Il Gioco del Mondo 11/20/ Il cammino lento delle pietruzze

Claribel y Julio, dal libro di Gabriela Selser, ‘Banderas y harapos’

 

Oh capitano, mio capitano. Sono lento anche nel dolore, nella malinconia. Quante cose sono accadute un oggi che è già ieri. Se cominciava a dipanare la matassa ne sarebbe uscito un filo di lana, ma non sono mai stato capace di sbrogliare grovigli. Erika era intrappolata nelle reti del Mediterraneo, l’uomo non le era stato amico. La primavera ha una gran voglia e l’inverno vuole fare solo l’ultima festa. Ma l’inverno del nostro scontento sarà lungo. Spero di vederne la fine. Tutto avveniva su un territorio di apparenze comuni. Un caffè, una pasta noci e fichi, il corpo che mal si adatta all’Occidente. Non ci sono riso e fagioli. Non ho una cucina. Smettere di dire ‘non ho’, un buon proposito. Quest’anno non ne ho fatti. Non mi sono ancora mangiato le unghie e poi ve n’è un altro che non ho il coraggio di scrivere. Ha scritto Marybelle, ha scritto Conny e, sorpresa delle sorprese, ha scritto Pablo Antonio. Hai lasciato tracce nel cuore. Ma, oh capitano, mio capitano. Carlos Sanchez si accascia al suolo, la notizia è arrivata nel campo. Allora non è solo Sky-Galliani-Ferrari-denaro-procuratori-Raiola. Allora, se gratti gratti, c’è un’anima, uno spartiacque. Non giochiamo, oggi è il giorno del capitano. Io arrivo in ritardo, ore dopo. Sono lento. Come era possibile cominciare a vivere quella vita ….senza sentirsi u po’ sfasati. Non so afferrare il filo, ho varcato all’indietro il charco. Le volpi hanno cominciato a mordicchiare, sono sempre amichevoli, ma ogni tanto, come un gatto, come il gatto di Susanna, premono gli unghioli. Nel presente, questo non accade. Lei lo superò con una yale per aprire la porta, ho controllato la mia chiave non è una yale. E io, retorica, non chiudo le porte, vorrei togliere le porte dai cardini, vorrei sradicare i cardini. Lei giocava quasi tutto il pomeriggio al mondo, era imbattibile, ma non feci in tempo a guardarla, la ragazza del check-in spinse via la mia valigia. Ed io ero tentato a lasciare volare lei da sola. Ma il coraggio non è mai stato parte di me. Lei disse che la piastrella finiva sempre nella posizione più propizia. Ma, dopo Solentiname, non ho più rivisto Julio. A volte ne avverto l’odore. Mi giro di scatto e non lo vedo. Tornando a casa, di notte, il mondo emanava una debole fosforescenza. Ma sapevo di aver scalato il cielo e quando mi illusi di averlo conquistato, il (o forse ‘un’) cielo che appena conquistato sembrava deludere.

Oggi che era ieri è morto il capitano, ho finito il libro, ho stampato il libro, 696mila battute, e già sapevo che questo è un paese di destra. Noi non andiamo al barrio Maldido. Non passiamo le notti sui bus notturni. In taxi non si capisce la destra. E questa destra è orribile. La Maga avrebbe piegato la gamba sinistra e con la punta del piede e avrebbe continuato a giocare. Cosa diceva? ‘Continuate in ciò che è giusto’. Ci sarà da difendersi. Difendere le persone a noi care. Non vedrò una seconda nascita. Ma ho avuto una bella vita. E lei entrava leggera, non poteva avere attenzioni a me, ma l’uomo, seduto in fondo al bar, in un lunedì incerto e piovigginoso (non mancherà l’acqua questa estate) la guardò bere tutto d’un fiato la spremuta.

Lei dorme castamente, non ha volpi attorno a sé, si raggomitola, ma poi si distende. Perché me ne sono andato, chissà perché l’ho fatto. Perché c’era là una pietruzza. Il vecchio gratta al tavolo tondo vicino al mio. Come avrà votato? Posso svegliarmi a Solentiname e fare colazione a gallo pinto? E’ una notte di grande confidenza, questa. Ma è silenziosa e non seguo i ragazzi nella notte. Non ne ho il coraggio. Lei si svegliò e camminando nel buio urtò contro la parete del corridoio. Ma non era nulla, un barcollio. Guardai il mio allenatore, dissi che non ero d’accordo, ma, lo stesso, la spugna che cade con un piccolo tonfo ripugnanante in mezzo al ring. Rimasi in piedi. Il bello è che l’altro allenatore fece lo stesso. Parlano di Costa Rica, qui accanto. In inglese. ‘Said it again’. Coincidenze. Era quasi un raggiungersi da un altro punto. Pensai ancora: era una insensatezza così assoluta. Ora ci sarà da varcare ancora una volta il charco, non so se farò in tempo, non so se farò in tempo a vedere una seconda nascita, una nuova nascita di una solidarietà ancora sconosciuta. Guardo il saldo della banca scendere. Vorrei…riaffiorare in una notte di Buenos Aires per ripetere il gioco del mondo. Ci sarà Julio? Lui c’è sempre, non ti lascia più andare, ti ha mostrato agli amici, te li ha fatti conoscere. Dov’è? Mi manca. Ciò che finalmente aveva raggiunto non serviva, il suo corpo non conosceva erezioni, e, per la prima volta, non gliene importava. Il quattrodimarzo è finito, primo giorno di un’età diversa. Dove dormo questa notte? La macchina dei 202mila chilometri sarebbe arrivata al mare. E avrebbe proseguito fino al charco, ricordati di mandare un messaggio a Francisco (aspettami, Francisco, moriamo assieme, nella notte del primo dell’anno, confondo i Francisco, che Dio mi perdoni), ricordati…nel pieno di un giorno d’inverno si usciva a una spiaggia aperta, a una estensione sconfinata. Gli uccelli si gettavano in picchiata sui piccoli pesci inattesi. Gli occhi…riconoscevano e scrutavano.

