Il gioco del mondo.17/Io sono lui

La tempesta si allontana

 

Musica, malinconico alimento di noi che viviamo d’amor. Sai, c’è poca musica in questo andare immobile. Non ci sono i fiati, nemmeno le chitarre. Possibile che ci sia più musica in Costa Rica che in questa terra? C’è silenzio nelle strade. I galli anche in città, gli uccelli, i frutti maturi che cadono a terra. La madre di Alfredo aveva l’orecchio assoluto e ti avrebbe saputo dire che nota faceva il mango quando atterrava fra l’erba. No llegó?, chiese. No, non arriverà, ti tocca andare solo, esci da questa porta, rimuovi il lucchetto, ci vuole un po’ di forza, devi ungere quell’incastro. No, non lo fare così sarebbe troppo facile entrare. Ma anche uscire, no? Mi passi i fagioli, l’uomo si alzava al mattino, non amava il desayuno, era abituato al silenzio e ai caffè forti. Con sé aveva una macchinetta italiana e si alzava prima di tutti noi per fare il suo caffè. Io preferivo il caffè lungo, una grande tazza. E i fagioli, e il riso, e le uova revueltos con i vegetali. L’uomo mi guardò, e questa mattina, cosa insolita, si versò un bicchiere di caña e lo bevve in un solo sorso. Non si era svegliato meglio di altre mattine, né aveva bisogno di conforto, aveva davanti a sé il giorno vuoto, l’attesa, ma era abituato ad aspettare, non aveva mai visto la sua terra e ora si chiedeva: ‘Quale terra mi coprirà?’ Poi si alzò, con la lentezza araba mischiata al languore latinoamericano, e disse con un sorriso di malinconia: Il mondo è favoloso. Lo guardai mentre spariva nella sua camera.

Sai, tutto è così in aria, arrivò la donna che aspettavo. Con la frutta e il pane arrostito. Perché anche lei volle fare un commento, mentre osservava l’uomo ciabattare nel corridoio.

Come esco da questa veranda? Sono rimasto indietro come i vecchi che sentono parlare di cibernetica. E allora cammino, nella città che non ha un centro, nella città che non è una città, i semafori indicano i secondi che rimangono, ti mettono ansia e fretta, fra poco sarà l’ora della minestra con la pastina, passo davanti ai caffè, la strada dei caffè, arrivo fino al luogo delle biciclette, ma non ho il coraggio di entrare, mi seguono gli sguardi degli uomini della sicurezza, gli unici incontrati per strada. Nessuno va a piedi. Rimpicciolisco la città, la riduco a due isolati, l’optica Munkel come riferimento e questa volta non cerco la casa di Teodolina. Qualche volta penso che non avresti dovuto tornare, guardo partire gli ospiti di un giorno, lascio la mia camera, lascio sangue nelle lenzuola, lascio respiri, vorrei scrivere delle assenze, quel che ci uccide, te e me, è il pudore, sai. Prendi me: non ho mai saputo gridare ‘merda’, prima di cominciare lo spettacolo, non ho mai saputo abbracciare le persone, le mie braccia se ne stanno lì, immobili, non ho mai saputo dire ‘fica’ e se non ci fosse stata Valeria non lo potrei dire/scrivere nemmeno oggi e già me ne pento. Sì, il passato mi frega, in nome del passato si combinano le fregature più grosse nel presente. E che neppure lo cerco, tutto mi accade via via, casualità, lascio che sia, dove mi porti, questa mattina? L’uomo riapre la porta e non so perché mi dà un altro consiglio che non è tale: non sarà con l’andartene ora che aggiusterai qualcosa. Tutto quello che ho è disperso nel letto. I libri, al solito, stanno aumentando. A me i libri piace averli a portata di mano. Ho perso due shampoo, un lucchetto, il mio pettine giallo, ne ho comprato un altro, fosforescente. Sto sul chi vive. Ci vorrebbe un giro di mate. Comunque un giorno o l’altro deciderai di andartene e ogni ragione sarà vana. Forse questo è il tuo quotidiano. Certo, c’è la storia della ‘terra che ti coprirà’, credi che non abbia importanza, eppure in ogni luogo che vai, te ne stai un po’ nei cimiteri, no, mio caro, la spiegazione è un errore ben vestito. E’ tempo di chiudere questa pagina triste, tango, per favore, o un De Andrè ben suonato, in attesa di conoscere Mozart, il tempo con il suo finissimo smeriglio è già al lavoro, come glielo spieghi a chi è giovane adesso che niente torna indietro. Sicuro? Provo a camminare al rovescio, mettendo i miei piedi nudi in tracce che non ho lasciato, l’uomo si è seduto sulla porta, fuma, e la brace della sigaretta (che) disegna lentamente le forme dell’insonnia. Lo guardo, niente abbiamo in comune, io una terra ce l’ho, non mi appartiene, ma posso dire di averla vista, toccata, calpestata: sono io, sono lui, sono lui perché sono io, senza nemmeno scomodare Arthur. E’ più giovane di me, l’uomo. Sono io che ho mille anni e lui ne ha altrettanti accumulati nell’anima. Non ci vedremo mai più. Questo è l’andare. Sì, la mattina della separazione tutto (ciò) sembrò perfetto quasi come un copriletto o una copriteieria un copriqualcosa. Lasciai a casa qualunque cosa che mi potesse coprire (fui costretto a comprare un ombrello verdolino per ripararmi dalla pioggia).

 

(Letto ai tavolinetti della Uca, fra gli studenti, tomando cafè e guardando i chicos ridere con la felicità addosso, scritto in una cucina dalle tendine azzurre, a venti metri dell’oceano che non si decide a essere tale, qualcuno ha davvero messo una musica melodica, gli amori perduti)

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