Il Gioco del Mondo.21/ Si era portato via le parole.

Là fuori…

 

Per un anno intero, cominciato in una terra di pianura e nebbia, ho praticato l’arte della distruzione. Con meticolosità ho afferrato un martello e picchiato duro su ogni oggetto della mia stanza. Non si riducevano in briciole. Sparivano. Si sgretolavano senza lasciare cenere. L’incubo continuava ad assediarlo, lo lasciava in pace solamente quando il tepore del letto, anche se lenzuola erano fredde, si avvicinava. Era il suo corpo che si avvicinava in realtà e pensava: per sette ore non ci sono più. L’ultimo fortino sa vacillando. Trascorrevano la notte in una specie di altalena incapaci di uscirne fuori. Era lui che non sapeva uscire, né rientrare. Lei trovò la sua strada, si aprì un varco, valicò l’inverno. Per me era complicatissimo raggiungere l’interruttore. Si lasciò cadere e fece il conto delle cose perdute: il pettine giallo, il lucchettino, la sua boccetta dello shampoo. Poi azzardò di più: i meccanismi che riproducevano gli istanti se ne andarono, uno dopo l’altra. Si ritrovò senza occhi. E poi anche lui, in un clik, si azzittì: questa volta erano le mani. Un’amputazione e una cecità. In tre giorni. E il fotografo disse: ‘Mai vista una roba simile’. Sorrisi. Julio era scomparso davvero. Ho cercato di leggerne gli amori per farlo apparire fra le coperte. Alle cinque del mattino aspettavo ancora e al piano di sopra lei s’intestardiva  raccontare, a raccontarsi e a raccontargli e lui non aveva ancora detto che la Maga si è annegata nel fiume. Perché non lo sapeva, perché non aveva senso, perché non sapeva il perché. Era desolato e la donna grassa insisteva a rigirare il dito nella piaga: ‘Non hai ragioni, sei noioso’. E io come glielo spiego? Che quella sua paura è come l’ultimo rifugio, la sbarra cui si afferrano le mani prima di lanciarsi nel vuoto. Ho sempre sofferto di vertigini. Penso a come sarebbe bello gettarsi dalla finestra. Basta lasciare fare alla gravità, ma avevo anche scritto: togliere gravità. E credevo di esserci andato vicino.

Lei sorrise, mandava messaggi, ma questo della paura allegra è dura da mandare giù. Non ho detto al medico che l’uccello non si rizza più, nemmeno se cerco Roberta Porno o Cristina Porno. Senza che io abbia fatto niente, meravigliosamente un peccato si è cancellato. Cosa rimane? Domani va via anche questa tavoletta da scriba. Non scriverò. Poi ci sono quattro ruote che avrebbero duecentotremila ragioni per gettarsi in un precipizio. E lei, con i suoi occhi che mai hanno illuminato, dice: continuare a mantenersi a galla contro ogni ostacolo, contro il richiamo e la caduta. Ho smarrito anche la conchiglietta raccolta a Ouaga. Ho smarrito il portamonete. Ogni oggetto che conta se ne sta andando e io rido. Rido. Rido. Non bevo. Rido e non bevo.

Alza la testa, il mare scintilla, qui hai baciato C. per la prima volta. C’era tempo per la felicità. C’era anche il cane. Il guardiacaccia, il cane bagnato. Non è cambiato molto. Hanno messo la rete e non sarebbe più possibile baciare C. nella foresta, fra i pini scossi dal vento. Guardo la gente che cammina a testa china per cercare granelli di sabbia, ricordi quando avevi l’abitudine di raccattare fili colorati e metterli fra le paglie? May peut-etre quien te dice. Allora i cordini e i fili gli davano allegria. Fai l’inventario, inverti i ricordi: ora sono io ad avere una collezione di cattivi ricordi. I suoi occhi verdi di una bellezza maligna e il volto non aveva alcuna traccia del vuoto-pieno della sua anima. Sentivo la pancia gemere, oramai, ogni notte, ogni volta che il sole calava aveva sempre più paura. Non aveva niente da aggiungere, Julio aveva già scritto tutto, mancano poco ai tre asterischi. Quanto lontano oramai da ogni isola. C’era solo una porta sbarrata e altre porte sbarrate. Ma c’è il sole, per Dio. Era stato infelice quel tanto che bastava per immaginare la possibilità di una vita onesta alla fine di disonestà scrupolosamente consumate. Se solo avessi un’idea dell’onestà. Non mi mangio le unghie, le trastullo con i denti, ne sento lo stridio. Le masturbazioni si sono diradate, fino a scomparire. Non vado oltre le tre note in calante, ma, dai, di questo posso essere orgoglioso. Non guardo i video di Cristina e Roberta. Il loro corpo si agita inutilmente. Ancora una volta l’inesistenza della più remota speranza. Mancano poche pagine, ma ci sono giorni infiniti, gli aerei decollano e lasciano a terra chi non ha prenotato, non si può salire a bordo e dire: sono qui. Lui si era portato via le parole.

Scritto molto tempo fa, troppo per ricordare. Letto su un treno verso Nord, in attesa. Scritto su una spiaggia di inizio primavera, un inverno che non voleva smettere e ora è smesso. Passando al caldo. Una spiaggia in Maremma, una spiaggia importante nella mia vita. Julio non si è più visto. 

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