 

Da 52 a 55, nel Gioco del Mondo (i disegni erano oltre il charco). Ho aspettato. Molto. Troppo. Che tutto accadesse in un giorno. E’ accaduto. La morte, la vita, la sconfitta, la consapevolezza, gli anni, la sorpresa, l’abitudine, la pioggia e il sole. Tutto. Letto, molti giorni fa, molto lontano, sul primo sedile di un bus a due piani, il viaggio come un cinema dal grande schermo. Un viaggio incantato. E disperato. E poi avresti voluto scrivere mentre era cielo di notte attorno a te. Ma non sai cosa hai fatto, hai visto un film di neve e dolore e ricordi gli occhi di lei. Poi tutto è stato dimenticato. E, allora, lunedì, dopo il giorno in cui tutto è accaduto, sei tornato – parola che un tempo avevo bandito – al bar dell’angolo. Dove ci sono gli uomini abbandonati che grattano, che hanno un maglione sopra l’altro, come me, e che affidano le loro speranze del presente, a un prurito. E c’è la musica nel sottofondo. Ho scritto qui, mentre fuori piove e ora vado a bagnarmi. Le scarpe hanno graffi, tagli, entra l’acqua. Elio avrebbe scritto ‘Conversazioni…’.

Il vecchio si è rassegnato: cinque gratta non hanno dato colore rosso al suo desiderio. Non rimane che bagnarsi.

Ci ripensa: ‘Dammene altri due’. E si siede ancora. E gratta.

 

Amarsi a Granada

E’ la stagione del vento. Il guaio era che in quei giorni tutti parlavano di rivoluzione e io cercavo di stare attento, di trovarne tracce. Valeva la pena? Oh, sì, ne valeva la pena, anche se niente è cambiato. Le rivoluzioni non sono per sempre. Sempre è una parola stolta. Cammino nella notte, conosco le ombre e i punti oscuri, oramai saluto i guardiani e loro rispondono con un cenno della testa. Saluto la famiglia dei fiorai. Il tempo dei saluti: Cindy e i suoi occhi scintillanti, Porfirio e il suo dodici per cento di cinese, la piccola argentina dai capelli bianchi e sempre addosso lo stesso vestito. Saluto. Al solito, non ho pensieri, vuoto assoluto. Scrivo per abitudine: adios, muchachos compañeros de mi vida. Perché la sola regola che Sergio mi consigliato di rispettare è: due ore al giorno, almeno due ore al giorno.

Loro scalpitavano, qualsiasi cosa li eccitava. Stavano facendo le valige e mi guardavano da uno spiraglio della porta: ‘Fa finta di niente’. E si davano di gomito. Mi alzo, senza lasciare trapelare il mio disorientamento. Cammino con Graciela fino al lago. In cerca della casa del poeta, in cerca di una storia di trentotto anni fa. Cosa ho fatto in questo tempo? Una spessa nube di penne d’anitra cominciava a uscire dalla finestra della cucina, i ragazzi hanno finito il concerto, la baruffa per la casa gialla non è ancora terminata e un uomo la presidia, non c’è più la vecchia che vendeva pasusas di fronte alla chiesa della Merced. Non c’è più il grande negozio degli abiti usati e Wilwer non l’ho più rivisto. I viaggi servono a comprendere che il tempo è una storia insistente. Ecco, mi siedo dove ero seduto quando tutto era possibile. Tutto è stato possibile, è stato realtà, del resto non avevo in mente niente. Un sacco di matti collaborava con risultati esaltanti alla ricostruzione di questa storia. Ognuno aggiungeva particolari. Il vento, gli uccelli, le formiche entravano e uscivano dal racconto. Graciela mi dice: ‘Oh, sai, i cambiamenti’. Come ho potuto dimenticare? L’altra piazza, l’altra Graciela. Bonita, esta bolsita. Corto guarda le nuvole: ‘Quanto tempo’. Cazzo, basta così, basta con il passato. Qui esiste solo un presente. Su questa spiaggia andavano a zonzo per i campi a ispezionare le latte vuote e poi le prendevamo a calci, a quel tempo non avevamo nemmeno un centavo per comprarci una palla. Adesso uno zampillo d’acqua in una vasca di cemento ci tranquillizza e gli anni sono gli stessi dell’altra volta. Davvero era qui? L’ultimo giorno è sempre una fregatura, ho trovato la casa del poeta, ma il guardiano non mi lascia entrare. Graciela tagliò la coda dalla prima porta che gli capitò sotto mano. Lo rifaresti? Oh, sì. E fece una saltello per evitare di far fastidio alle formiche. Questo cielo…. Era un uomo ormai vecchio che camminava rasente il muro carezzando una colomba, l’uccello non voleva andarsene, preferiva rimanere nel palmo della mano, rifiutare l’invito del vento. Lei, allora, uscì con certi passetti rosa, si avvicinò e sussurrò nei miei orecchi: ‘Tanto la fregatura la prendi lo stesso’. Lo sapevo anch’io, come sapevo che niente era stato inutile. Loro, nella camera, sospirarono, solo Graciela applaudì convinta, ma lei aveva altri occhi e non viveva da nessuna parte. Aveva il vantaggio del sorriso e della fragilità del vetro. Quindi, era resistente. Mi accorsi che avevano già smontato il palco, che Julio non si era visto, che nessuno aveva disegnato le caselle, questa volta. Lo spettacolo era finito e io, al solito, non volevo vederne la fine. Nulla era troppo imprevedibile. I poeti si misero in fila, i poeti della strada apparvero ora che tutti erano andati via, vennero a salutarmi e, senza rimprovero, ognuno di loro, ripeteva: ‘E così tu mi lasci andare via?’. Non riesco nemmeno a piangere, sono diventato bravo, dissecco le lacrime al bordo della pelle, la salutai con un bacio fuggevole all’incrocio delle ombre, non mi voltai indietro e fui attento nel non fare alcun rumore con i passi. ‘Passavamo leggeri sulla terra…’, avrei avuto voglia di continuare. Eravamo felici, no? Nonostante lasciassimo i nostri corpi a dissanguarsi sui marciapiedi, ci uccidevamo ‘per ragioni irrilevanti’, eravamo felici.

Al mattino salutai i guardiano, il venditore di bare e ascoltai, con imbarazzo, il ruzzolio delle ruotine del mio zaino sull’asfalto.

