Storie di libri e librai/Ferlinghetti abita a Fermo

 

Ferlinghetti a Fermo

È bene sapere: racconto questa storia quattro mesi dopo averla ascoltata e vissuta. Non vi sono vere ragioni per le quali non l’ho scritta subito, come, da cronista, faccio spesso, come facevo sempre prima. È accaduto così: non l’ho scritta a novembre quando sono andato a Fermo a conoscere un libraio. Conseguenza: questa è una storia che vive su un ricordo, su appunti illeggibili, su un taccuino ritrovato. Ma è una bella storia. Come tutte quelle che riguardano le librerie.

Fermo è una strana cittadina. Come tutte le cittadine. Venivo spesso qui (e vorrei continuare a venirci) perché vi abitava Mario Dondero, uno dei migliori fotografi italiani. Destino curioso: un uomo lento e giramondo, irrefrenabile, privo di patente eppure sempre in viaggio, scelse di vivere nelle quiete Marche. Scelse di vivere a Fermo, credo per contraddizione con il suo nomadismo.

Immaginavo una terra di sinistra. Doveva esserlo venti anni fa. Ricordo una vignetta del Male: ‘Le Marche, un buon posto per essere dimenticati’. Ma qui un ultrà del calcio ha ucciso a pugni Emmanuel Chidi Nnamdi. E un fascista, un anno dopo, poco lontano, a Macerata, ha sparato contro i ragazzi neri. Si è rotto qualcosa anche nelle Marche. A naso, Fermo mi appare come una piccola città conservatrice. E, come mezza Italia, oggi è terra di Cinque Stelle: trentacinque comuni della provincia hanno votato Grillo.

Il libraio, la libreria, le crepe del terremoto, quasi un design

Io sono venuto a Fermo alla fine dell’autunno scorso. Per trovare Mario, sepolto in un cimitero che guarda le colline e il mare lontano. E per la libreria Ferlinghetti. I nomi significano, i nomi attraggono. E come resistere a Lawrence Ferlinghetti, al ritmo beat, alla replica italiana della libreria ‘City Lights’ di San Francisco? E poi mi avevano garantito: il libraio di Fermo è giovane e matto. E i librai giovani e matti sono la mia passione. Trentacinquemila abitanti, Fermo. E due librerie. Sette anni di vita (si va per gli otto) per la Ferlinghetti. Umberto Cecconi, libraio dai capelli lunghi e neri, spettinati e incollati come negli anni ’70, brutti a vedersi, devo confessarlo; di anni ne ha 41. Giubbotto di pelle, occhiali, barba incolta, si arrotola smilze sigarette con gesti veloci. Decise di fare il libraio in meno di una settimana.

Precisazione: non so se ancora la libreria sia nel vecchio palazzo Vitali-Rosati, di fronte alla Torre Matteucci e alla chiesa del Carmine, una piazzetta che, in realtà, è un corso, quasi centrale di Fermo. Il locale era terremotato. Crepe e cicatrici negli intonaci. Puntelli in ferro (a sostenere la volta) appaiono come un arredo post-moderno, disegno di un architetto contemporaneo. Forse, oggi, Umberto ha traslocato. E rimettere in ordine i suoi libri non deve essere stato facile. Ho speso cinquanta euro nella libreria Ferlinghetti. Perché è una gioia passeggiarvi dentro, perché Umberto ha davvero follia nella maniera in cui ‘mostra’ i ‘suoi’ libri. Grande tavolo centrale, libri impilati a colonna, in equilibrio uno accanto all’altro. Libri sistemati per autore. E sotto il primo, di Cortázar, ad esempio (è colpa di questo argentino immenso se ho speso tutti questi soldi), ci sono altri suoi libri. Tutti diversi, una copia per titolo. Come resistere? È un’esposizione antologica di scrittori preziosi. Ci sono Roberto Bolaño, Javier Cercas, Saramago. È un lusso che un libraio, sventato e coraggioso, dona a chi entra qua dentro. Ho scoperto libri di Julio che mai avrei immaginato.

