflette ogni cosa. E’ il padrone di ogni cosa. Come se fosse eterno. Tutto cambia attorno a lui e il fiume non cambia’. All’istante canticchio Mercedes Sosa. Fatelo anche voi, fa bene distrarsi un po’. Mercedes, poi, ci sta bene.

Accanto a Coronel, c’è il suo compagno di viaggio. Un uomo più giovane, altissimo, forte, con una barba nera ben curata. E’ ripiegato come un dromedario: le sue gambe, lunghe come quelle di un fenicottero sono incastrate nei sedili della barca. Ha un volto meticcio. Indossa un basco anche lui. So che scrive racconti sul fiume. So che scrive come parla, anzi scrive parlando. Lo avevo visto qualche giorno prima a El Castillo, il paese della pioggia, cresciuto, come un albero di mango, attorno alle rapide e alla fortezza impregnata di umidità. Il fiume è un serpente che scivola fra il fogliame della foresta, ma qui incontra un ostacolo, un balzo di pietre lo costringe a incurvarsi, a schiumare le sue acque. Accelera, si inarca. Queste sono le rapide del Diavolo. Il castello ha il nome della Madonna: solo l’Immacolata Concezione poteva rimanere, per secoli, a proteggere gli uomini e a sorvegliare gli scogli di un demonio fluviale.

Guardava il fiume, Fernando. Quest’uomo altissimo ascoltava la pioggia, llueve, de este lado viene el viento/bajando/ viene cacareando, alzando la cresta, i suoi occhi seguivano la corrente, non si perdevano un solo grido degli uccelli e dei pescatori. Non riesco mai a capire verso dove scorra il río San Juan: verso il lago o verso l’oceano? Fernando Silva, il figlio del Comandante Francisco, governatore del fiume, divenne capitano di una lancia a quattordici anni. Per due anni aveva già navigato con il padre sulla Santa Maria (maldito Colombo, ci ha legato a corda doppia a dei nomi), una barca a vela che trasportava uomini e merci sul Grande Lago. Fernando era fatto di acqua, di foresta, di pietra, di solitudine, di albero. Era il fiume, ne faceva parte. Il río San Juan era sua madre, la sua famiglia, il suo amico fedele. Lui appartiene al fiume, il fiume è suo, le correnti gli hanno donato le parole, la scrittura, e rivelato il loro mistero, il loro potere.

Io non mi dichiarerei mai: ‘Sono il più italiano’. Non ho mai avuto un’identità così precisa. Vedo Fernando fare un movimento impercettibile sull’amaca, una fila di uccelli passa in volo, se ne avverte perfino il fruscio. Ora so. Fernando Silva è il più nicaraguense del mondo. Non sono mai stato così vicino a capire cosa mi abbia travolto in questo paese come quando l’ho visto disteso sull’amaca. ‘Io sono l’uomo più nicaraguense del mondo, lo dico così, semplicemente. Sono l’uomo più nicaraguense, perché non mi interessa nient’altro, che ciò che è nicaraguense e non conosco niente di meglio di quanto è nicaraguense, e non so cosa potrei fare io se non fosse che lo faccio da nicaraguense, per quanto lo faccia bene o male, così è’. Così è. Così è. Il poeta più nicaraguense, il più nicaraguense fra i poeti. Si addormenta. Forse no, è come il fiume. Non dorme mai.

 

Non si vende una sola copia di un libro in più, non si vincono premi internazionali a dichiararsi nicaraguense. Ha qualche importanza? Sì, sono certo que sì. Fernando ha scelto.

 

Ora non è più sul fiume. Cammina nel corridoio di un ospedale. Lo immagino: alto com’è, la luce artificiale, per paradosso, lo fa assomigliare, con la sua barba nera, a un pirata, un corsaro del fiume. I suoi occhi cercano, le mani oscillano. La falde del suo camice bianco volano come se fossero grandi ali di un uccello fluviale arrivato fino a Managua. Assomiglia a un grande airone, Fernando. Strano: mentre naviga nelle acque del río San Juan o cammina in foresta, mentre osserva attento i contorcimenti delle rapide, Fernando è calmo, lento, privo di ogni fretta. Anche fra le corsie non smarrisce la tranquillità, ma è il suo corpo che accelera. Un vecchio è sempre seduto, contorto, in quel corridoio. Ogni volta che lo vede passare, cerca di fermarlo. ‘Muchacho, muchacho, sentate aquí, contame algo’. A volte Fernando si ferma. E racconta. Comincia un racconto. Ma il vecchio, dopo un minuto, lo interrompe: ‘Contame otra cosa’. Non c’è tempo, non c’è modo. Spesso Fernando quasi corre in quel corridoio. E’ tempo che vi dica che il ragazzo-capitano, il ragazzo-fiume, il figlio del Comandante, l’uomo più nicaraguense del mondo, ha studiato, ha fatto buoni studi, è diventato medico, è pediatra e, ogni giorno, guarda negli occhi i bambini. Un medico-poeta-scrittore. Ha qualcosa di diverso, ha portato il gioco delle rapide nelle stanze di un ospedale. Il vecchio lo ha capito. Per questo cerca sempre di fermarlo. ‘Muchacho, muchacho ya me voy’. Morì il vecchio. Morì. Dentro di sé aveva la necessità che qualcuno si accorgesse di lui, che fosse considerato una parte del mondo. Quel vecchio toccò il cuore di Fernando. Non doveva smettere di scrivere. Come il fiume, gli uomini e le donne che stavano negli ospedali raccontavano storie. A lui toccava di scriverle.