Al mattino, quando nessuno si accorse che non c’ero più, i ragazza di calle del Consulado si trovarono sotto i piedi il tracciato del gioco del mondo.

 

(Letto appena in tempo, l’ultima notte nel Parque Central, con musica degli storni, formiche come innumerevoli comparse e il vento a smuovere il mondo. Scritto, quando tutto era già deciso, nella sala di attesa di un aeroporto. Ho perso ancora un piccolo oggetto)

 

Truccarsi per appuntamento importante

 

Apro la porta, che entri aria. Ho un giardino ruspante, devo andare a recuperare le mutande lavate ieri, fuori, come sempre, una banda passa con ruido di tamburi, l’esercito di formiche continua a trasportare fogliette verdissime verso un nido lontanissimo. Sto attento a non interrompere la loro marcia. Non si riusciva mai a capire se si era arrivati, sono arrivato? Non era qui che dovevo venire? E ora perché scopri che non vi era nessuna ragione per tornare? Il cameriere nero, Toni, non c’è, Wilwer è sparito, Daniela canta nelle chiese evangeliche, Castillo si è fracassato una gamba, hanno chiuso il negozio dei pantaloni usati. Però c’è Cindy che dice: ‘Abbiamo parlato molto di te’. E il giovane Carlos che mi abbraccia come un fratello perchè gli honduregni così sono. Ci sono le parole di un altro poeta: ‘Se non dovessi tornare, sappiate che mai sono partito’. Una citazione a memoria. Ma così non è: ho preso un autobus, dimenticherò ben presto che ne sono stato capace. I castorini sono saliti con me, non mi lasciano andare solo, ma si sono accucciati sotto il sedile. Buoni buoni. Julio era partito il giorno prima. ‘Ci vediamo, eh!’. Ma ancora non l’ho rivisto. Sapevo che in fondo tutto era già perduto fin dal principio, ma ha importanza? Il finale è già scritto e deciso. Ma c’è anche Lizeth che scrive: ‘Nos gusta andar desnudo mientras cae la lluvia/Cuando el aire corta la carne/Y no existe el predestino’. Devo crederti, Lizeth? Come si fa l’ultima mano di scopa o si obbedisce all’oroscopo. No, non ti credo, immagino che siano i venti anni, ma sì ti credo perché il ragazzo del bar si è tagliato la barba, perché dopo l’ultimo bicchiere di ron passiamo sopra i corpi addormentati di chi se ne sta per strada, perché i ragazzi dell’Honduras si abbracciano cuore a cuore, spalla sinistra contro spalla sinistra, perché vorrei ballare e non ne ho il coraggio. I castorini si risvegliano. Guardo il cielo, le poche stelle scabrose che si infilavano fra le nuvole si muovevamo come a scrivere qualcosa nel cielo. Le stelle scabrose, che meraviglia. E ancora: avide di ciò che chiamavano esperienza o vita, ma io penso al grido dell’uomo seminudo, nessuno si gira a guardare, nessun poeta ha attenzione. Le parole sono vanità. Io cammino con lo sguardo a terra, lontano dalle stelle. Nell’albergo che un tempo era di lusso e ora una multinazionale (arabe, irani, israelita, que so yo?) lo ha trasformato in ostello per mochillero. Fila di gringos dagli occhi alternativi davanti alla reception: i facchini e i factotum hanno una maglietta con su scritto: ask me anything. Proprio proprio? Posso? Ad esempio: cosa ti rende felice? Mi guarda strano il ragazzo e io indico la scritta sulla sua maglietta. Il cuore smise di battere come un cane arrabbiato, si acquietò, pulsava, ho pensato: ora. Un’ultima foto. Ogni sera percorro una strada sotto gli occhi di guardiani dai pantaloni sgualciti e una famiglia di fiorai che ama trascorrere la notte dondolandosi davanti alla porta di casa. L’amico di Julio si diede dell’incurabile cretino a non essere venuto fino a qui, io conservo il mio sguardo riservato per sempre ai ricordi. Appaiono di continuo i castorini cercando di afferrarli, ma loro volano alti. Irraggiungibili. Ieri sera sono andato al lago che sembra il mare, parlando con un gordo della Dominicana. Abbiamo fatto molte soste sulle panchine delle piazze per disseccare episodi. Ma ogni panchina aveva la sua storia. Questo capitolo è difficile, perché è fra i più belli che Julio abbia scritto. Una storia di amore, riappare perfino la Maga che era scomparsa a Parigi e al solito Josè Domingo in una lindissima camicia azzurrina mi dice una sua poesia e io, al solito, fotografo il foglio scritto a penna Bic. Le penne sono solo Bic. Chiesi: è pericoloso venire a trovarti? Lui, volto pallido, barba risorgimentale, ebbe una risposta felina di contentezza: formiamo una scorta armata di poeti. L’idea mi commosse, sappiamo tutti che stiamo mentendo. Io, allora, ho deciso di trarre vantaggio dalle rughe in faccia nei silenzi con più di quaranta anni, quanti anni mi dai: non raggiungi i settanta, disse Francisco. Cinquantotto, sussurrò Josè Domingo. Oh, cazzo, e io che non mi vedo negli specchi, né nei miraggi. Ecco, perché Lizeth mi dice: señor e perché all’hotel di lusso, diventato hotel per mochillero (undici dollari in dormitorio, dormite dove hanno dormito re e poderosos del paese, ma ci s0no stanze anche da cento dollari, nuova formula, il mercato ha scoperto i backpackers), ovviamente danno classes de yoga. C’è sempre lo yoga e i vegan, nei luoghi che niente hanno di alternativo, deve fare ‘costume’, ma qui non ci sono alberi per sedersi nella posizione del loto. E gli uccelli e il vento fanno concerti gratuiti. Julio, questa stessa notte, saranno state le due del mattino, la rivide per la prima volta.