Umberto e i libri che mai venderà

Umberto scrive in maniera enigmatica e chiarissima per presentare la sua libreria: ‘Basta lasciare aperta la porta, lasciare che il mare entri, e ricostruire, o meglio continuare noi, o qualcun altro da un’altra parte, ma sempre dalla stessa parte’. E quale è questa parte è chiaro alla prima occhiata.

Parliamo in piedi, ci divide il tavolo dei libri. Lascio raccontare: ‘I libri sono stati una mania. Era l’oggetto-libro ad affascinarmi. È stato così fin da piccolo, anche se a casa ve ne erano ben pochi. Ho fatto filosofia a Bologna e andavo a studiare in una libreria di piazza San Giovanni in Monte. Non potevo leggerli tutti, ma mi piaceva averli attorno a me. E mi piaceva possederli. È una storia fisica, ossessiva, questa. I libri sono stati il mio vizio’. Alle spalle di Umberto c’è uno scaffale. Gli occhi vi cadono sopra e il desiderio diventa pungente: ci sono edizioni originali dei libri di Ferlinghetti (appunto), la prima edizione di Apocalittici e Integrati (1964) di Umberto Eco, c’è L’anno degli studenti di Rossana Rossanda (1968!). Sono libri che Umberto esibisce con vanità da collezionista, mai li venderebbe, nemmeno quando gli staccheranno la luce per morosità (rischio ricorrente). Un’altra occhiata e vedo, in prima fila, i libri, belli, di Barbara Balzerani. Ecco, vi siete fatti un’idea di Umberto Cecconi.

Il tavolo dei libri a faccia in su

‘Mi laureo e rimango a Bologna. Insegno. Non è la mia vita. Due anni e torno a Fermo. C’è l’annuncio di un affitto su questo locale. E mi viene subito in mente che potrebbe essere una bella libreria. Sono certo di aver fatto di più per i ragazzi come libraio di quanto avrei potuto fare come insegnante’. Negli appunti non ritrovo se gli ho chiesto di come abbia imparato a fare il libraio: deve essersene fatto un’idea a Bologna. Poi si è guardato in giro. E poi deve aver saltato delle lezioni. Ha imparato sulla sua pelle. Ogni mese, i suoi conti quadrano con difficoltà.

Entra un uomo. Ha in mano una grande busta, dentro ci sono libri usati. Non dice dove se li è procurati. Li offre a Umberto. Che ci da un’occhiata, valuta, li paga. L’uomo se ne esce, chiede se può tenere la busta. A quanto ho capito c’è un bel commercio di libri usati alla Ferlinghetti. Gli amici regalano libri a Umberto. Danno una mano, partecipano. E l’uomo della busta ha raggranellato qualche euro per tirare avanti.

A proposito, Umberto non è mai stato a San Francisco, non è mai entrato alla ‘City Lights’ di Ferlinghetti. Ma ne ricalca lo spirito: libri tascabili, libri che aspettano sugli scaffali un lettore incuriosito. Niente o quasi ‘ultime novità’. Non fa la ‘scolastica’, scansa i libri di successo. ‘Fabio Volo qua dentro non l’ho mai visto’, mai un vero best-seller in vetrina. Molti libri vecchi, edizioni introvabili, storie preziose, rare, difficili. Un intero scaffale dedicato ai latinoamericani di Sur, editore amatissimo. Sì, Umberto, il libraio, è un estremista, vorrebbe cambiare i meccanismi del mercato, non fa accordi con i grandi editori, va a prendersi i libri dai grossisti. ‘Ci deve essere una terra immune dal capitalismo’: si accende una sigaretta e lascia queste parole in aria come un auspicio. Io ho amore appassionato e inutile per chi cammina sui fili con la sua incoscienza.

La libreria

Ha orgoglio, il libraio. ‘Questo è uno spazio liberato. Chi entra qui cambia, è diverso da come è fuori. Chi viene alla Ferlinghetti arriva dalle campagne, dai paesi vicini. Viene apposta, a cercare qualcosa di interessante – racconta Umberto – A volte ho la sensazione di essere avvertito come un corpo estraneo a Fermo. Come se alla città non gliene importasse nulla di trovare qui libri importanti. I banchieri e gli avvocati passano davanti alle vetrine, ma non entrano mai’. Il libraio cerca di coinvolgere i suoi visitatori delle campagne: ‘A volte creo delle dipendenze rispetto ad alcuni autori che amo’.

