Io e il Che/Un’inquietudine irrimediabile

Io e il Che (edito da Nova Delphi)

 

 

 

Quando Ernesto Guevara inizia il viaggio con Alberto Granado in sella alla Poderosa II non ha ancora compiuto 23 anni. Parte dall’Argentina con l’intenzione di conoscere la “Maiuscola America”, come la chiama lui. Credi che il Che abbia iniziato a formarsi durante quel viaggio? Vista dalla prospettiva infallibile del futuro, tutta la vita di Ernesto potrebbe apparire un lungo viaggio di formazione…

Ernesto aveva addosso un’inquietudine irrimediabile. Era argentino. Mi sono convinto che questa irrequietezza attraversi i ragazzi dell’Argentina. Almeno quelli che ho conosciuto negli anni. Tutti hanno viaggiato, tutti vogliono viaggiare. Vogliono passare del tempo lontano. Si portano dietro le loro nostalgie, si portano dietro la bombilla del mate. Non so nemmeno se sia giusto parlare di “formazione”: Ernesto era un ragazzo come gli altri, guascone, curioso, insaziabile, spavaldo. Almeno questa è l’idea che mi sono fatto. Dovete tener presente che la mia attenzione è stata quasi tutta sugli anni lontani dalla Rivoluzione di Ernesto. Moltissimi anni fa un amico scrisse un piccolo libretto su Ernesto bambino. Me lo regalò, lo lessi, con curiosità. Sono certo che Ernesto fosse un ragazzo come gli altri, anzi rispetto all’amico Granado era meno “coinvolto” nella “politica”, ma è la sua curiosità, il suo senso degli altri che lo ha condotto verso Cuba e che lo ha sempre spinto verso le battaglie. In questo senso vi è continuità: Ernesto aveva una grande passione per l’umanità. Ma non era diverso da mille altri ragazzi della sua età e del suo tempo. Non si è tirato indietro quando vi è stato da rischiare. Nessuno potrebbe dire come sarebbe stata la sua vita se non avesse incontrato Fidel e i suoi amici in Messico.

 

Nei tuoi libri ripercorri i luoghi toccati da Guevara nelle sue peregrinazioni giovanili. Al di là del mito, cosa è rimasto di lui in quei luoghi? C’è qualcosa che ti ha emozionato in maniera particolare o che ti ha stupito?

Ci sono dei giochi che alle volte sono possibili. Mi è sempre stato difficile viaggiare senza una ragione o solo per andare in un luogo famoso. Seguire le tracce di Rimbaud o di personaggi di fantasia come Corto Maltese è stata una buona scusa. Erano tempi in cui era anche possibile farlo: c’erano riviste e direttori che credevano in questi progetti. In realtà, ci sono ancora. È solo più complicato. La molla è sempre un’emozione: quando ritrovi il terrazzino dove Ernesto, senza barba e con la camicia bianca, si era steso a guardare il cielo (la copertina della prima edizione di Latinoamericana in italiano) è stato davvero un brivido sulla pelle. O quando scopri che la Modesta Victoria, il traghetto che Ernesto e Alberto usarono per passare dall’Argentina al Cile, naviga ancora, il cuore ha un balzo un po’ infantile, ma reale. O quando un forestale ti assicura che quella è la capanna in cui i due ragazzi passarono una notte nei boschi. Non so: tieni presente che la nostra cultura del viaggio si è formata su libri come In Patagonia di Chatwin, dove l’alibi del viaggio è una pelle di brontosauro conservata da sua nonna, se ricordo bene. Ci serve un alibi per andare. Una scusa. E poi c’era il mito, la leggenda, la motocicletta. E c’era una direttrice di una rivista che, a sorpresa, era più appassionata di me dall’idea di ripetere il viaggio in motocicletta. Ma i momenti più emozionanti sono quando sei in un luogo (una via di Buenos Aires, la sponda di quel lago argentino) e ti metti a leggere la pagina del libro, alzi gli occhi e sai che ci sei. Sì, davvero la gioia irreale di un bambino. Ti viene voglia di salutare Ernesto che sta uscendo.

 

Ernesto Guevara si è sempre caratterizzato per una sensibilità umana profonda, in grado di cogliere le trasformazioni della società, utilizzando la totalità degli strumenti a disposizione, compresa la fotografia. Abbiamo parecchie immagini che lo ritraggono con una macchina fotografica tra le mani. Le sue foto, in tempi più recenti, sono state anche oggetto di una serie di mostre. Cosa pensi del Guevara fotografo? Credi che quelle fotografie riflettano il suo universo politico e culturale?