 

(Letto su un bus semivuoto, il che vuol dire pieno, per Granada, dove aver mangiato riso, fagioli y maduros in una fritanga del terminal di bus e aver parlato con un venditore di caricabatterie e tradotto il menu – era facilissimo – per un ortolano francese che chiude il negozio in inverno per viaggiare. Se una notte d’inverno un viaggiatore, insomma. Scritto, mestamente, nella mia camera, la numero quattro al discreto b&b – senza la seconda b, ma è un buon posto -, con la porta aperta e un gatto arancione di cui mi avevano consigliato di diffidare che mi struscia i peli delle gambe)

Solo un capitolo, il 48, quattro pagine e poche righe, ma fra i più belli, come avrà fatto Julio?

 

Lo scenario senza back stage

Musica, malinconico alimento di noi che viviamo d’amor. Sai, c’è poca musica in questo andare immobile. Non ci sono i fiati, nemmeno le chitarre. Possibile che ci sia più musica in Costa Rica che in questa terra? C’è silenzio nelle strade. I galli anche in città, gli uccelli, i frutti maturi che cadono a terra. La madre di Alfredo aveva l’orecchio assoluto e ti avrebbe saputo dire che nota faceva il mango quando atterrava fra l’erba. No llegó?, chiese. No, non arriverà, ti tocca andare solo, esci da questa porta, rimuovi il lucchetto, ci vuole un po’ di forza, devi ungere quell’incastro. No, non lo fare così sarebbe troppo facile entrare. Ma anche uscire, no? Mi passi i fagioli, l’uomo si alzava al mattino, non amava il desayuno, era abituato al silenzio e ai caffè forti. Con sé aveva una macchinetta italiana e si alzava prima di tutti noi per fare il suo caffè. Io preferivo il caffè lungo, una grande tazza. E i fagioli, e il riso, e le uova revueltos con i vegetali. L’uomo mi guardò, e questa mattina, cosa insolita, si versò un bicchiere di caña e lo bevve in un solo sorso. Non si era svegliato meglio di altre mattine, né aveva bisogno di conforto, aveva davanti a sé il giorno vuoto, l’attesa, ma era abituato ad aspettare, non aveva mai visto la sua terra e ora si chiedeva: ‘Quale terra mi coprirà?’ Poi si alzò, con la lentezza araba mischiata al languore latinoamericano, e disse con un sorriso di malinconia: Il mondo è favoloso. Lo guardai mentre spariva nella sua camera.

Sai, tutto è così in aria, arrivò la donna che aspettavo. Con la frutta e il pane arrostito. Perché anche lei volle fare un commento, mentre osservava l’uomo ciabattare nel corridoio.

Come esco da questa veranda? Sono rimasto indietro come i vecchi che sentono parlare di cibernetica. E allora cammino, nella città che non ha un centro, nella città che non è una città, i semafori indicano i secondi che rimangono, ti mettono ansia e fretta, fra poco sarà l’ora della minestra con la pastina, passo davanti ai caffè, la strada dei caffè, arrivo fino al luogo delle biciclette, ma non ho il coraggio di entrare, mi seguono gli sguardi degli uomini della sicurezza, gli unici incontrati per strada. Nessuno va a piedi. Rimpicciolisco la città, la riduco a due isolati, l’optica Munkel come riferimento e questa volta non cerco la casa di Teodolina. Qualche volta penso che non avresti dovuto tornare, guardo partire gli ospiti di un giorno, lascio la mia camera, lascio sangue nelle lenzuola, lascio respiri, vorrei scrivere delle assenze, quel che ci uccide, te e me, è il pudore, sai. Prendi me: non ho mai saputo gridare ‘merda’, prima di cominciare lo spettacolo, non ho mai saputo abbracciare le persone, le mie braccia se ne stanno lì, immobili, non ho mai saputo dire ‘fica’ e se non ci fosse stata Valeria non lo potrei dire/scrivere nemmeno oggi e già me ne pento. Sì, il passato mi frega, in nome del passato si combinano le fregature più grosse nel presente. E che neppure lo cerco, tutto mi accade via via, casualità, lascio che sia, dove mi porti, questa mattina? L’uomo riapre la porta e non so perché mi dà un altro consiglio che non è tale: non sarà con l’andartene ora che aggiusterai qualcosa. Tutto quello che ho è disperso nel letto. I libri, al solito, stanno aumentando. A me i libri piace averli a portata di mano. Ho perso due shampoo, un lucchetto, il mio pettine giallo, ne ho comprato un altro, fosforescente. Sto sul chi vive. Ci vorrebbe un giro di mate. Comunque un giorno o l’altro deciderai di andartene e ogni ragione sarà vana. Forse questo è il tuo quotidiano. Certo, c’è la storia della ‘terra che ti coprirà’, credi che non abbia importanza, eppure in ogni luogo che vai, te ne stai un po’ nei cimiteri, no, mio caro, la spiegazione è un errore ben vestito. E’ tempo di chiudere questa pagina triste, tango, per favore, o un De Andrè ben suonato, in attesa di conoscere Mozart, il tempo con il suo finissimo smeriglio è già al lavoro, come glielo spieghi a chi è giovane adesso che niente torna indietro. Sicuro? Provo a camminare al rovescio, mettendo i miei piedi nudi in tracce che non ho lasciato, l’uomo si è seduto sulla porta, fuma, e la brace della sigaretta (che) disegna lentamente le forme dell’insonnia. Lo guardo, niente abbiamo in comune, io una terra ce l’ho, non mi appartiene, ma posso dire di averla vista, toccata, calpestata: sono io, sono lui, sono lui perché sono io, senza nemmeno scomodare Arthur. E’ più giovane di me, l’uomo. Sono io che ho mille anni e lui ne ha altrettanti accumulati nell’anima. Non ci vedremo mai più. Questo è l’andare. Sì, la mattina della separazione tutto (ciò) sembrò perfetto quasi come un copriletto o una copriteieria un copriqualcosa. Lasciai a casa qualunque cosa che mi potesse coprire (fui costretto a comprare un ombrello verdolino per ripararmi dalla pioggia).