Dimenticate le vecchie classificazioni in questa libreria. ‘Detesto gli scaffali organizzati per genere’, conferma Umberto. Saggistica e letteratura si confondono le une con le altre. Le Lezioni americane di Calvino stanno accanto a libri di filosofia e di metodologie. Emanuele Trevi è accanto a Petrolio di Pasolini. C’è lo scaffale degli ‘intramontabili’ e i libri ‘per ragazzi’ (e per adulti) che sono ‘occhi acerbi’. Poi ci sono quelli che stanno in prima fila perché sono autori ‘amici’, nel senso migliore della parola. Etty Hillesum sfiora libri di fantascienza. Bene in vista Majakovskij, Günter Grass, Vinicio Capossela, Christa Wolf e libri su Edward Hopper. In sette anni, la Ferlinghetti ha ospitato duecento eventi. Molta musica punk. Umberto mi dice che sta rileggendo Moby Dick. E Salgari, non ricordo se per la prima volta o per un’adolescenza adulta. Il libraio mi spiazza di continuo. Umore vagante, un’altalena di alti e bassi: pensa alle bollette della luce da pagare, ai conti da saldare con i distributori, gli vengono pensieri cupi e allora dice: ‘Ho sbagliato lavoro, è una follia rimanere aperti: avrei dovuto fare lo scultore, come mia moglie’. Una scultrice e un libraio, deve essere una famiglia caotica, spassosa, a volte triste, a volte felicissima. In più hanno un nugolo di figli. È quasi incredulo che io abbia comprato un bel po’ di libri. Non ci deve essere abituato. Traffica, con incertezza, attorno alla mia carta di credito.

Raggiungere Ferlinghetti

Balzo di umore: ‘Una libreria indipendente deve provare a sostenere storie irripetibili’. Almeno queste parole ritrovo nei miei appunti. Credo di capire il linguaggio strano di Umberto. Alla fine mi viene voglia di copiare il suo decalogo dell’indipendenza. Eccolo:

1) Il libraio ha selezionato i libri autonomamente;

2) le case editrici indipendenti hanno uno spazio inversamente proporzionale alle statistiche di vendita nazionale;

3) il cliente è trattato come un familiare;

4) l’offerta è pensata per un avanzamento socio-culturale;

5) ogni libreria è unica e irripetibile;

6) gli spazi e le vetrine sono terapeutici;

7) la responsabilità è fisica;

8) ostacola il calcolo standardizzante del marketing disumanizzante;

9) ragiona con la propria testa ma soprattutto col cuore;

10) presenta libri di scrittori e non di pennivendoli.

 

 

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2 pensieri riguardo “Storie di libri e librai/Ferlinghetti abita a Fermo

  • 17 marzo 2018 in 7:33
    Permalink

    Salve, ho letto con piacere e curiosità di questa libreria e del suo creatore.
    Mio padre era originario di quelle parti e a Lapedona, proprio di fronte a Fermo, sto risistemando l’antica casa di famiglia.

    Dove vivo, a Bologna, di libri ne ho oltre 20mila, sparsi un po’ dovunque.
    Presto andrò a visitare la libreria Ferlinghetti e a conoscere Umberto.
    Grazie all’Autore per avermi fatto conoscere una realtà che ignoravo totalmente.
    Alberto

    Risposta
    • 17 marzo 2018 in 12:54
      Permalink

      Beh, io non so dove sistemare duemila libri, tasso di lettura inferiore al cinque per cento, direi. Ma sono i soli ‘oggetti’ (sono oggetti, i libri) sui quali ho un senso di proprietà inescusabile. Sono diventati ossessione e alibi. Girare per librerie mi piace e i ‘piccoli’ librai sono davvero matti. Spero che Umberto non se ne abbia a male di questo articolo scritto a mesi e mesi di distanza. Fammi sapere quando andrai a trovarlo…

      Risposta

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