So troppo poco di Ernesto fotografo, ma lo osservo mentre ha in mano una macchina fotografica. Si capisce che adora quella macchina, sa che è importante, sa che può usarla per raccontare qualcosa. Ho sempre l’idea che Ernesto andasse sempre di fretta. La macchina fotografica lo può aiutare a fermare un’idea. Sembrano appunti più che foto. Mi colpisce, se è vero che è un autoritratto, quella foto dove appare in totale controluce, solo un profilo nero, con basco e sigaro. Come se volesse come poi lo hanno rappresentato tutti. Mi piace molto, ma a istinto preferisco l’altro autoritratto, da giovane, senza barba, il volto scocciato, mentre emerge da dietro una scrivania colma di libri in disordine.

 

Il 4 marzo 1960 Guevara diventa soggetto di una delle immagini più famose al mondo: Alberto Korda lo ritrae a Cuba durante la commemorazione delle vittime civili dell’esplosione di un cargo pieno di armi. Il Guerrillero heroico di Korda è considerata l’immagine più riprodotta della storia della fotografia. A cosa pensi sia dovuta la fortuna planetaria di questa immagine?

Ci vorrebbe l’occhio di John Berger per spiegarlo. Credo che questa valga per tutte le foto-icona del Novecento. Ho scritto recentemente un piccolo non-libro sulla foto dei due velocisti neri con il pugno guantato alzato dopo la finale dei 200 metri a città del Messico. Per anni, ho avuto negli occhi solo i due atleti neri, il velocista bianco, l’australiana Peter Norman, era come invisibile. Non so come sia accaduto, ma alla fine l’ho visto e ho deciso che era la sua storia che andava raccontata. Voglio dire: perché la foto dell’atleta etiope che, a Rio de Janeiro, taglia il traguardo con le mani a manetta non entra nella storia? Tempi diversi, certamente, le foto del Novecento sono nella nostra memoria, raccontano un’epoca. Ma quale foto ti ricordi della guerra in Siria? Il web ha cambiato il nostro modo di vedere. La foto, poi, deve essere “perfetta”: deve avere un equilibrio, deve avere un’anima o qualcuno deve spingerti a guardare quest’anima. La foto fu in qualche modo tagliata da Feltrinelli che la sottrasse a Korda: e Feltrinelli era uno straordinario comunicatore, intuiva che quella foto era importante. Rappresentava la durezza e la tenerezza per cui Ernesto era famoso fra i giovani. Poi il mercato è più forte: ha intuito, come nel caso della foto del podio dei 200 metri a Città del Messico, che quella foto ha un valore commerciale e allora la usa. Perde significato? Non lo so. Potrei dirti che perde la sua forza originaria, ma non ne sono così convinto, anche se chi indossa la maglietta con su Ernesto magari non sa chi è.

Un’altra cosa: le foto di Fidel non sono diventate un’icona. Non lo è diventato Camilo Cienfuegos. Perché?

 

A cinquantanni dalla morte dell’uomo che più di ogni altro è stato un simbolo della rivolta contro l’oppressione, quale pensi che sia il messaggio più bello che il Che può lasciare alle generazioni future? Pensi che il viaggio, restituito alla sua dimensione di scoperta, possa ancora oggi rappresentare un passaggio, un incontro con se stessi, una presa di coscienza, come fu per Ernesto Guevara?

Sapete una cosa? Potrebbe essere facile rispondere a questa domanda. Ma io vorrei che fosse lasciato in pace. Un’epoca si è chiusa da tempo. Ho scritto una cosa a istinto dopo la morte di Fidel Castro (era morto anche Leonard Cohen).[1] Dobbiamo conservare memorie e storie, ma ora sono altri tempi. Lasciamo che i ragazzi di oggi abbiano i loro miti o riadattino i nostri. Come vorrei che non avessero bisogno di maestri. Che trattassero Ernesto come un compagno di viaggio. Sì, credo sempre che viaggiare, muoversi, incontrare “gli altri” sia la storia più importante che ti possa accadere. È che gli orizzonti si sono ristretti: i viaggi che potevo fare io a vent’anni sono vietati a mia figlia. Dovremo riallargare le geografie, non farci fermare, ma queste sono parole. Credo che Ernesto non sarebbe diventato “el Che” senza il viaggio. A me è sufficiente che viaggiare ti mostri la bellissima diversità del mondo.

[1]                                A. Semplici, Fidel e Leonard Cohen, http://www.andreasemplici.it/wp/index.php/2016/12/02/fidel-e-leonard-cohen/ (2 dicembre 2016).

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