(Letto ai tavolinetti della Uca, fra gli studenti, tomando cafè e guardando i chicos ridere con la felicità addosso, scritto in una cucina dalle tendine azzurre, a venti metri dell’oceano che non si decide a essere tale, qualcuno ha davvero messo una musica melodica, gli amori perduti)

Una domenica

Dovrei guardarmi attorno. Non è facile in una città che è un inganno di lustrini. Questa notte Julio avrebbe visto alberi dai rami di metallo accendersi di colori: verdi, gialli, rossi, porpora. Alberi della secessione viennese, nei viali di Managua, i taxisti ridono a denti stretti, Julio ha difficoltà a riconoscere la sua città. Non ha avuto il coraggio di fermare la macchina e allora si mette a scambiare parole assennate con l’uomo al volante. Era un presente nel quale si sentiva all’improvviso immerso e costretto, che altro potevi fare? Bisognava proseguire, farsene una ragione, il mondo era cambiato e ora il ragazzo gli diceva: ‘Nada, nada’. Non contava nulla il passato, forse nemmeno il presente e il futuro era un passaggio di frontiera. Il taxista rallentò alla rotonda del pugile. Julio gliene fu grato, stava cercando di sentirsi ancora una volta al di fuori del tempo degli altri.

‘Guarda, gli disse la cameriera a cui aveva chiesto un succo che sapeva essere dolcissimo, gli dispiace che tu sia tornato e gli dispiace che lei abbia atteso, lui sperava che fosse rimasta per un’altra ragione, per un altro uomo’. E’ un penepolismo esacerbato, insomma. Sì, questa era una notte strana. Fece per andare a dormire, si mise invece a seguire la voce della ragazze o l’abbaio del cane. Si mise a ricordare, la giovane donna dai jeans stetti aveva le dita sporche di rimasugli di carota e a lui non piacevano le carote; cercò di regolare l’acqua calda, non gli riuscì andò a cercare un uomo di fiducia e proprio perché era onesto l’uomo dovette ammettere: ‘I problemi sono come gli scaldabagni Primus, tutto va bene finché non scoppiano’. E non si mosse, indicò un cestino e disse ancora: ‘Le stelle cadono in quel cestino, potresti pelarle e mangiartele’. Le stelle sono senz’altro più buone della carote.

La macchina lo lasciò all’esquina. Non si vedeva niente, avevano spento gli alberi, cercò di guardarlo da buio a buio, e vide una piccola fonte luminosa. Una lucciola, forse? Un oggetto fluorescente uscì da quel punto oscuro. A quell’ora di notte era ammettere la paura. E perché non doveva ammetterla? Era lì, lo aspettava, né minacciosa, né invadente, stava solo lì e un po’ si strusciava alla sua pancia come a chiedere perdono. Entrò la padrona dell’hostal, il tempo diventa presente e lei strappa la ragnatela delle ore fonde della notte a manate di giornale radio. Julio appallottolò il foglio, non serviva più, capì che l’arte era lui e non se ne stupì, si sedette sul pancale di una barca ancorata al legno di un pilone. Pensò, mentre mi avvicinavo, ‘Non mi sono gettato giù’. E subito dopo: ‘Non può durare sempre’. E invece sì, disse Julio fra i suoi denti e il suo cuore. E si alzò.

(43-45. Letto sul bus da San Carlos a Managua, con il ragazzino che vende enchilladas che sguscia fra gambe e culi. Scritto nella veranda della casa di Sonia y Eduardo, mentre un ragazzo con baffi ottocenteschi, tutto sudato, appare cercando uno scialle che abbiamo lasciato qui un anno fa. Talismani?)

 

Un buon augurio

Quante regole infrango. Sentirsi una divinità, quasi orgogliosa della sua incurabile frivolezza: posso infrangere regole a comodo. In fondo le parole sono come noi, nascono con una faccia e non c’è rimedio. Nessun rimedio. Anche se gli orari del bus sono inesistenti. Ho il presagio, un cane in mezzo alla strada, vi sono quasi sempre cani in mezzo alla strada. Nella solitudine. E i segni rosa del Gioco del Mondo sull’ingresso in cemento di una casa. Julio deve essere passato di qui. Altro non devo fare che seguirlo, alla stessa maniera di come si sta dietro, balzelloni, ai saltelli di un airone. In fondo ‘per arrivare al cielo servono solo un sassolino e la punta della scarpa’. Nella foto, appare il cartello di una ‘funeraria’. Vorrei che non ci fosse.

Alla fine questa è una cronaca. Aspetto, il tempo di un gallo pinto. Di huevos revueltos. Sono io a chiedere? Davvero ho questo coraggio? Ascolto le mie parole. Non c’è traccia del bus e il pirata gira attorno a me e al pentecostale. Un brav’uomo, il solo argomento di conversazione è Cristo. ‘Per fortuna hai una religione. C’è gente che non ce l’ha’. Il pirata si siede sul bagagliaio della macchina, sa che cederemo. La sua offerta è conveniente. Il pentecostale, con le tasche di spiccioli, contratta, io lascio perdere. Che sia tranquillo ‘el gato’, il pirata che toglie la federa di fango per fare sedere le mie natiche sul pulito. Mi chiede, credo che mi chieda: non ti hanno mai colpito i saliscendi delle porte? In fila, alla frontiera, ci sono un project manager che è stato a San Marino, il pentecostale e le donne dei commerci fra una frontiera e l’altra. Si passa di doganiere in doganiere. Dovrei vedere Julio, è così alto. Mi viene un pensiero fosco: Da quando ci conosciamo non facciamo che farci del male. Tiro via lo zaino, zigzago fra le pozzanghere, assumo un’aria da duro, ma se ne accorgono subito, gioco con uno scambista, un solo dollaro, mi serve solo un dollaro. Mi fa un cambio migliore, perché ho gli spiccioli. Sobbalzo di fronte al viso sottile dell’uomo della frontiera. Non hai la ‘febbre gialla’? Tolta dal passaporto appena un’ora prima di andar via. Di nuovo quel pensiero: pensa che da quando ci conosciamo non facciamo che farci del male. Non so cosa cambi, dopo un po’, in labbra sottili e naso a punta. ‘Non sei stato a Panama, verdad?’. Alza il pollice, quasi strizza un sorriso, non deve esserci abituato. Le lancette hanno camminato, figliolo. Sono di là, ho foglietti in mano, agli estremi della frontiera hanno messo donne dall’aria tenera che cercano di essere torve, spingo lo zaino oltre la sbarra e ruoto sopra la pozza dell’acqua. Adesso il microbus, un altro scambista: ragazzi, niente vincita alla lotteria oggi. Al solito, con banalità, ci pigiamo in ventidue nel combi che corrompe, con un sacco di pesce, il ragazzo del pedaggio.