 

A sera sbarchiamo, la prua si arena nel fango di una finca vicina a Sábalos, una garzetta si sposta con pigrizia, qualcuno, stivali ai piedi, aspetta sull’argine. Il ragazzo butta giù un’asse malmessa. Scendo con cautela. Mi passano il mio zaino. Piove. O forse no. L’umidità è aria che respiri. Dio, come mi piace tutto questo, sento la pioggia orizzontale sulla mia camicia. Coronel e Fernando proseguono per San Carlos. Hanno le loro storie. Le loro rivoluzioni. Il vecchio maestro si tocca il basco con la punta del bastone. E’ il suo saluto. Fernando ha occhi immobili. Ma so che vede qualcosa che noi non riusciamo a percepire. Ripartono che è già buio. Potrei giurare che Fernando ha preso i comandi della lancia. E Coronel sonnecchia. Ho in mano uno dei racconti di Fernando: ‘Oscura estaba el rio y la noche chiquita’. Il fiume più profondo della notte. Le stelle non si specchiano nelle sue acque, galleggiano sulle correnti, si lasciano trasportare, come se riposassero. A sera, guardo le foto scattate durante il giorno. E mi appaiono diverse.

 

Nella notte di Natale, Fernando Silva, direttore dell’ospedale dei bambini di Managua, non si decideva ad andare a casa. Strana cosa, per noi, il Natale ai tropici. Babbo Natale è vestito come se dovesse affrontare la neve. Deve sudare sotto il suo pesante abito rosso-sfolgorante. Fernando ha le irrequietudini dei giorni di festa. Vorrebbe andare al suo fiume. Forse a Capodanno, promette a se stesso. Da fuori arrivano le esplosioni dei fuochi di artificio, i clacson delle macchine, il suono delle trombette. Lo aspettano a casa, aspettano per festeggiare. Ma lui si ostina a camminare fra le stanze del suo ospedale. Vuole essere sicuro che tutto sia in ordine. Oppure non ha voglia di fare festa mentre i bambini rimangono chiusi qua dentro. Ha deciso, se ne va, un’infermiera lo incoraggia. ‘Stia tranquillo, tutto a posto’. Fernando torna verso il suo ufficio.

Dei passi lo seguivano. Unos pasos de algodón, passi di cotone. Un bambino. Il pediatra si ricordò di quel vecchio nel corridoio dell’altro ospedale. Conosceva quel ragazzino: sapeva che il suo destino era segnato, vedeva la morte nella sua pelle, nei suoi occhi, nei movimenti delle mani. Si chiamava Raúl. Era solo. Era sempre solo Raúl, nessuno era mai venuto a trovarlo. Arrivavano troppo tardi, sempre troppo tardi, i bambini. Il medico-poeta-scrittore si avvicinò. Il bambino voleva scusarsi. Adesso erano uno di fronte all’altro. Fernando si abbassò, si inginocchiò tanto era alto. Sapete bene cosa disse il bambino, lo hanno già scritto: ‘Dillo, dillo a qualcuno là fuori che io sono qui’.

 

Immagino Fernando che esce dall’ospedale, sale in macchina, percorre le strade deserte di Managua. Si ferma a un semaforo. Guarda i led che indicano i secondi che mancano al verde. C’è un ragazzino appoggiato a un palo. Fernando abbassa il finestrino. Mai farlo in questa città, mi avevano consigliato gli amici. Fernando lo fa, vorrebbe dire qualcosa al ragazzino. E’ un bambino. Non dice niente, il medico-poeta-scrittore. Avverte tre lacrime scendere dai suoi occhi. Rimette in moto. Si ferma ancora, riparte. A casa lo aspettano. Per festeggiare. Forse, ma non ne sono sicuro, credo di no, Fernando ha fatto salire in macchina il ragazzino.

