Il gioco del mondo. 18/Una scorta armata di poeti

Truccarsi in una macchina (artista?)

 Apro la porta, che entri aria. Ho un giardino ruspante, devo andare a recuperare le mutande lavate ieri, fuori, come sempre, una banda passa con ruido di tamburi, l’esercito di formiche continua a trasportare fogliette verdissime verso un nido lontanissimo. Sto attento a non interrompere la loro marcia. Non si riusciva mai a capire se si era arrivati, sono arrivato? Non era qui che dovevo venire? E ora perché scopri che non vi era nessuna ragione per tornare? Il cameriere nero, Toni, non c’è, Wilwer è sparito, Daniela canta nelle chiese evangeliche, Castillo si è fracassato una gamba, hanno chiuso il negozio dei pantaloni usati. Però c’è Cindy che dice: ‘Abbiamo parlato molto di te’. E il giovane Carlos che mi abbraccia come un fratello perchè gli honduregni così sono. Ci sono le parole di un altro poeta: ‘Se non dovessi tornare, sappiate che mai sono partito’. Una citazione a memoria. Ma così non è: ho preso un autobus, dimenticherò ben presto che ne sono stato capace. I castorini sono saliti con me, non mi lasciano andare solo, ma si sono accucciati sotto il sedile. Buoni buoni. Julio era partito il giorno prima. ‘Ci vediamo, eh!’. Ma ancora non l’ho rivisto. Sapevo che in fondo tutto era già perduto fin dal principio, ma ha importanza? Il finale è già scritto e deciso. Ma c’è anche Lizeth che scrive: ‘Nos gusta andar desnudo mientras cae la lluvia/Cuando el aire corta la carne/Y no existe el predestino’. Devo crederti, Lizeth? Come si fa l’ultima mano di scopa o si obbedisce all’oroscopo. No, non ti credo, immagino che siano i venti anni, ma sì ti credo perché il ragazzo del bar si è tagliato la barba, perché dopo l’ultimo bicchiere di ron passiamo sopra i corpi addormentati di chi se ne sta per strada, perché i ragazzi dell’Honduras si abbracciano cuore a cuore, spalla sinistra contro spalla sinistra, perché vorrei ballare e non ne ho il coraggio. I castorini si risvegliano. Guardo il cielo, le poche stelle scabrose che si infilavano fra le nuvole si muovevamo come a scrivere qualcosa nel cielo. Le stelle scabrose, che meraviglia. E ancora: avide di ciò che chiamavano esperienza o vita, ma io penso al grido dell’uomo seminudo, nessuno si gira a guardare, nessun poeta ha attenzione. Le parole sono vanità. Io cammino con lo sguardo a terra, lontano dalle stelle. Nell’albergo che un tempo era di lusso e ora una multinazionale (arabe, irani, israelita, que so yo?) lo ha trasformato in ostello per mochillero. Fila di gringos dagli occhi alternativi davanti alla reception: i facchini e i factotum hanno una maglietta con su scritto: ask me anything. Proprio proprio? Posso? Ad esempio: cosa ti rende felice? Mi guarda strano il ragazzo e io indico la scritta sulla sua maglietta. Il cuore smise di battere come un cane arrabbiato, si acquietò, pulsava, ho pensato: ora. Un’ultima foto. Ogni sera percorro una strada sotto gli occhi di guardiani dai pantaloni sgualciti e una famiglia di fiorai che ama trascorrere la notte dondolandosi davanti alla porta di casa. L’amico di Julio si diede dell’incurabile cretino a non essere venuto fino a qui, io conservo il mio sguardo riservato per sempre ai ricordi. Appaiono di continuo i castorini cercando di afferrarli, ma loro volano alti. Irraggiungibili. Ieri sera sono andato al lago che sembra il mare, parlando con un gordo della Dominicana. Abbiamo fatto molte soste sulle panchine delle piazze per disseccare episodi. Ma ogni panchina aveva la sua storia. Questo capitolo è difficile, perché è fra i più belli che Julio abbia scritto. Una storia di amore, riappare perfino la Maga che era scomparsa a Parigi e al solito Josè Domingo in una lindissima camicia azzurrina mi dice una sua poesia e io, al solito, fotografo il foglio scritto a penna Bic. Le penne sono solo Bic. Chiesi: è pericoloso venire a trovarti? Lui, volto pallido, barba risorgimentale, ebbe una risposta felina di contentezza: formiamo una scorta armata di poeti. L’idea mi commosse, sappiamo tutti che stiamo mentendo. Io, allora, ho deciso di trarre vantaggio dalle rughe in faccia nei silenzi con più di quaranta anni, quanti anni mi dai: non raggiungi i settanta, disse Francisco. Cinquantotto, sussurrò Josè Domingo. Oh, cazzo, e io che non mi vedo negli specchi, né nei miraggi. Ecco, perché Lizeth mi dice: señor e perché all’hotel di lusso, diventato hotel per mochillero (undici dollari in dormitorio, dormite dove hanno dormito re e poderosos del paese, ma ci s0no stanze anche da cento dollari, nuova formula, il mercato ha scoperto i backpackers), ovviamente danno classes de yoga. C’è sempre lo yoga e i vegan, nei luoghi che niente hanno di alternativo, deve fare ‘costume’, ma qui non ci sono alberi per sedersi nella posizione del loto. E gli uccelli e il vento fanno concerti gratuiti. Julio, questa stessa notte, saranno state le due del mattino, la rivide per la prima volta.

 

(Letto su un bus semivuoto, il che vuol dire pieno, per Granada, dove aver mangiato riso, fagioli y maduros in una fritanga del terminal di bus e aver parlato con un venditore di caricabatterie e tradotto il menu – era facilissimo – per un ortolano francese che chiude il negozio in inverno per viaggiare. Se una notte d’inverno un viaggiatore, insomma. Scritto, mestamente, nella mia camera, la numero quattro al discreto b&b – senza la seconda b, ma è un buon posto -, con la porta aperta e un gatto arancione di cui mi avevano consigliato di diffidare che mi struscia i peli delle gambe)

 

Solo un capitolo, il 48, quattro pagine e poche righe, ma fra i più belli, come avrà fatto Julio?

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