Non trovo il coraggio (non dimentico, la paura, questa è una paura diversa, ha a che fare con la timidezza, con il non-coraggio, con le parole, con le occasioni perdute, con il tempo che passa, con le perdite, con l’incanto che non si afferra. L’altra, la paura-compagna, se ne sta buona, dormicchia nella mia tasca come un piccolo canguro)..non trovo il coraggio, dicevo tre righe fa, di chiedere alle donne che mi sono di fronte di farsi fotografare. Donna magra, denti in fuori, maglietta nera, viso ad angoli, rossetto sfolgorante che macchia i denti. Donna dai grandi occhi e grandi labbra rosso-hollywood. Occhi chiari, certamente abuelos di altre terre, viso che cadrà nelle rughe, lava i panni a 60 dollari a settimana in Costa Rica. Ma le danno alloggio e cibo. Risparmia almeno 40 dollari a settimana. Ha paura, so che ha paura. La ragazzina si fa spettinare i capelli dal vento e la donna saggia le chiude il finestrino: ‘Vuoi finire all’ospedale, mi amor?’.

Chi segue chi? Siamo tutti dietro a Julio. Paula fa un passo di lato per lasciarmi andare e seguirmi. Ne leggo il cognome italiano, ci sono altri due italiani: Malizia, Tagarelli, Achinelli. Sicilia, Mola, L’Aquila. I bisnonni che si persero nelle onde. Che s’inventarono le loro vite. Loro sì, che viaggiavano. Julio se la gode la nostra attenta disattenzione. Paula scrive la ‘i’ così: ‘:’.

Il ciclo del mate si chiuse senza essere consumato, eh no, una volta tanto, consumiamo tutta l’acqua del mate, non è un cerchio, ma un semicerchio, avverto l’amaro sulla lingua. Mi piace. Ecco, sono a casa. Passiamo el mate di mano in mano. Davanti al lago.

Come concilio questi sogni? Ora terribile di chiave nelle porte e corse all’autobus, a quest’ora quasi nessuno fa l’amore. Qui non è, puoi dire che ti prende la noia e l’isolamento, puoi dire che ti stai perdendo, puoi dire che non ci sono strade, puoi dire che dietro la cortina non è così bello. Certo, le porte hanno le chiavi, ma non ci sono ‘ore terribili’. E, a naso, qui fanno l’amore appena possono e anche quando non possono. Don Francisco ha avuto venticinque figli. Con sei donne. Guardo le barche andare e venire, con la loro perfezione, la stessa rotta, gli stessi gesti, la sorpresa, gli zaini protetti, alzarsi, incuriosirsi, guardarsi attorno, annoiarsi, andare via, un momento. Siate come il passeggero di una nave che comincia ad allontanarsi dal molo. Ci sarà il tempo, il modo, accadrà, maledizione. Ci saranno navi per le quali le nostre promesse, le mie, quelle di Malizia, Tagarelli e Achinelli non saranno che foglie nel vento. Ma sono foglie rosse, gialle, porpora, lillà, foglie belle a vederle volare come ‘cometas’.

Lei si guardava la mano e faceva vibrare l’arcobaleno fra le dita.

Qui ci vuole una citazione, incisa sulla pelle di un rospo che saltella a notte sul cammino di cemento: Oh cuore mio, non alzarti/a testimoniare contro di me

(Letto seduto al tavolino del Buen Amigo, isola di Macarrón, Julio passò di qui nel 1976. Scritto da un luogo non troppo lontano da dove Julio dormì, guardando il lago che lui vide calmarsi quando a sera si sedette su una pietra. Il bloguero esperto mi dice: mai più di 400 parole. E questo sono 979)

 

Il sentiero gira su se stesso

Alla fine, Julio ha deciso per me. Per lui, ci vuole un certo coraggio. Le gambe di un fenicottero quasi si spezzano nel sedersi in bus centroamericano. Il ragazzo dei bagagli ha avuto pietà di lui e non gli ha fatto pagare il sovraprezzo. Julio non se è accorto. ‘Va bene, andiamo’, aveva detto. Con quel caldo gli riusciva difficile raddrizzare i chiodi e allora era venuto a cercarmi. Non disse nulla, fece un cenno con la testa. Tutti sanno quanto sia pericoloso non dare retta a un tipo altissimo che ha in mano una manciata di chiodi. Non potevo far altro che seguirlo. E ora sono un bus. Era buio quando sono partito, il ragazzo gordo ha gridato il nome della città e noi, come topolini dietro al pifferaio, ci siamo alzati, con il nostro carico di valige, in un fragore silenzioso. Julio sonnecchiava, poi è arriva una luce bianchissima, poi una pioggia improvvisa, gocce a forma di spillo entravano dal finestrino.

La donna accanto a me indossava scarpe rosse e allattava una bambina che sfiorava il mio braccio. Io ho cercato di rispondere ai suoi sorrisi. Ogni tanto appariva un ragazzo, il marito, immagino: si prendeva la bambina e la coccolava un po’. Arrivò con un po’ di pollo ben fritto e mangiarono assieme. Mi sono alzato per lasciargli il posto, ma stare vicino a Julio era impossibile. Ho aspettato che finissero, mi era venuto un principio di fiacca e così mi sono addormentato. Ho sognato un choque. Mi sono svegliato ed avevamo investito un chapulin. Non so cosa sia un chapulin. Julio era sceso a vedere. Risalì sul bus e disse una delle sue solite frasi. Suonava come: il tonfo di una camicia bagnata sulle piastrelle è indimenticabile. Voleva dire che era stato un bel tramestio, nessuno si era fatto male e io lo avevo previsto. Lo avevo sognato prima che accadesse.