 

Quanto tempo. Quanto tempo è passato. Ho fatto in tempo a conoscere Fernando nelle ultime ore della sua vita. Ho incontrato i rospi con gli occhi verdi nella veranda della sua casa. Erano immobili. Una piccola corte elegante, tranquilla, affollata. Erano lì, un centinaio forse, uno addosso all’altro, umidi, lucidi, cercavano di consolare il poeta. Erano risaliti, fra acque paludose, correnti veloci, foreste impenetrabili, fino a Managua per far compagnia al ragazzino che, mille anni prima, sulle sponde del río San Juan, aveva allietato le loro notti. Loro conoscevano la vita di Fernando. Medico e poeta, questo già lo sappiamo. Ma anche panguero, pittore, sognatore, parigino del Quartiere Latino, sanjuaneño. Non ho nemmeno le parole per tradurre i mestieri di Fernando, mi piace il loro suono in spagnolo. Quanto tempo era passato dai giorni del fiume? Le ossa di Fernando erano diventate carta velina, si erano consumate, volevano bucare la pelle. Il suo volto d’aquila si era tirato, era diventato aguzzo, puntuto. Ogni pezzo del suo corpo appariva sull’orlo di una frattura. Indossavano ancora il basco. In quanti portano il basco, in questa terra? Fernando, Ernesto, Coronel. E poi quel prete che hanno ucciso, Gaspar. Mi distraggo di continuo.

La barba di Fernando era da spaventapasseri, ma era un orgoglio. Gli zigomi sporgenti, gli occhi dilatati. Si alzava dalla sedia a rotelle aggrappandosi a una sbarra nel muro. Rimaneva appeso lì fino a quando la figlia non metteva una sedia a dondolo sotto le sue gambe. Allora si lasciava andare. María fermava la corsa del dondolio con un piede. Gli occhi di Fernando cessavano di essere inquieti e fissavano un punto del vuoto.

I piccoli rospi non avevano fatto un solo movimento. Aspettavano. Da settimane erano su quel ramo, a volte Fernando faceva un gesto verso di loro e loro annuivano tutti assieme. Non se ne sarebbero andati fino alla fine. Il fiume, immutabile, aveva lasciato andare il suo corpo. Aveva deposto Fernanrdo, con lentezza, in questa veranda di una grande casa di Las Colinas e aveva salutato. Non può fermarsi, el rio. Ogni uccello che passava di lì salutava quel corpo. Lui rispondeva con gesto del capo, con un muoversi impercettibile di occhi. Le barche suonavano la campana, l’uccello-lira gli faceva il verso. Adesso Fernando era la figura del Chisciotte, il libro che aveva sempre con sé e che stava per cadergli di mano. María accorse e lo sistemò su un piccolo tavolo. Fernando incrociò le braccia. Il suo corpo era diventato troppo piccolo, troppo magro e le mani pendevano in avanti, piegate ad angolo retto. Sembravano ami da pesca. Avevo un aereo da prendere. Un taxista ci aspettava davanti a casa, all’ombra di un grande cartellone pubblicitario.

 

Vado via, vado sempre via.

Guardo il fiume. Non posso portarlo con me. Non servono le foto. Che non mi piacciono. Non serve il ricordo. Forse la memoria. Avrei voluto che l’acqua diventasse una sciarpa leggera attorno al collo. Per ricordami il corso immobile del tempo. Non è accaduto. Non accade così.

 

Fernando spiegava nuovamente a se stesso come catturare i pesci. Il barbudo corre/la guabina svicola sul fondo/il guapote è veloce e se lo afferri devi aver ben salda la canna in mano/il burra ondeggia a pelo d’acqua/ il roncador è bello grasso/il calejillo si inabissa appena avverte un pericolo/il cangrejo, no, lui è lentissimo/il róbalo non si fa ingannare dagli ami. Fernando chiude gli occhi. Vede il fiume. Il suo naso avverte l’odore del fiume. I rospi dagli occhi verdi si avvicinano. Strano, è giorno pieno e loro si muovono solo con la notte. Si alza un vento leggero. Ogni volta che Fernando arrivava al fiume dopo mesi di assenza si alzava un vento impetuoso. Le palme si piegavano, la foresta sbandava di felicità. Adesso è una brezza, il vento sa che deve essere gentile questa volta. Il fiume sa di chi aver cura.

 

Vado via, vado sempre via. El pescador pensando en nada/con el anzuelo adentro y viendo el/agua azul. Pensando a niente.

 

print

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.