Giri di Sud/Ayumimeassoddvar

Ayumi

Lei sta in disparte. Nel portico. So che ha trentadue anni. E’ giapponese. Da sette anni, vive in Norvegia. Differenza assoluta. L’Asia più lontana e incomprensibile ai miei occhi. Il Nord europeo troppo di ghiaccio per attirare la mia pelle. Eppure gli occhi di Ayumi, il suo leggero vestito a fiori (è il mio ricordo: non sono fiori), i capelli che, con ostinazione, cercano di coprirle il viso.

Meaas

E poi c’è un contrabbassista, Meaas, che appare disperato e in realtà cerca suoni con ossessione. Un percussionista, Oddvar (vorrei mettere in fila i nomi Ayumimeassoddvar per farne una strofa), che muove legni e spatole su piatti arrovesciati. Siede per terra, come un uomo di strada. Ha l’aria gioviale, mentre Meaas ha tormento nelle mani.

Oddvar

E Ayumi? Non so, non riesco mai a decifrare la soavità di una giapponese. Fragilità e forza. Mi spaventa il ‘non capire’. Non faccio tentativi. Lasciano andare ‘collaudando suoni’. Gli esperti dicono ‘atipico trio’ e spiegano ‘ si creano ampi scenari di intenso interplay’. Guardo la gente che ascolta, occhi chiusi, distrazioni, riaggancio di attenzione con graffio da sensi di colpa, smartphone al lavoro, silenzi, sguardi che cercano una concentrazione. Nessuno si tocca, una donna mi tocca, mi mette la mano su un fianco. Ne sono lieto. Io vorrei afferrare un suono, se solo sapessi come si fa. Ayumi non si agita come ho visto fare altri pianisti. Non cambia espressione, si alza, si allunga nella pancia del pianoforte, tocca i fili, una volta ho letto della ‘resilienza’ delle corde…com’era? Il suono torna indietro oltre il punto dal quale è partito. Il suono rimane sospeso nell’aria, so che è rimasto lì, fra gli archi di Palazzo Lanfranchi, uno dei confini della vecchia Matera.

Ci sono i ragazzi che hanno un anno di tempo per catturare i suoni della città. Per farne concerto nell’anno-mito del 2019.

Ayumi ringrazia il piano

Alla fine, Oddvar alza con qualche fatica il suo corpo, Meaas stira un sorriso sulla sua disperazione irrimediabile, no, gli occhi di Ayumi, invece, scintillano. Alza la testa, i capelli ubbidiscono, sorride, vedo una felicità di fanciulla. E’ il jazz, lo so. Il jazz può fare questo. E, dopo, da sola, come una bambina, con un cellulare fotografa il pianoforte che la ha consentito un nuovo, piccolo viaggio. Gratitudine. Il dorso del piano, riconoscente della leggerezza delle sue mani, riflette il cielo.

Il piano ringrazia e regala il cielo
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