Ecco, la paura. Se ne accorge Julio, se ne accorge perfino la donna dalle scarpe rosse. La bambina prova a graffiarmi le dita, a distrarmi, mi ripugnano i granchi eremiti. Io cerco di distrarmi così. Ma non ci riesco. Julio svanisce, c’è il sole, la pioggia e la paura. Non è una buona partenza, porcamiseria poteva essere un buon punto di partenza. Ma sono le tre del pomeriggio, ho girato in lungo e in largo il villaggio. Ho ascoltato storie, sono andato al cimitero. Non ho niente da fare. In camera, c’è la paura. Ha un colore azzurro. Arrivi all’osso. Questa è un’illusione. Julio? Eppure stamattina avevo visto (e fotografato) un gioco del mondo e Oscar mi aveva offerto il caffè. Quanto tempo? Fedeltà e complicità. Alzi la mano chi conosce la definizione di fedeltà: voglio uscire, tutto inutile, comincia a rigirarle, a leggere le etichetteNon muoverti, non respirare neppure. Devo uscire, andare al fiume, aspettare, i ragazzi si mettono occhiali a specchio, come calassero una visiera. Devo uscire. Julio! La bambina succhia il latte con calma, la donna scende grattandosi un capezzolo. Ho letto qualcosa che non avrei dovuto leggere. Cadendo emise un miserevole miserere.

(Capitolo 41, letto stretto in un bus verso la frontiera, scritto una stanza di tre metri per due, con le pareti verdoline, il ventilatore – abanico – e lenzuola color marescuro, una luce a risparmio energetico – le detesto. Fuori i muratori buttano giù muri. Non so uscire da qui, alla fine sono uscito, sono andato a sedermi in una panchina in mezzo alla foresta. In attesa che non passasse nessuno)

 

Un disegno in un parco

 

Julio si incastra fra i sedili. Le ginocchia sfiorano il mento, avrebbe fatto a meno di questo viaggio, ma alla fine non poteva non venire, si va nel suo paese. Forse. E allora si cambia capitolo, si cambia geografia. Da questa parte. Per un po’, per sempre, per un andare e venire, senza senso, cercando un senso. In fondo Julio si interessa, fra un mate e l’altro, di culture transumanti. E lo fa con sfoggio di saggezza.

Si siede, aspetta che l’aereo decolli, deve camminare un po’, è inquieto, si siede di nuovo, si addormenta, si risveglia, legge. Non dava la colpa né alla vita, né al destino se non aveva viaggiato quanto gli sarebbe piaciuto. Ma, lo riconosceva, era una pietra nera sull’anima. Ora mi rendevo conto di non aver mai viaggiato. Nemmeno questa volta è un viaggio. E’ barare. Devo farmi dire che così non è: ‘Così non è’, devo dirlo io: ‘Così non è’. Hai paura? E di cosa? Hai varcato frontiere. Eppure quando ti ho conosciuto ho pensato: quest’uomo ha la pace dentro. Ti guardo come se stessi di fronte a un mistero. O a un dubbio. C’era sempre qualcuno ad aspettarmi. Leggo: non andremo mai in Costa Rica. Ma proprio lì stiamo andando, dove Julio ha incontrato Ernesto e Sergio, forse proprio lì è cominciato. Per me e per te. Che strano, il paese meno latinoamericano che puoi immaginare. Dove, nei mercati, i venditori di frutta indossano tutti la stessa maglietta.

Gli aerei sono brusio di fondo, un luogo di ovatta dove i fruscii scivolano sulla plastica. ‘White wine?’. Mi alzo, per sentire i miei passi su una moquette. Vorrei poterti dire: il suo amore è fatto di pentole sporche, di lunghe veglie, di un dolce accettazione delle sue fantasie fatte di rimpianto. Julio ha dalla sua la simpatia, si mette a parlare con una hostess. Che non lo ha riconosciuto. Leggono in pochi. Un cronopio sorride felice: hai ritrovato la voglia di corteggiare? Julio lo guarda con un’occhiataccia. Un fama non perdere l’occasione: non valeva la pena che attraversassi la pozzanghera se ti metti a parlare di caffè. Torna a sedere e mi dice: ‘Tutto il passato non era avvenuto’. Io rispondo: ‘La maturità in fin dei conti è un’ipocrisia’. Bene, e ora? Si rese conto che il ritorno era in realtà l’andata. Bene, e ora? Julio sbuffa: ‘Quello che ti succede è perché non sei un poeta’. Uno che parla chiaro, sento uno strappo al cuore nel dargli tutte le ragioni del mondo. Avevo vanità da poeta, ora qualcuno mi metteva di fronte alla storia della poesia. Comincia daccapo. Conto le sillabe, è un buon esercizio per un aereo, invece di guardarmi un filmaccio. Ho avuto del metodo nella pigrizia, nel sonno, nel lasciare andare. Ecco, questa tua fiacca metodica non poteva far nascere nulla di buono. L’aereo atterra, io sono lento, sono basso e non riesco a scastrarmi. Julio, che è due metri, è già lontano, lo vedo in cima alla coda, mi saluta senza nemmeno voltarsi. Fuori lo aspettano. Io cerco di evitare il raffronto con il ragazzo della dogana, che nemmeno mi guarda, mentre sbircio il nome dell’hotel nel quale non andrò. Il che risultava piuttosto un controsenso. Ecco, i cinque cani, un Buda, due gatti, il riso e i fagioli. Siamo in Costa Rica, Julio se ne va con i suoi amici.

Da questa parte del mondo. Fino a qui, sono arrivato. Da 37 a 40, le storie sono più veloci da questo lato del charco. Letto in un aereo, Julio seduto vicino a me, che mi impediva di passeggiare nel corridoio. Scritto, sempre violando le regole, in una sera della Garita, ascoltando un jazzista tico. 

