Il gioco del mondo.19/E così tu mi lasci andare via?

Baciarsi a Granada

E’ la stagione del vento. Il guaio era che in quei giorni tutti parlavano di rivoluzione e io cercavo di stare attento, di trovarne tracce. Valeva la pena? Oh, sì, ne valeva la pena, anche se niente è cambiato. Le rivoluzioni non sono per sempre. Sempre è una parola stolta. Cammino nella notte, conosco le ombre e i punti oscuri, oramai saluto i guardiani e loro rispondono con un cenno della testa. Saluto la famiglia dei fiorai. Il tempo dei saluti: Cindy e i suoi occhi scintillanti, Porfirio e il suo dodici per cento di cinese, la piccola argentina dai capelli bianchi e sempre addosso lo stesso vestito. Saluto. Al solito, non ho pensieri, vuoto assoluto. Scrivo per abitudine: adios, muchachos compañeros de mi vida. Perché la sola regola che Sergio mi consigliato di rispettare è: due ore al giorno, almeno due ore al giorno.

Loro scalpitavano, qualsiasi cosa li eccitava. Stavano facendo le valige e mi guardavano da uno spiraglio della porta: ‘Fa finta di niente’. E si davano di gomito. Mi alzo, senza lasciare trapelare il mio disorientamento. Cammino con Graciela fino al lago. In cerca della casa del poeta, in cerca di una storia di trentotto anni fa. Cosa ho fatto in questo tempo? Una spessa nube di penne d’anitra cominciava a uscire dalla finestra della cucina, i ragazzi hanno finito il concerto, la baruffa per la casa gialla non è ancora terminata e un uomo la presidia, non c’è più la vecchia che vendeva pasusas di fronte alla chiesa della Merced. Non c’è più il grande negozio degli abiti usati e Wilwer non l’ho più rivisto. I viaggi servono a comprendere che il tempo è una storia insistente. Ecco, mi siedo dove ero seduto quando tutto era possibile. Tutto è stato possibile, è stato realtà, del resto non avevo in mente niente. Un sacco di matti collaborava con risultati esaltanti alla ricostruzione di questa storia. Ognuno aggiungeva particolari. Il vento, gli uccelli, le formiche entravano e uscivano dal racconto. Graciela mi dice: ‘Oh, sai, i cambiamenti’. Come ho potuto dimenticare? L’altra piazza, l’altra Graciela. Bonita, esta bolsita. Corto guarda le nuvole: ‘Quanto tempo’. Cazzo, basta così, basta con il passato. Qui esiste solo un presente. Su questa spiaggia andavano a zonzo per i campi a ispezionare le latte vuote e poi le prendevamo a calci, a quel tempo non avevamo nemmeno un centavo per comprarci una palla. Adesso uno zampillo d’acqua in una vasca di cemento ci tranquillizza e gli anni sono gli stessi dell’altra volta. Davvero era qui? L’ultimo giorno è sempre una fregatura, ho trovato la casa del poeta, ma il guardiano non mi lascia entrare. Graciela tagliò la coda dalla prima porta che gli capitò sotto mano. Lo rifaresti? Oh, sì. E fece una saltello per evitare di far fastidio alle formiche. Questo cielo…. Era un uomo ormai vecchio che camminava rasente il muro carezzando una colomba, l’uccello non voleva andarsene, preferiva rimanere nel palmo della mano, rifiutare l’invito del vento. Lei, allora, uscì con certi passetti rosa, si avvicinò e sussurrò nei miei orecchi: ‘Tanto la fregatura la prendi lo stesso’. Lo sapevo anch’io, come sapevo che niente era stato inutile. Loro, nella camera, sospirarono, solo Graciela applaudì convinta, ma lei aveva altri occhi e non viveva da nessuna parte. Aveva il vantaggio del sorriso e della fragilità del vetro. Quindi, era resistente. Mi accorsi che avevano già smontato il palco, che Julio non si era visto, che nessuno aveva disegnato le caselle, questa volta. Lo spettacolo era finito e io, al solito, non volevo vederne la fine. Nulla era troppo imprevedibile. I poeti si misero in fila, i poeti della strada apparvero ora che tutti erano andati via, vennero a salutarmi e, senza rimprovero, ognuno di loro, ripeteva: ‘E così tu mi lasci andare via?’. Non riesco nemmeno a piangere, sono diventato bravo, dissecco le lacrime al bordo della pelle, la salutai con un bacio fuggevole all’incrocio delle ombre, non mi voltai indietro e fui attento nel non fare alcun rumore con i passi. ‘Passavamo leggeri sulla terra…’, avrei avuto voglia di continuare. Eravamo felici, no? Nonostante lasciassimo i nostri corpi a dissanguarsi sui marciapiedi, ci uccidevamo ‘per ragioni irrilevanti’, eravamo felici.

Al mattino salutai i guardiano, il venditore di bare e ascoltai, con imbarazzo, il ruzzolio delle ruotine del mio zaino sull’asfalto.

Al mattino, quando nessuno si accorse che non c’ero più, i ragazza di calle del Consulado si trovarono sotto i piedi il tracciato del gioco del mondo.

 

(Letto appena in tempo, l’ultima notte nel Parque Central, con musica degli storni, formiche come innumerevoli comparse e il vento a smuovere il mondo. Scritto, quando tutto era già deciso, nella sala di attesa di un aeroporto. Ho perso ancora un piccolo oggetto)

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