 

Sì, le ricordo

Ora mi sono distratto, il sesso mi distrae sempre, mi accoglie, mi tiene con sé, come un volo fra gli alberi. devo andare, non so quando comincia l’andare, tutto questo doveva essere finito con il primo autunno, prima che le foglie cadessero, e ora è pieno inverno e nemmeno a metà sono. Devo andare, quando comincia l’andare? Quando chiudi la porta con la manata e lasci le chiavi sotto il vaso dei gerani? Ci sono dei segni per terra, li riconosco ancora una volta: il gioco del mondo si fa con una pietruzza che si deve spingere con la punta del piede. Ingredienti: un marciapiedi, una pietruzza, una scarpa, e un bel disegno con il gesso, preferibilmente colorato. Julio adesso sorride e fa per spingermi ad andare: dai, non importa, faremo, tranquillo, un mondo a chiocciola, un mondo rettangolare o un mondo fantasia. Ora dice: ‘Un bel giorno s’impara a uscire dalla Terra e a far risalire la pietruzza fino al Cielo, fino a entrare nel Cielo’. E’ così che termina d’un tratto l’infanzia e si cade nei romanzi, nell’angoscia per il razzo divino. Oramai è solo lui a occupare le pagine: una pietruzza e la punta di una scarpa. Guardo le mie scarpe, ho un sassolino in tasca, lo tocco. Je ne oublierai pas le temps des cérises. Oh, il sapore delle ciliegie. Su una montagna in Iran, in un albero nella terra del Sud. Il sapore delle ciliegie. E’ la ragione per vivere, questo l’ho scritto mille anni fa, copiando da una frase afferrata al volo.

Quando comincia l’andare? Julio oscilla dalla sua altezza, rassicura Carol (arrivo!) e mi accompagna verso la porta. Mi dice, a voce alta e sussurrata, cose senza senso: come la molla rotta di un orologio che faccia saltare in mille pezzi il tempo degli impiegati.

(letto da pagina 199 a pagina 212, nella grande sala della casa del popolo di san casciano. Scritto, infrangendo le regole, in una cucina con il sole della domenica che incendia la chiesa del Carmine. Polo, mille anni fa, scattò una bella foto della chiesa-sorpresa)

 

Se ne andarono (perché accade sempre che se ne vanno)

 

E con il silenzio come me la cavo, dopo tanto silenzio. Le penne gialle del wi-fi sono sfuggite, è chiuso il bar, è chiuso il negozio e io mi sveglio che una luce naviga ancora sui confini fra i tetti e il cielo. Ne guardo l’intermittenza, mentre ti scrivo soltanto sullo specchio. Ricomincio questo andare per le caselle del gioco del mondo, come se forzassi un cavallo che niente ne vuole più sapere della salita. La camera è piena di barbabietole eppure avevo fatto promesse di avere cura. Ricordo quando mi avvertì: un letto disfatto è segno che non hai cura. Lo sapevo, ma proprio non ce la faccio esiste una cosa che si chiama tempo e io non riesco ad averne ragione. Lui è sempre più forte. Ho vissuto a lungo in camere buie dove c’è odore di grasso, dove la gente fa continuamente l’amore e poi frigge l’uova e mette dei dischi di Vivaldi, ne ho un buon ricordo, ma ho imparato, a mie spese, che le parole non consolano, figurati i ricordi. Piove moltissimo qui e i letti sanno di notte. Rimango fuori, sono sempre incerto di fronte ai caffè, alla fine ne scelgo uno centrale, qui mi vedranno tutti e mi è sembrato il luogo migliore per essere invisibile. Sarà chiuso il bar di pietra dove le due sorelle crescono e lasciano andare i miei anni? Ogni giorno mi sforzo: Rimbaud, Valentino Zeichen, dico che voglio cercare le poesie di Pier Luigi Cappello. Non ho più nemmeno una libreria dove ordinarle (non è vero, una c’è, controllo gli estratti conto, spendo molto in libri che non leggo e dissemino dimenticando il raccolto). I libri rimangono lì. Ad aspettarmi, un altro libro si disperde, non mi lasciano solo, ma non riescono più a farmi compagnia. Aspetta la grande crisi karamazofica, l’attacco celinesco, questo sì, ci vorrebbe, sarebbe il momento, la fuga, una delle possibili soluzioni, ma non ricordo nemmeno una pagina e il viaggio al termine della notte non è ancora cominciato. Ma tu allora, davvero, vorrei fumare una gauloise, perché mi fermai a quella prima sigaretta? Perché non ho continuato? So che misi le mani nel tuo sesso e trovai gradevole il vuoto umido sotto le dita. Mi sorprese, era la prima volta. Ne sapevo così ben poco. Non si poteva andare avanti con te a fianco, presi la motocicletta e me ne andai, allora ero giovane, si poteva andare. Lascio a metà le parole, così:

Cosa ho da vanarmi tan/nulla da parte. Dovrei leggere come un canguro capace di saltare fra le righe, ma lui aveva ormai poco tempo dinanzi, lo sapeva, non voleva saperlo e tu non credevi che esistessero fuori delle poesie e che….

Insiste, ci ha preso gusto, il gioco si è fatto duro due punti che/zio da uno scoraggiamento nervoso. Non provateci. Alzo la testa, l’aria fredda tiene lontano i passanti, gli uomini dai vestiti scuri parlano a coppie, sono tarchiati, robusti, hanno la barba e le mani in tasca, parlano da padrini. Due caffè, lo capisco. Siamo in attesa, stanno danzando/per nessuno, neppure per loro stessi. Ho comprato una bottiglia di amaro per lei, l’ho raggiunta alla Garbatella e sono tornato indietro, l’ho vista mentre ubriaca ondeggiava fra i cappotti e le sciarpe. Un uomo grida il mio nome, non alzo la testa, la donna spazza le foglie e mi gira la schiena, H. sarà tornata molto tardi ieri notte, però ha avuto il piacere infinito di trovare un letto ben rifatto. A lei piaceva addormentarsi con le dita smarrite in quell’incerto territorio tiepido. So che ha rifiutato molto uomini, nessuno aveva un sorriso che lei ritenesse capace di meritare un bacio. Io me ne sono andato, ancora una volta in fondo troppa pietà io che mi credevo spietato. Nella notte si fanno sempre i soliti incontri, fai un gesto verso il gatto, ma il gatto non rispose, J. si è portato via la carrozzella piena di barattoli di sardine. Ho dimenticato le chiavi e ho dovuto aggirare l’ostacolo, lei si è sforzata senza arrabbiarsi nell’ingrato compito di alzarsi. Sono entrato, un ultimo sguardo al salice che faceva sorgere i suoi ragni sottili dalla bruma.

(letto alla autogrill di Cantagallo, scritto in piazza del Sedile, a Matera)

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